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La solitudine del maratoneta

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C’è un riformatorio della contea di Essex, Regno Unito. Un ragazzo sta correndo.
Il luogo potrebbe portarci subito a una libera associazione: è in corso un’evasione. E invece il ragazzo si sta semplicemente allenando, lo fa ogni mattina da quando è arrivato in quel posto. Il direttore l’ha convinto che con quel fisico può correre la maratona ed è sicuro che dalle gambe del ragazzo arriverà un trofeo ai prossimi giochi atletici organizzati tra i penitenziari inglesi.

Parlare di maratona all’interno di un’istituzione penitenziaria sembra un paradosso, eppure Alan Sillitoe riesce a costruire un racconto che raggiunge profondità pazzesche.

La libertà, dietro le sbarre

Il protagonista de La solitudine del maratoneta vive a ogni allenamento il peso di una doppia condanna: quella per rapina che l’ha portato dietro le sbarre di un riformatorio e un’altra, più sottile, rappresentata dalle ambizioni di vittoria del direttore. In più circostanze ha la possibilità di evadere, lungo il circuito che percorre più volte ha individuato i passaggi verso il mondo libero, ma sembra non curarsene.

In realtà, nella testa del prigioniero è scattato qualcosa, un’idea di libertà che si discosta parecchio dagli schemi tipici del penitenziario, dove i confini fisici sono evidenti e il concetto di separazione viene masticato ogni giorno. La corsa è diventata la chiave di una nuova libertà: «questo spasso della maratona, è il migliore di tutti perché mi permette di pensare, tanto bene che imparo le cose anche meglio di quando sono a letto durante la notte». Ecco che gli allenamenti diventano il luogo in cui riconoscersi. Il protagonista cresce pagina dopo pagina in consapevolezza e torna più volte indietro nel tempo, guardando alla condizione della sua famiglia e alle ragioni che lo hanno portato dietro le sbarre. Una storia tipica della working class della provincia inglese, in cui bambini cresciuti per strada sono chiamati a saltare a piè pari l’adolescenza e catapultarsi subito nella complessità del mondo degli adulti. Finire al riformatorio diventa quasi fisiologico.

Ma intanto gli allenamenti continuano, la gara si avvicina e crescono le aspettative del direttore del riformatorio che ormai tratta il suo atleta-detenuto come una specie di cavallo da corsa.

Un cervello in movimento

La solitudine del maratoneta è un racconto a metà tra la confessione e il flusso di coscienza, entriamo nella mente del protagonista così a fondo da guardare alla corsa in maniera molto più attenta del solito: il ragazzo che sta percorrendo il solito circuito attorno al penitenziario, non è semplicemente uno che corre, ma è un cervello in movimento. È la corsa a liberare il conflitto interiore ed è sempre la corsa a creare l’ennesimo paradosso di questa storia: «quando i miei occhi si accorgono che sono vicino alla fine del percorso faccio uno scatto, e posso farlo così veloce perché fino a quel momento ho l’impressione di non aver corso affatto e di non aver sprecato la minima energia. E ci sono riuscito perché ho continuato a pensare», praticamente una sorta di trance mentale in cui si anestetizza la fatica fisica sentita permettendo al corpo di continuare a essere in movimento.

In tanti altri racconti sulla corsa abbiamo notato quanto siano presenti alcune costanti: la fatica fisica, il superamento della soglia, il dolore. Con La solitudine del maratoneta, invece, ci troviamo di fronte a un personaggio che vive la corsa in maniera quasi disincantata, non come un’attività fisica ma un rifugio. Il risultato finale, la gara, diventa poco interessante, serve solo al direttore e agli scrittori di annuari.

Una lettura che spinge a correre

Questa celebre storia dà il titolo a una raccolta di racconti di Alan Sillitoe pubblicata nel 1959 e arrivata in Italia grazie a Minimum Fax (con una bellissima prefazione di Paolo Giordano). Il resto dell’opera si sposta su vicende ben radicate nel contesto inglese di Nottingham, dove si esaltano le qualità narrative di Sillitoe nel parlare di sobborghi, sconfitti e destino con un approccio autentico, onesto, sempre in grado di avvicinare il lettore alle tante forme di incomunicabilità quotidiane.

Può capitare, dopo aver letto e sistemato il libro sullo scaffale, di allacciare le proprie scarpe e andare a correre. Può capitare anche di incontrare altre persone che corrono come noi. Concentrati, in preda a pensieri e storie, come tanti romanzi che si muovono liberi su strade e piste ciclabili, mentre attorno a loro governa la fretta.

«Così all’altezza del fienile decisi di lasciarmi tutto alle spalle e feci un tale scatto, malgrado i chiodi che avevo nella pancia, che in brevissimo tempo diedi un enorme distacco sia a quello di Gunthorpe sia agli uccelli».

Andrea Martina

(Credits immagine principale: Pablo García Saldaña on Unsplash.com)

 

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