Le Olimpiadi parigine sono finite e, grazie al fuso orario inesistente e al periodo vacanziero, ce le siamo godute quasi interamente. E dico “quasi” perché – senza l’abbonamento a Discovery+ – non era possibile vedere tutte le gare. Fondamentalmente, la RAI ha fatto delle scelte giornalistiche precise e – nelle 360 ore di trasmissione che aveva a disposizione (Discovery ne aveva 10 volte tante) – ci ha messo dentro quello che riteneva più importante, soprattutto in relazione agli atleti (italiani) in gara. Questo vuol dire che se c’era una sfida di pallamano o di badminton particolarmente interessante o una gara di bmx emozionante, probabilmente non ci sarà stata la possibilità di vederla.
È una polemica? No, non lo è. È assolutamente normale (e comprensibile) che le cose vadano così.
Una polemica generazionale
La polemica è stata un’altra, ed è quasi una polemica generazionale ma con un risultato che mi ha lasciato positivamente stupito.
Sì, sto parlando della polemica innescata da Elisa Di Francisca, dopo che Benedetta Pilato (che ha 19 anni) aveva nuotato i 100 metri a rana in 1’05″60, arrivando quarta, a un solo centesimo dal podio. E, intervistata da Elisabetta Caporale mentre era in lacrime, ha detto che erano lacrime di felicità e ha spiegato che lo erano (e qui la cito) “perché un anno fa non ero neanche in grado di farla questa gara, ai Mondiali non ho partecipato ai 100, a Tokyo tre anni fa mi hanno squalificata. Mi sono ritrovata in corsia laterale, cosa che in genere non mi succede perché o non ci sono o sono al centro. E devo dire che ho tirato fuori le palle, nuotando una gara completamente diversa da quella di batterie e semifinali… Poi certo, quel centesimo mi spiace.”.
Il commento di Elisa Di Francisca (ex schermitrice, medaglia d’oro individuale e di squadra a Londra 2012) è stato stupito. Ha detto: “Non mi far parlare io non ci ho capito niente, non so se ci fa o ci è.” E poi ha aggiunto “è assurdo, surreale questa intervista, devo essere sincera. Non voleva andare sul podio e allora che c’è andata a fare? Rabbrividisco.”.
Si è poi giustificata dicendo “Io sono fatta così, irriverente, senza filtri. Quel che dico penso, se mi incontri mentre prendo un thè o in tv. Tanti mi danno della str…, ma io la maschera non la metto. E in ogni caso, meglio che se la prendano con me piuttosto che con la Pilato”.
Bisogna sempre dire quello che si pensa?
Da qui nascono due riflessioni. La più marginale alla faccenda è che spesso si considera il “dire quello che si pensa” come un aspetto positivo. Essere senza filtri e schietti viene considerato frequentemente un pregio; ma lo è davvero? Ossia, nella vita quotidiana la “sincerità a prescindere” ha senso oppure il vivere in società richiede il sapersi moderare? In fondo, parafrasando il detto, la libertà dell’essere sinceri finisce dove inizia la libertà dell’altro di sentirsi insultato.
Ma questo è un discorso ampio che magari affronteremo un’altra volta, però lo trovo uno spunto interessante.
La seconda riflessione, molto più legata al tema sportivo, è che sta nascendo una nuova generazione di atleti che sono molto più “persone” e molto meno “automi da prestazione”. E questo dovrebbe aiutare anche noi ad apprezzare le loro prestazioni quando siamo seduti sul divano con il telecomando in mano perché hanno una dimensione più completa, sono PERSONE e non tempi. Persone con un mondo interiore come il nostro, a volte molto complicato, che fanno moltissimi sacrifici per essere lì, dall’altra parte dello schermo.
Peraltro, chiunque nuoti sa mooooolto bene che fare 1’05” in vasca olimpica – a rana – è una cosa che la quasi totalità di noi nemmeno è in grado di immaginare.
Il che ovviamente non significa che non possiamo avere delle opinioni o curiosità nel guardare le gare, ma dobbiamo sempre ricordare che – dietro al tempo segnato dal cronometro al traguardo – ci sono mesi e anni di sacrifici e, soprattutto, c’è una componente mentale ed emotiva che fa parte dell’intimità dell’atleta.
Una nuova tipologia di atleti, più completi. Gli atleti e le atlete del futuro.