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Running with Jimi Hendrix

  • 2 minute read

Il 18 agosto di 50 anni fa Jimi Hendrix salì sul palco del festival di Woodstock. Era il terzo  giorno di quella kermesse sonora per molti versi folle e improvvisata. Il giorno prima aveva piovuto violentemente e parte del pubblico era stremato dall’attesa e da giorni ininterrotti di musica e attività ricreative “alternative”. Parte se n’era già andata e Hendrix imbracciò la sua Fender Stratocaster che era ormai l’alba. Quello che eseguì però non fu quello che si aspettava il pubblico, o almeno non del tutto. Quella musica però era destinata a restare nella storia, non per la melodia in sé – che poi tutti conoscevano benissimo – ma per come lui la eseguì. Dalla sua chitarra quel giorno uscì un Inno Americano che nessuno aveva mai sentito. Le note erano percepibili e riconoscibili ma l’impasto sonoro era una cosa mai sentita prima: la Fender di Hendrix aveva una voce, urlava, lacerava il silenzio di quell’alba, rombava come bombardieri in picchiata sul Vietnam bombardato, tuonava e tornava a soffrire e sanguinare. Quella non era solo la voce della sua chitarra e di Hendrix: era la voce di un popolo e lui l’aveva fatto parlare per la prima volta nella storia. Quella voce raccontava tutte le sofferenze delle minoranze, degli oppressi, gli orrori della guerra, le lacerazioni di una società straziata dai contrasti e dalle violenze. Quello era il vero inno: era un inno di dolore.

Alcuni definirono quell’esecuzione irrispettosa, altri dissacrante, altri geniale. Ma quella non era solo musica. Era una voce che diceva cose difficili, era un grido potentissimo lanciato da un figlio di quella nazione che sapeva usare alla perfezione due strumenti: la voce e la chitarra. E li usava così bene che li scambiava, con una maestria e un’eleganza che nessuno è mai riuscito a replicare. Poteva parlare con la chitarra o suonare con la voce e poi fare il contrario. Poteva unire funky, rock e blues e mescolarli in qualcosa di mai sentito. Poteva prendere la tradizione musicale americana e farla diventare una cosa mai sentita prima, innovando allo stesso tempo la tecnica con cui suonare la chitarra e dandole suoni e vibrazioni mai sentite.

Era maniacale nella sua ricerca della perfezione: spese una fortuna gli ultimi anni della sua vita per costruire uno studio di registrazione all’avanguardia e si dice che arrivò a registrare decine di volte la stessa traccia finché trovò quella che gli andava bene (esasperando nel frattempo il resto della band e i tecnici che li registravano).

Doveva arrivare a dire esattamente quello che aveva in testa ed era chiaro che non si trattava solo di musica. Il suo era un discorso pubblico, di impatto sociale, fatto di rivendicazioni politiche e pacifismo.

Hendrix non scrisse ed eseguì solo musica straordinaria e perfetta. Non innovò solamente il modo di suonare la chitarra elettrica (Rolling Stone USA l’ha definito il più influente e importante chitarrista della storia). Hendrix salì su un palco e fu la voce di una generazione, di una nazione, di un’umanità.

(Photo Hannu Lindroos / Lehtikuva)

4 commenti
  1. Paolo Moretti ha detto:
    31 Luglio 2019 alle 15:00

    Questa volta hai raggiunto il Top, il più bel articolo mai scritto CHAPEAU

    Rispondi
    1. Martino Pietropoli ha detto:
      31 Luglio 2019 alle 15:22

      Grazie Paolo!

      Rispondi
  2. Paolo Moretti ha detto:
    31 Luglio 2019 alle 15:04

    Nella play list manca Electric Ladyland ottima per un lungo lento

    Rispondi
    1. Martino Pietropoli ha detto:
      31 Luglio 2019 alle 15:22

      Aggiungo, è vero! Grazie :)

      Rispondi

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