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Alla ricerca di se stessi

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Da questa settimana, ogni fine settimana, scegliamo due delle storie più belle pubblicate su Goodmorning Runlovers, la newsletter curata da Andrea Corradin che puoi leggere in meno di un minuto. Ti arriva nella casella di posta ogni giorno dal lunedì al venerdì, entro le 8:30.
Se non sei iscritto ti basta cliccare su questo link o sul banner in alto.

Queste sono due storie, distanti geograficamente e umanamente. Eppure hanno qualcosa in comune che ci ha fatto pensare che insieme stessero benissimo. Sono quelle di una persona di cui non hai probabilmente mai sentito parlare, e quella di un’altra che molto probabilmente conosci. Entrambi sono alla ricerca di qualcosa, entrambi sono in cammino.

Non importa da dove arrivi

Non importa da dove arrivi. Chi eri nella tua vita precedente. Che problemi avevi. Importa solo cosa hai scelto di fare oggi per superarli.


La punta di Cape Angela nel nord della Tunisia, è il punto più settentrionale del continente africano.

Il 7 Aprile 2023, tra i turisti europei intenti a gustarsi un bel daiquiri alla fragola, sul lungomare si vede arrivare correndo un giovane.Ha una lunga barba rossa. Appare stanco ma sorridente.
Supera un nastro rosso che simula un traguardo. Poi lo abbracciano gli amici in festa.

Lui è Russell Cook, un ultra runner inglese di 27 anni, con un passato contraddistinto da problemi di alcolismo e gioco d’azzardo.

Per affrontare i suoi demoni un giorno, dopo aver toccato il fondo l’ennesima volta, ha deciso di cambiare tutto. Mettendosi alla prova in imprese sportive estreme.
Come quella conclusa ad Aprile sulla costa tunisina. Ha attraversando tutta l’Africa di corsa. Dal Sudafrica alla Tunisia.

349 giorni. 16.294 km. 19,1 milioni di passi. 16 stati. Nel mezzo: montagne e deserti, una rapina subita in Angola, un ricovero ospedaliero in Nigeria, problemi diplomatici in Mauritania.
Ma ci è riuscito, è entrato nella leggenda.

 

Oltre ad aver ispirato migliaia di persone, ha raccolto 790.000 sterline destinate a due associazioni benefiche: Running Charity, che mira ad aiutare i giovani senzatetto, e Sandblast, che gestisce programmi educativi nei campi profughi in Algeria.

Per alcuni un pazzo. Per altri un esempio di tenacia e altruismo.

Scegliete voi.

Ci sono voluti diversi anni trascorsi a toccare il fondo per iniziare a pensare: l’unico modo per uscirne è assumermi la responsabilità assoluta della situazione in cui mi trovo. Devo cercare di migliorarmi e portare energia positiva là fuori nel mondo, impegnandomi, lavorando su me stesso e poi, lentamente ma inesorabilmente, percorrendo la salita.
Fonti: The Guardian

Dietro ogni persona c’è una storia

Il mese di Dicembre solitamente è quello caratterizzato dai preparativi per il Natale. Non per Dennis, o perlomeno non quell’anno, il 1966.

Suo padre Philander, ex membro dell’aeronautica statunitense, ha deciso di abbandonare la famiglia e trasferirsi nelle Filippine per costruirsi una nuova vita. Quell’evento caratterizza sicuramente l’infanzia che il ragazzo trascorre in uno dei quartieri più poveri di Dallas, con la madre e le due sorelle. Lui è un ragazzo timido e introverso. Diversamente dalle sorelle, non eccelle nello sport. Fatica a sentirsi accettato.

Finita la scuola inizia a lavorare in aeroporto. Ma viene arrestato per aver rubato alcuni orologi: voleva impressionare i compagni di classe. Lo licenziano e sua madre lo caccia di casa. Diventa un homeless. Dorme da amici o nei parchi della città. Trascorre anni complessi, che lo segneranno.
Ma poi cresce di 23 centimetri in un anno. La sua statura non lo fa più passare inosservato. Dennis Rodman viene notato nelle sue partitelle al campetto da basket. Gli offrono una borsa di studio in un remoto college in Oklahoma. Quella è la svolta che lo porterà ad affacciarsi all’NBA, selezionato dai Detroit Pistons.

A Detroit trova un padre, l’allenatore Chuck Daly. Con lui bel 1989 vince il primo campionato. Vince anche l’anno successivo.

Sembra la classica storia del ragazzo che si riscatta. Qui si commuove teneramente alla consegna di un premio.
Poi nel 1992 crolla in una crisi personale e sportiva. Divorzia. Abbandona la figlia neonata. Lascia i Pistons. L’11 febbraio 1993 viene trovato addormentato in un parcheggio con un fucile puntato alla testa. Demoni e fantasmi, dolore e rabbia.

Ma quella notte il ragazzo di Dallas inizia una seconda vita. Forse non quella che ti immagineresti.

Reinventa la propria immagine: un look da ribelle, tatuaggi, piercing capelli colorati. Diventa una rock star. Controverso. Eclettico. Trasgressivo. A tratti geniale. Ha una relazione con Madonna. Matrimoni lampo. Nottate nei casinò di Las Vegas. In campo forte, ma fuori dal parquet follia allo stato puro.

Dennis Rodman in uno dei suoi look. Photo: ATHLETA MAG

Sulla via del tramonto, durante l’ennesima fase autodistruttiva, finisce ai Chicago Bulls di Michael Jordan e coach Phil Jackson, di cui diventa un fedele soldato. In campo torna invincibile: vince 3 titoli NBA di fila.

Dopo la fine della carriera sportiva rimarrà un personaggio mediatico, sempre pronto a far parlare di sé. Lontano il ricordo di quel giovane atleta riservato.
Un uomo ancora oggi in lotta con i suoi demoni.

Nel 2012, invitato sul palco per celebrare l’inserimento nella Basketball Hall of Fame, ha commosso il pubblico.

Incapace di reggere l’emozione, si è mostrato in tutte le sue difficoltà, mettendosi a nudo e riavvolgendo il nastro della sua vita.

Se qualcuno mi chiede se ho qualche rimpianto nella mia carriera da giocatore di basket, rispondo che ho un solo rimpianto: avrei voluto essere un padre migliore.
Si cerca sempre di dividere il mondo in buoni e cattivi.

Ma dietro a ogni persona c’è una storia, spesso nascosta.

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