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Outsider

  • 3 minute read

Mi è capitato spesso nella vita di pensare attorno al concetto di verità. Non l’ho centrato, forse non ne sono stata capace, forse è impossibile, ma qualcosa continua ad attirarmi verso quel prato verde pieno di fiori che puoi davvero toccare, verso quella persona che puoi davvero abbracciare, verso quello specchio in cui ti puoi davvero osservare… e con le mie corse, verso quella terra che puoi davvero calpestare.

Forse la verità sta tra il sogno e la vita, forse è lì ad aspettarci nell’attimo raro in cui i nostri occhi incrociano uno sguardo che per qualche ragione, o forse per nessuna, ci restituisce un sentire nel cuore che si era un po’ addormentato e in quel momento pensiamo, son vivo davvero, ed è come se cerchi si chiudessero e uragani spazzassero via tutto ciò che non serve più. Forse la verità sta nel dolore che proviamo quando qualcuno ci ferisce, è lì incastrata nei ragionamenti che facciamo per capire perché siamo stati fermi e abbiamo passivamente accettato che ci facessero del male. Forse sono tutte occasioni, in fin dei conti, per scorgere anche solo da lontano qualcosa che alla verità assomigli, qualcosa che assomigli a noi, all’istinto che ci guida, al modo in cui percepiamo la nostra vita.

Di sicuro, c’è verità nelle mie gambe e nei mie passi mentre corro. La corsa mi ha fatto un grande dono: mi ha mostrato che nella fatica dei passi veloci, nella meta che mi sono prefissa di raggiungere, nei motivi per cui il mio cuore continua a scegliere di alzarsi dal letto e viaggiare, c’è qualcosa che, in verità, profondamente mi appartiene. Le mie corse sono silenziose e private, intime e umili; non ho manifesti appesi alle pareti delle stanze, e a quelle virtuali, che dicono dove sto andando, per cosa mi sto allenando; le mie corse sono mie. Recentemente ho capito, con grande sollievo, che non mi importava mostrare o dimostrare e che la verità si nascondeva in ciò che stavo facendo e non in ciò che avrei potuto raccontare. E mi è sembrato una benedizione il fatto che potessi raccogliere un sogno che avevo perso nel troppo rumore, e semplicemente provare a realizzarlo.

L’outsider, nel linguaggio sportivo, è chiunque non sia considerato come probabile vincitore di una gara, uno che sta ai margini. E che può diventare una rivelazione, agli occhi di chi l’aveva lasciato a lato, senza troppe cerimonie. Ho considerato, con una certa finalmente piacevole sorpresa, che è così che si è svolta la mia vita ed è così che continua a svolgersi. Il mio percorso di studi non ha niente di normalmente canonico, e così i percorsi che ho seguito nel lavoro, nel costruire una famiglia, nell’avvicinarmi alla corsa. Eppure, per la prima volta nella vita, ho capito e detto ad alta voce che ciò che consideravo come svantaggi, non lo sono affatto.

L’outsider che è in me forse non si è ancora rivelato, ma di certo una rivelazione è ciò che ho ricevuto in dono. Un nocciolo di verità che ho stretto tra le mani, un pensiero prezioso: non arriverò a correre le mie gare nonostante tutto, nonostante l’età, gli impegni, le responsabilità, ma proprio grazie a ciò. Correrò perché ho un grande desiderio e poco importa se parto dalle retrovie. In fondo potremmo averne piene le scatole dei millantatori sui piedistalli, dei farisei in bianche vesti, delle urla megalomaniche di qualche personaggio che poi in realtà non conclude niente, o perlomeno non conclude niente di vero, perché ha fatto delle cose della vita meri strumenti che potessero restituirgli una qualche consistenza, come se gli applausi potessero trasformare la polvere in oro.

Non ho platee a lanciare rose nel mio tragitto, non voglio niente in cambio, non ho richieste o bisogno di riconoscimenti, ma pagliuzze dorate, nelle mie gambe che corrono. Scintillano e si accendono e mi fanno ben sperare che l’unica verità, quella di cui ho bisogno, è già dentro di me. E brilla.

Un’altra certezza porto oggi nel cuore: gli outsider hanno un grande Running Heart, che li muove dai nascondigli in cui la vita li aveva infilati, verso le vette luminose delle montagne più alte che siano mai state scalate. Che c’è più verità nelle nostre corse scombinate, che in ogni parola vuota che ci è stata rivolta.

E allora corriamo, corriamo, corriamo. E stiamo a vedere, chissà mai che è proprio là, in cima, che infine arriviamo.

 

(photocredit: lzf on DepositPhotos)

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