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La corsa, il buio e l’esser donna

  • 3 minute read

Adesso che viene sera tornerò a casa e so già che le mie scarpe da corsa mi aspetteranno, pronte a portarmi via da una giornata di lavoro spingendomi verso un momento libero, tutto mio, in cui posso anche prendermi il lusso di non pensare a niente. Incominica a fare freddo, è vero, ma è un fastidio che dura giusto il tempo di correre i primi chilometri, poi passa in fretta. 

Vedrò tutte quelle auto stipate agli imbocchi delle rotatorie, con le nuvole di fumo che spuntano dai tubi di scappamento e i clacson nervosi. E io libero, sulla mia pista ciclabile, a sentirli lontani. Incontrerò gente che prima di cena porta a spasso il cane, qualche rider avrà iniziato già a fare le prime consegne e poi ci saranno tanti altri runner come me. Con alcuni è quasi un incontro abituale anche se, andando avanti con l’inverno, sarà sempre più difficile riconoscersi tra berretti e passamontagna. 

Mi accorgo solo adesso che tra tutti quei volti non troverò una donna. Perché viene sera. E le donne, di sera, preferiscono non correre. 

Realizzo questo particolare solo adesso che la cronaca mi ha messo davanti l’ennesima brutta storia che vede una donna ammazzata. E io qui, a correre con questa libertà di cui me ne faccio poco, a sentirmi responsabile di quello che sta succedendo, pensando soprattutto ai miei studenti che incontrerò domattina.

Ogni anno porto le mie gambe a spasso per oltre duemila chilometri, correndo in città e in campagna, sulle spiagge, per strade sterrate. Di giorno e anche di sera. Quasi sempre da solo. E non c’è stata mai una volta in cui io mi sia sentito minacciato o in pericolo nel trovarmi da solo lontano da casa. Al limite avrò mandato al diavolo qualche automobilista che non rispettava un attraversamento pedonale, ma il pericolo è qualcosa che non mi appartiene quando corro.

Dovrei sentirmi privilegiato. E già questo mi fa capire di abitare in un mondo sbagliato perché il mio privilegio, purtroppo, dipende dall’essere uomo.

Tempo fa ricordo di aver visto di fronte a me una donna che correva sulla mia stessa ciclabile, appena ci siamo incrociati le ho fatto un saluto. È una specie di codice che mi hanno insegnato i runner più esperti: quando si incontra un altro runner è bello salutarsi, è un po’ come dire “sono con te, nella tua felicità, nella tua fatica”. Ogni tanto qualcuno risponde al saluto, ogni tanto è troppo preso dallo sforzo fisico e nemmeno se ne accorge. Non fa niente. Quella donna che avevo salutato, però, non solo non mi aveva risposto, ma istintivamente si era spostata sul ciglio della strada temendo chissà cosa. Lei ha avuto paura di me. Io ho avuto paura di cosa stiamo diventando.

Penso a quella mia studentessa che un giorno in classe, mentre si parlava del catcalling, mi aveva confessato di essere costretta a fare il giro lungo per andare all’allenamento di pallavolo perché così riusciva a evitare un bar dove i clienti la infastidivano e la squadravano.
E questi ricordi mi sono tornati proprio adesso che viene sera, vedo solo correre uomini e credo di capire il perché. All’improvviso non mi basta più sentirmi estraneo al problema, dire a me stesso che non sono così, che la violenza non mi appartiene.
E non è normale nemmeno pensare a soluzioni come correre insieme o creare gruppo per sentirsi più sicuri. Non credo che organizzare un servizio scorta sia qualcosa di logico.

A me piace correre da solo, perché una donna non può vivere la stessa libertà? Perché deve fare mille calcoli sul dove, quando e con chi andare a correre? Perché non può allacciarsi le scarpe e andare e basta, così come faccio io?

Adesso che viene sera andrò a correre, come faccio tante sere. 

Non mi sentirò libero perché da qualche parte, in qualche casa, una donna avrà visto il sole tramontare e avrà deciso che per oggi, forse, è meglio evitare di andare a correre.

Andrea Martina

1 commento
  1. Zia Mö ha detto:
    24 Novembre 2023 alle 10:09

    Grazie di cuore per l’articolo ❤️

    Rispondi

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