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Ann Trason – retrospettiva della più forte ultrarunner della storia

  • 5 minute read

Ann è presumibilmente la più forte atleta nella storia dell’ultrarunning. Molti europei forse non l’hanno nemmeno mai sentita nominare il che è come dire che un appassionato di pallone non ha mai sentito parlare di Maradona.

Per chi corre lunghe distanze è una leggenda vivente e non potevamo lasciare Runlovers sprovvisto di un pezzo su di lei, anche se non sarà mai esaustivo. Ann Trason ha dominato la scena dell’ultrarunning per due decadi e proverò a spiegare brevemente chi è, oltre al palmares che già parlerebbe da solo.

Prima di tutto, diciamo che Ann è sempre stata schiva alla fama, alla vanagloria e al parlare di sé stessa; non ha, in pratica, mai rilasciato interviste.
Per noi è normale vedere anche le nullità cercare popolarità e seguito dei fan, nonché considerare gli influencer da social network come vere star; per questo Ann Trason è un personaggio che stride col nostro modo di pensare contemporaneo. A suo modo è un personaggio che potremo definire “di altri tempi”, soprattutto per la sua attitudine low profile che per gran parte delle persone è qualcosa di inconcepibile.

“I’m just a woman who ran a lot”

Ann ha sempre amato correre, e alle superiori già correva. È forte, una ragazza determinata, peccato per un dolore al ginocchio che le dà sempre noia. È proprio il ginocchio dolorante a farle mollare la corsa dopo le superiori, nonostante fosse una promessa dell’atletica leggera. Confesserà poi però che iniziava ad annoiarsi dell’atletica su pista, per il fatto che erano tutti così tanto ossessionati dal cronometro.

Smette di correre per un po’, poi a 25 anni, nel 1985, legge su una rivista di una gara di 50 miglia chiamata American River. Decide di iscriversi, pur non avendo mai provato la distanza.
Si presenta alla gara senza sapere nulla, era una giornata caldissima e non aveva con se nulla da bere. Venne “salvata” da un tizio sul percorso che le diede una bottiglietta d’acqua.
Vince.
Poi però decide di smettere di correre di nuovo, anche se le persone le dicono che dovrebbe continuare.
Ann smette lo stesso, per due anni.

Nel 1987, si trova alla partenza della Western States 100. Anche in questo caso non ha idea di cosa significhi correre 160 chilometri.
Si ritira a metà gara per il troppo dolore al ginocchio. Tuttavia, seppure non felice di come è andata, non è delusa. Ha scoperto il lato unico dell’ultrarunning, quello delle persone che si aiutano, delle vere amicizie e dei volontari che fanno qualcosa perché amano farlo, senza cercare vantaggi personali.
Ne rimane così affascinata che, un anno dopo, nel 1988 si presenta di nuovo alla gara. Parte e si ritira di nuovo dopo metà gara, di nuovo, con un ginocchio dolorante.
Tuttavia Ann è una ragazza determinata e, cosa ancora più importante, sa soffrire.

Un anno dopo quindi, il 1989, decide di ripresentarsi ancora alla Western States 100, la gara delle gare.
Vince.
Sarà la prima delle 14 volte in cui vincerà la 100 miglia più importante al mondo.

L’anno dopo, 1990, si lacera il legamento crociato anteriore.
Continua a correrci su.
Nel 1994 vince ancora Western States 100 stampando il record della gara: 17 ore e 37 minuti. Dopo qualche mese vince anche Leadville 100. Stampa il record anche lì. 18 ore e 6 minuti. Arriva seconda assoluta in classifica.
Il record di Ann alla Western States viene battuto solo nel 2012, diciotto anni dopo, da Ellie Greenwood, nell’anno in cui le temperature in gara furono particolarmente basse; dopo quella volta, nessuna donna è riuscita a correre più forte della Trason. Mai.

Nel 1996, pur soffrendo di dolori al ginocchio, Ann fa la doppietta di vittoria a Western States e Comrades, due gare che si corrono a due settimane l’una dall’altra.
Il dolore al ginocchio è tale che spesso torna a casa dagli allenamenti piangendo.
L’anno dopo decide lo stesso di correre e di nuovo sigla la doppietta Western States 100 e Comrades.

In maratona ha un personale di 2 ore e 39 minuti senza mai aver fatto un allenamento specifico per questa distanza. Questo tempo le vale la partecipazione ai Trials per le Olimpiadi di maratona con gli USA per tre volte.
Nel 2003 vince di nuovo Western States.
Nel 2004 invece, smette di correre.

Quell’anno Ann decide di farsi vedere da un dottore. Il referto dice che ha il legamento completamente strappato dall’osso, deve essere operata.
Il reale motivo che porta la ragazza californiana ad appendere le scarpe al chiodo però è un altro, e non è di certo il dolore fisico, con cui convive praticamente da sempre.
Suo marito, fido assistente in gara e compagno di allenamento, ha un infortunio da cui non riesce a guarire. Ann smette perché lui non può più correre.
All’apice della carriera, quando oramai Ann è imbattibile e corre praticamente per la classifica generale e non per quella di genere, smette, all’improvviso. Molla tutto.

Arriva il 2013; un anno molto strano per la Trason. La storia con quello che era suo marito finisce male, i due divorziano. Sono dieci anni in cui Ann non ha corso nemmeno un metro. Si è limitata a fare dei lunghi giri in bici da corsa, perchè suo marito non aveva male a pedalare. La vita in questo anno viene rimessa in discussione, come spesso succede quando ci si trova a dover affrontare un trauma.
Quell’anno Ann viene invitata dalla direzione della Western States a prendere parte a una serata in veste di ospite, il giorno prima dell’evento. Per quanto per lei sia un “no big deal” è sempre la donna che ha vinto 14 cougar (che ha regalato in giro per i negozi di corsa della zona) ed una leggenda vivente per tutta la scena della corsa su lunga distanza.
Ann partecipa alla cerimonia e il giorno dopo torna sui sentieri della Western States, da volontaria, prestando servizio alla aid station del 70° miglio.

Ad un certo punto un tizio che combatteva per rimanere dentro il tempo massimo di gara chiede se c’è qualcuno che può aiutarlo. Ann decide di partire per fargli da pacer. Alcuni corridori notano la californiana: lei è sinceramente stupita che qualcuno la riconosca, il tizio a cui stava facendo da pacer, invece, non ha idea di chi sia.

Sempre nello stesso anno Ann si ripresenta alla partenza di una 100 miglia, ha 53 anni.
La storia cambia. Ann non vince, ci mette più di 33 ore, una quindicina di ore più lenta di come era abituata a correre. Dice di essere nella forma peggiore della sua vita, ma si diverte, tantissimo, e ritrova la comunità che aveva lasciato, che era ciò che più le mancava. Le vittorie vanno e vengono, la gloria anche, le persone restano.
Ann, ancora adesso, non ha smesso di correre.

Post scriptum

Un giorno di un paio di anni fa, dopo una 100 miglia nel deserto, cerco un passaggio in autostop per tornare in città. Mi piazzo con un cartello vicino a una strada ad aspettare. Arriva una tizia bionda, vestita con un costume in pile di un unicorno, che ha appena corso 50 miglia facendo da pacer a un suo amico.
Mi chiede se mi serve uno strappo dicendomi che, se può aiutare, lo fa volentieri.

7 commenti
  1. Andrea ha detto:
    3 Gennaio 2020 alle 17:59

    Grazie per aver colmato questa mia lacuna d’ignoranza. Affascinante e coinvolgente, sia il racconto che il personaggio. La corsa offre questi scorci, come un bel panorama o un’alba. Ann, per chi ama la corsa come noi, direi che è uno splendido arcobaleno.
    Andrea AM

    Rispondi
    1. Francesco "Paco" Gentilucci ha detto:
      5 Gennaio 2020 alle 20:29

      Gentilissimo. Creare un pò di curiosità su un argomento è una cosa molto bella quando si scrive un articolo.
      Grazie!

      Rispondi
  2. Luca ha detto:
    5 Gennaio 2020 alle 09:07

    Racconto stupendo

    Rispondi
    1. Francesco "Paco" Gentilucci ha detto:
      5 Gennaio 2020 alle 20:28

      ti ringrazio, molto gentile

      Rispondi
  3. Andrea ha detto:
    7 Gennaio 2020 alle 22:38

    i tuoi sono gli unici articoli che riesco a leggere sul running ! Bravo!
    Una curiosità…ma la tizia che hai incontrato chi era alla fine?

    Rispondi
    1. Francesco "Paco" Gentilucci ha detto:
      7 Gennaio 2020 alle 22:40

      Grazie!
      Era Ann Trason! la protagonista dell’articolo, non si capiva?

      Rispondi
      1. Sabrina ha detto:
        8 Gennaio 2020 alle 12:06

        si capiva si capiva.. che bello come scrivi, sembra proprio una chiaccherata tra amici per raccontarsi cose davanti ad una birra! Molto scorrevole, leggero e stimolante!

        Rispondi

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