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La paura di vincere

  • 4 minute read

Quello che tutti abbiamo pensato vedendo Marcell Jacobs vincere la medaglia d’oro nei 100 m alle Olimpiadi di Tokyo è stato un misto di incredulità, stupore, gioia irrefrenabile. Posso dire con una certa sicurezza che quasi nessuno della mia generazione e forse anche oltre ha mai pensato avrebbe visto un oro conquistato in una specialità che sembrava saldamente (e per sempre) nelle mani degli statunitensi e dei jamaicani. E invece è successo l’impensabile.

Non voglio rivivere quei quasi 10 secondi perfetti e ormai consegnati alla storia: li abbiamo tutti rivisti già decine se non centinaia di volte e li rivedremo altre migliaia di volte in futuro (ed è giustissimo così).
Volevo invece fare una riflessione su un pezzo che lo stesso Jacobs ha scritto qualche tempo fa (scrive pure bene, prendere nota). L’ha scritto per The Owl Post, un bellissimo blog sportivo.

Si tratta di una memoria in cui lui racconta il suo cambiamento da atleta molto promettente a vincente. Lui stesso riconosce come fosse considerato (e fosse, in realtà) un atleta a cui succedeva sempre qualcosa prima di potersi esprimere. Si preparava, si allenava, si spaccava la schiena e poi, sui blocchi di partenza, succedeva sempre qualcosa che gli impediva di gareggiare: un fastidio intestinale, un problema muscolare. Invece che provocargli rabbia, queste fatalità lo scaricavano dalla responsabilità di gareggiare: la sconfitta – dice – sembrava quasi più dolce perché in fondo non dipendeva da lui (si poteva sempre dare la responsabilità a qualcun altro o qualcos’altro).

Trovare qualcosa che mi impedisse di fare il tempo-che-avrei-potuto-fare, rendeva la delusione meno amara, perché, in fondo, non è mai stata del tutto colpa mia. La sconfitta può anche avere un buon sapore. Persino il miglior sapore che tu abbia assaggiato fino a quel giorno.

Finché qualcosa gli ha reso insopportabile la sconfitta:

Quando capisci come fare a vincere, la sconfitta inizia a sapere di fango, e l’ultima cosa che vorresti è doverne ingoiare qualche altra cucchiaiata.

Jacobs racconta che durante il lockdown qualcosa è scattato nella sua testa: il vedere che tutto si fermava gli ha fatto capire per contrasto che era tempo di muoversi, che l’andare in fondo a quel rettilineo maledetto dipendeva solo da lui, non di certo dal suo fisico. Improvvisamente ha capito che la vittoria era nelle sue gambe ma che chiedeva una sola condizione: la responsabilità era solo sua, nessuna sconfitta era accettabile e si poteva perdere solo contro chi era più forte, non contro il destino che l’aveva già messo alla prova a causa dell’abbandono del padre e della vita in un paese in cui lui restava ancora diverso (che giorno felice sarà quello in cui non dovremo più fare questi discorsi).
Allora è esploso il campione che aveva dentro e che temeva di uscire fuori. Si è sentito leggero e non ha avuto più paura: il miglior crono europeo e il terzo crono mondiale a Torun, in Polonia, gli hanno restituito una fotografia nitidissima della sua condizione e la sicurezza di avere qualcosa da dire alle prossime Olimpiadi.

Ho sentito voglia di correre veloce, di divertirmi e di fare qualcosa di grande.

C’è una parola fra le sue che mi ha colpito più di altre ed è “divertimento”. Normalmente non lo si associa allo sforzo atletico perché ogni campione o ogni campionessa sembrano spesso di fronte alla prova più importante della vita e sono serissimi. In realtà sono concentrati ma, ecco, non sembrano divertirsi mentre gareggiano. Marcell ha posto invece l’attenzione anche su quell’aspetto.

Non ho potuto non notare e ricordarmi quel sentimento divertito e giocoso che ha espresso anche la nazionale Italiana vittoriosa agli europei. Mi sono detto (nota personale) che il più bel regalo che ci stanno facendo queste nuove generazioni è che si può sorridere e divertirsi. E vincere.
Che non si taglia un traguardo restando seri e soprattutto che sorridere non ti rallenta o non ti rovina la concentrazione.

Forse è un’estate straordinaria, chissà: l’Italia vince gli Europei e gli ori alle Olimpiadi e pensiamo che ci sia un bellissimo disegno a decidere queste coincidenze e magari è solo un caso ma lasciatemelo pensare. Anzi: pensiamolo, perché è bellissimo.

Un paese abituato a pensare che tutto era stato fatto, che tutto era deciso, che niente sarebbe mai cambiato e che non c’era più niente con cui divertirsi ha inaspettatamente una generazione di giovani atleti che non è stata ad ascoltare i vecchi e ha pensato che le cose si potevano fare diversamente, divertendosi.

Non so se c’è un disegno superiore in tutto ciò: forse è un caso e basta. Eppure non posso non notare che questa nuova Italia fa cose che non pensavamo possibili, ci regala gioie, ci insegna come si deve fare: mettendo i propri problemi in una scatola e non pensando che ti definiscano, non dando responsabilità ad altri che a se stessi e vincendo, con il sorriso.

Si può sempre cambiare. A volte, facendolo, ti capita pure di diventare il migliore al mondo. Come ha fatto Marcell Jacobs.

(Photo credits: profilo Instagram di Marcell Jacobs)

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