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La deriva cardiaca: un indicatore da non sottovalutare

  • 4 minute read

Ci sono dei giorni in cui usciamo a correre e nonostante non ci sembri di andare forte o di star facendo niente di che sentiamo più stanchezza del solito. Può capitare a seguito di giornate particolarmente intense, o per aver dormito male o per la più varia serie di motivi.

Nelle ultime settimane, in cui mi è capitato di vivere momenti lavorativi e privati piuttosto intensi, di situazioni del genere me ne sono capitate diverse. Non significa necessariamente che stia succedendo qualcosa al mio corpo, né che lo stia spingendo troppo oltre quanto possa fare, ma è comunque un modo che ha per chiedermi di prestare più attenzione.

Utilizzando praticamente ventiquattro ore su ventiquattro un Garmin (al momento il Forerunner 255, per la precisione) riesco a registrare molti dei dati relativi al mio corpo, e questo mi aiuta per esempio a monitorare le ore e la tipologia del sonno, i livelli di stress e anche l’andamento del battito cardiaco. Quest’ultimo punto riveste, nella stanchezza che ho descritto prima, un’importanza fondamentale. In particolare, per quel che riguarda la parte relativa agli allenamenti, la possibilità di visualizzare graficamente in che modo evolvano i battiti nel mentre della nostra attività ci permette di mettere in evidenza un aspetto importante, quello della deriva cardiaca.

COME UNA BARCA SUL MARE

Non proprio una deriva in senso stretto, ma ciò che si vuole esprimere di base è proprio quello ed è riassumibile nel concetto che il nostro cuore, anche se lo sforzo fisico si mantiene teoricamente costante, tenderà a incrementare i battiti in maniera graduale nel tempo, portandoci verso il valore soglia. Questa variazione incrementale ha diverse cause scatenanti, ma quella principale è lo sviluppo del calore e ciò che questo determina.

La temperatura

Il nostro cuore lavora meglio quando non è in condizioni di stress termico. Mentre corriamo, per quanto tranquilla possa essere la nostra corsa, tendiamo a produrre calore. Un po’ lo disperdiamo con il sudore, che è un meccanismo di difesa del nostro organismo utile a far tornare la temperatura verso valori più sopportabili, un po’ lo trasformiamo in energia (o meglio, un po’ del calore prodotto stimola e accelera l’attività cellulare).

Il tentativo del corpo di far diminuire la temperatura tramite la sudorazione causa però una perdita di fluidi, determinando anche l’addensamento del sangue nei vasi. Poiché facendo uno sforzo – correndo, a esempio – i muscoli richiedono molto più ossigeno del normale per funzionare, il cuore si trova in condizione di dover aumentare la gittata cardiaca (cioè quanto sangue immettere in circolo) o aumentare i battiti. Nella maggior parte dei casi fa entrambe le cose, perché dopo un certo periodo – più o meno breve a seconda delle condizioni di allenamento – non riesce più a mandare in circolo una determinata quantità di sangue in un certo tempo, e deve pertanto aumentare il numero dei battiti. Anche se lo sforzo apparente, la velocità o il passo rimangono costanti.

Nei casi in cui la perdita di liquidi sia graduale e consenta comunque all’atleta di correre e mantenere costante il passo, l’aumento dei battiti avverrà in maniera graduale man mano che lo sforzo che facciamo va avanti nel tempo.

COSA SIGNIFICA TUTTO QUESTO?

La deriva cardiaca – in un eventuale piano di allenamento in cui ci si basa sui valori di soglia e sulle percentuali cardiache – gioca un ruolo di primo piano, principalmente perché corriamo il rischio di valutare in maniera errata il singolo allenamento (magari quello su cui andiamo poi a calcolare il ritmo per la nostra performance di gara), conducendoci verso un errore facilmente aggirabile conoscendo come il nostro cuore si è comportato nel tempo.

A questo proposito lo sviluppo e il supporto tecnologico applicati a un’attività sportiva come la corsa ci vengono incontro, e andare a dare un’occhiata allo storico delle nostre corse per capire quando abbiamo avuto le problematiche maggiori potrebbe e dovrebbe entrare a far parte delle cose che facciamo abbastanza di frequente per monitorare il nostro stato di salute. In uno degli ultimi studi sull’argomento viene sottolineato – ancora una volta, mi verrebbe da scrivere – come il modo per minimizzare la deriva cardiaca sia anche quello che ci permette di correre più a lungo d’estate o comunque al caldo: bere molto, anche e soprattutto durante l’attività e anche se non abbiamo lo stimolo della sete.

Una breve ma necessaria puntualizzazione per le donne che corrono. Durante la fase luteinica, cioè quella che va dall’ovulazione a circa metà del ciclo mestruale, fino all’eventuale inizio delle mestruazioni e della fase follicolare successiva (se non si instaura una gravidanza), è possibile che la deriva cardiaca si manifesti con maggiore intensità anche senza che ci siano degli stress termici importanti. In questa fase, pertanto, è bene prestare particolare attenzione e ascoltare – ancora di più – i segnali che il nostro corpo ci invia.

(Credits immagine principale: Maridav on DepositPhotos.com)

Bibliografia parziale
Menstrual cycle effects on cardiovascular drift and maximal oxygen uptake during exercise heat stress, di Stone et al., 2021;
Cardiovascular Drift During Heat Stress, di Wingo et al., 2012.

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