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Andare più forte dopo i 30 anni

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Negli Stati Uniti ci si può qualificare per i trials per le Olimpiadi anche come semplici atleti. Basta, naturalmente, fare certi tempi che, per la maratona, sono quelli al di sotto delle 2 ore e 45 per le donne.

Questa soglia è quella che ha tenuto a mente per i suoi lunghi e faticosi allenamenti Lindsay Crouse, una editor del New York Times che un giorno si è posta nuovi limiti da superare: tipo qualificarsi, appunto, per i trials delle Olimpiadi. 

Dal tipo di lavoro che fa puoi già capire che non si tratta di una giovane atleta, tantomeno seguita da staff di medici e allenatori. Si tratta di una lavoratrice che, come quasi tutti noi, si allenava nel tempo libero e, se il tempo libero non ce l’ha, lo ruba al sonno o lo trova con i denti, se necessario.

Lindsay non ha nemmeno 25 anni. Ha superato abbondantemente i 30 e non ha mai fatto neanche lontanamente i tempi richiesti per entrare nelle qualificazioni per le Olimpiadi. Eppure da buona giornalista ha notato che sempre più donne attorno a lei correvano sempre più forte e ottenevano risultati via via più incredibili.

C’erano anche dei numeri a confortarla e motivarla: nel 2017, Shalane Flanagan vince la Maratona di New York dopo 4 decenni che nessuna americana la vinceva. Ha 36 anni. Alle qualifiche per i trials del 2016 a qualificarsi furono solo 198 donne. Quest’anno sono state 511. Di uomini capaci di qualificarsi in questa proporzione non se ne sono visti.

Deve essere successo qualcosa.

Determinazione

Nel suo coinvolgente racconto sulle pagine del New York Times Lindsay non dà una spiegazione ben precisa. Non è riuscita a trovare la formula infallibile per migliorare i propri tempi anche superati i 30 anni. Ma non restare delusa: la lezione che ha tratto si adatta non solo alla corsa ma alla vita in genere, come molte cose che riguardano la corsa. 

Durante la scorsa estate ha iniziato ad allenarsi con l’obiettivo di migliorare sensibilmente la propria velocità e la resistenza. La formula non è diversa da quella che già conosci: allenamenti costanti, motivazione, ripetute, miscelare il tutto e rifare n volte.

Quella che si è fortificata e affinata, parallelamente alla sua forma fisica, è stata la consapevolezza che poteva cambiare, migliorare e che non valeva solo per la corsa ma per la sua vita in senso più lato. Il fatto di ottenere risultati nella corsa ha attivato un interruttore nel suo cervello e l’ha convinta che se poteva osare in un ambito poteva farlo in tanti altri. Ha così ottenuto risultati molto importanti nel suo lavoro, constatando che se poteva imporsi una disciplina che produceva risultati in un certo ambito, questo atteggiamento valeva anche per il resto di ciò che faceva.

Cambio di prospettiva

Uno dei più potenti freni alla nostra evoluzione, nota Lindsay, è l’abitudine che abbiamo a pensare che le cose non possono cambiare. Dopo i 30 anni il picco prestazionale fisico è superato e non si otterranno mai più risultati importanti. L’orologio biologico è implacabile. Non ce la puoi fare, sei vittima del tempo che passa.

E se non fosse vero? Per provarlo Lindsay ha spostato la sua concentrazione sempre più lontano dalla famosissima zona comfort, scoprendo che ciò che mette a disagio continua a farlo. Come scrive lei stessa:

Non è vero che si può trovarsi a proprio agio con ciò che ti mette a disagio. Non diventa mai piacevole. Però può diventare possibile riuscirci.

Alla fine il sottoporsi ad allenamenti molto impegnativi non ha permesso a Lindsay di ottenere un risultato forse al di fuori della propria portata ma le ha lasciato un’eredità più preziosa: porsi obiettivi molto ambiziosi può consegnarci al fallimento ma ci permette di alzare l’asticella delle aspettative e dei risultati. Non riuscire a fare il tempo per qualificarsi per le Olimpiadi le ha fatto capire che, comunque, un miglioramento fisico notevole era nelle sue corde e nelle sue gambe. L’ha sperimentato e l’ha ottenuto, anche se non è bastato. Ci sarebbe riuscita se non avesse osato? Quasi sicuramente no perché non aveva alcun obiettivo particolare.

La lezione esistenziale che ne ha tratto non è pessimista: fallire non ha negato il senso del cammino intrapreso. Lungo la strada ha scoperto una versione migliore di sé che non sospettava esistesse e ha ottenuto benefici che andavano oltre la preparazione fisica e si sono irradiati anche alla vita professionale.

Basta fare tesoro delle esperienze, sognare in grande, porsi obiettivi ambiziosi ma non irrealistici e capire che il fallimento lascia sempre qualcosa di buono: è possibile non riuscire eppure migliorare e scoprire talenti e qualità lungo la strada. Vale sempre la pensa di dirsi “Perché no?”. Molto spesso la risposta è “Infatti: perché no? Facciamolo”.

(Photo by Stage 7 Photography on Unsplash)

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