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Perché dopo una gara sei triste?

  • 4 minute read

L’hanno sperimentato in molti: dopo aver raggiunto un risultato importante per ottenere il quale ci si preparava da settimane o mesi, non si prova ciò che si pensava di provare. Può trattarsi di un’importantissima vittoria sportiva per atleti professionisti o anche il “semplice” fatto di aver completato una maratona.
Specie quando ci si prepara così a lungo per sostenere una prova che si consuma nell’arco di poche ore (o anche di pochi minuti o secondi, per alcuni) è inevitabile proiettare ogni sforzo in quella direzione. Caricandola alla fine di aspettative esagerate o immaginandola con tale precisione da rimanerne inevitabilmente delusi quando, alla fine, accade.

Dov’è l’errore che si compie? Non è solo uno: i principali sono, come detto, quello di proiettare e concentrare ogni aspettativa su un singolo evento che non dipende solo da noi e che è condizionato da molteplici fattori e infine quello di considerarlo un fine, una validazione delle nostre capacità. Se ottieni il risultato che pensavi di ottenere la soddisfazione non compenserà la delusione nel constatare che le aspettative sono andate deluse.
Quindi? Non bisogna nemmeno tentare nel timore che il successo possa non darti gioia? Ovviamente no.

Quanto dura la felicità

Come dicevo, la sensazione di insoddisfazione non riguarda solo noi amatori ma anche atleti professionisti, specie quando ottengono vittorie che li collocano nell’Olimpo degli sportivi. Se non esiste vittoria più grande di quella (tipo l’essere campioni del mondo in qualche disciplina) quale può ragionevolmente essere la motivazione che li spinge dopo a continuare a gareggiare? Vincere la stessa cosa più volte? Tentare in un’altra disciplina? Evitare di deprimersi? Forse far pace con il fatto che non conta solo la vittoria è già un passo.

Come diceva Agassi:

Una vittoria non ti fa stare bene quanto una sconfitta ti fa stare male, e il benessere che ti dà vincere dura molto meno del malessere che deriva dal perdere.

Forse una radice della delusione che deriva dalla vittoria (che, ripeto, può essere anche completare una mezza maratona o una maratona, non serve mica vincerle) è legata proprio alla sua durata, che impallidisce se paragonata a quanto brucia fallire.

The Arrival Fallacy

Questa sensazione ha un nome preciso e si chiama “arrival fallacy”, ossia “la fallacia della meta raggiunta” (come suggerisce Annamaria Testa, citando l’inventore di questa definizione, il professore di psicologia di Harvard Tal Ben-Shahar): consiste nell’idealizzare lo scopo che si persegue, sia esso un risultato sportivo ma anche il possesso di qualcosa.

Ti è mai capitato di aver desiderato un vestito, un oggetto o un’esperienza e, dopo esserne entrato in possesso, non averne avuta nessuna particolare soddisfazione? La psicologia spiega che siamo molto bravi a fabbricare fantasie sul “come sarà o come potrebbe essere fare/avere/vivere qualcosa “ così come siamo bravi a illuderci che quella sensazione abbia una durata indefinita. Come invece ti spiega Agassi, la felicità dura poco, esattamente come la vittoria.

Conta il viaggio, non la destinazione

Sento che ti stai disperando: ma se ottenere qualcosa, specie a costo di grandissimi sforzi personali, non produce una sensazione duratura, a cosa serve impegnarsi? Che senso ha tutto ciò?

Non porre la condizione “Se succede, allora”, cioè non far dipendere la soddisfazione che proietti nell’evento futuro dal verificarsi di questo evento. “Se completo la gara con il tempo che mi sono prefissato, allora sarò felice”. Così ti inganni e basta, creando una condizione-tranello che non ha di per sé il potere di darti una felicità duratura. Ma quest’ultima affermazione la puoi leggere anche in altro modo: così come non ha la facoltà di darti felicità duratura, non ha neanche quella di darti una tristezza senza fine. La vittoria o il raggiungimento di un certo risultato a cui aspiravi hanno una durata definita e devono essere goduti quando accadono. E basta.

Si dice che “conta il viaggio, non la destinazione” e in questa massima sta la soluzione al dilemma. Ce lo insegna Eliud Kipchoge, uno che, a giudicare dal numero di vittorie conquistate, dovrebbe conoscere bene la sensazione di insoddisfazione che ne deriva. E invece proprio il suo comportamento spiega come gestire i risultati: dopo ogni vittoria lui è soddisfatto ma non festeggia mai in maniera sconsiderata. Lui pensa già alla prossima sfida, che non significa – bada bene – che non sa godersi il risultato. Lo considera solo per quel che è, cioè una soddisfazione passeggera.

Pensare che lì finisca tutto e che nella vittoria si esaurisca ogni aspirazione lo porterebbe a credere di essere arrivato, mentre preferisce, saggiamente, considerare di essere sempre in viaggio. Essere in movimento verso nuove sfide è ciò che lo motiva e le vittorie sono solo pause. Durano un battito di ali, vanno godute ma presto dimenticate o meglio relegate in un breve lasso di tempo da ricordare ma non da rivivere ossessivamente.

Qui e ora

Lo dicevano anche gli antichi romani: quel che conta succede hic et nunc, qui e ora, nel momento presente. La vittoria o qualsiasi risultato ti prefiggessi si compiono adesso, il viaggio per arrivarci è stato un insieme di attimi presenti che ti hanno avvicinato a quel momento.
La serenità deriva dal saper vivere pienamente quell’attimo, apprezzandone le qualità e trascurando la sua fugacità.
Quell’attimo che cercavi e per il quale hai sofferto dura, appunto, un attimo. E quando è passato c’è solo da pensare al prossimo, senza dare tempo alla tristezza di impossessarsi di te. Sei di nuovo in viaggio.

(Credits immagine principale: Orlaimagen on DepositPhotos.com – parzialmente ispirato da Outside)

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