Abbiamo scritto un libro. Dopo tanti anni di Runlovers abbiamo voluto raccogliere in questo oggetto antico eppure sempre attuale fatto con tante pagine di carta (ma c’è anche in versione digitale) il nostro pensiero sulla corsa e sulla vita. Ma non temere: non è un libro che ti vuole insegnare a vivere: non ne siamo capaci (nessuno ne è capace) e non è proprio quello che avevamo in mente. Volevamo parlare di corsa e di come il praticarla ci ha fatto cambiare prospettiva sulla vita. La stessa cosa è accaduta a tantissime altre persone alle quali pensiamo di aver dato voce e la nostra speranza è che la possa cambiare a tante altre che ancora non corrono.
Questo e quelli che seguiranno nelle prossime settimane sono alcuni estratti di Correre ti cambia (la vita).
Buona lettura.
Capitolo 3 – Chi sei?
È difficile rispondere alle domande, anche le più semplici, pensa a «Come stai?». È una domanda comune a cui, nel novantanove per cento dei casi, rispondiamo «Bene». E poi passiamo oltre. In verità, quel “bene” è quasi sempre una bugia, ed è come se quelle quattro lettere fossero formate da una frase molto più lunga e articolata, che si potrebbe riassumere in «Ho un sacco di problemi, pensieri e pesi da portare, ma non ho voglia di parlarne e quindi ti dico che va tutto bene, così passiamo all’argomento successivo». Tuttavia rimane sempre un po’ di riconoscenza nel sentirsela porre, perché implica una sorta di attenzione nei nostri confronti.
Alziamo il livello di difficoltà, perché c’è un’altra domanda – che disorienta – a cui, nell’arco della no- stra vita, diamo sempre risposte diverse, sempre giu- ste, ma mai veramente complete. Una domanda di sole sei lettere:
CHI SEI?
Da bambini, appena impariamo a parlare, rispondiamo con il nostro nome: è ciò che ci definisce e ci dà un’identità. Poi, crescendo e aumentando la percezione e cognizione di noi stessi, la questione si fa molto più complicata, fino a diventare praticamente irrisolvibile. In fondo, come non smettiamo mai di impara- re, non smettiamo mai di conoscerci.
Ed ecco tornare in scena la nostra amica e piccola, costruttiva, ossessione: la consapevolezza.
Per sintetizzare al massimo, possiamo dire che sia- mo degli esseri bidimensionali, ossia composti da due dimensioni.
La prima, la più visibile, è la dimensione corporea. Come siamo fatti? Quanto siamo alti? Quanto pesiamo? Quali sono le nostre caratteristiche fisiche?
Sono domande a cui si risponde facilmente, ma la questione si complica quando entra in gioco la seconda, la dimensione mentale. Ossia cosa c’è dentro a quell’involucro che chiamiamo corpo. (Stiamo partendo col botto in questo capitolo, vero?)
Proviamo a contestualizzare per un secondo la do- manda nella superficialità della società attuale.
In questo caso la nostra identità si focalizza molto più sull’apparire che sull’essere, fino a far coincidere il «Come appari?» con il «Chi sei?».
In un contesto sociale e storico in cui si tende a semplificare tutto, farci definire dal nostro aspetto è la soluzione più immediata e diretta. E, per certi versi, ci permette anche di dare una rappresentazione di noi stessi che non corrisponde alla realtà. Facciamo nostro il detto «l’abito fa il monaco», insomma. E, pur- troppo, i social media non aiutano a uscire da questo contesto di narcisismo estetico, anzi, lo favoriscono e aggravano.
Ma purtroppo la questione non si esaurisce qui. Il vero problema è che, pur negandola fino agli estremi della superficialità quasi assoluta, non possiamo annullare la nostra dimensione mentale. Lei è lì, sempre, e ci ricorda che la realtà è un’altra.