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L’evoluzione ci spinge a prevedere scenari negativi per sopravvivere, anche se non vi sono minacce reali.
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Il “Blue Dot Effect” dimostra come il cervello veda problemi inesistenti, amplificando le percezioni negative anche quando le cose vanno bene.
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Pur vivendo in sicurezza e benessere, spesso ci sentiamo insoddisfatti e preoccupati a causa di condizionamenti psicologici naturali.
Hai mai avuto la sensazione durante un momento di calma, magari mentre stai sorseggiando un Martini sulla terrazza di un resort a Bali, che tutto sia perfetto e, proprio per questo, qualcosa presto andrà male? Magari sei in vacanza e pensi che al tuo ritorno al lavoro troverai mille problemi: sicuramente il destino te la farà pagare per questa vacanza. Non preoccuparti: capita a moltissime persone e, come sempre, ha a che fare con l’evoluzione della specie. In poche parole, nel nostro codice genetico c’è scritto che le nostre possibilità di sopravvivere aumentano quanto più siamo capaci di prevedere scenari negativi. Che molto spesso non si verificano ma intanto ti sei preparato, sai mai. Salvo esserti rovinato il tuo Martini e il tramonto sulla spiaggia, nel frattempo.
Di cosa si tratta
Il fenomeno del punto blu o “Blue Dot Effect”, prende il nome da una ricerca compiuta ad Harvard nel 2018 durante la quale a diverse persone vennero mostrati dei punti colorati su uno schermo. I loro colori variavano dal blu al viola. Nelle prime fasi del test i colori blu erano facilmente individuabili mentre man mano che l’esperimento procedeva il loro numero complessivo diminuiva sempre di più. L’aspetto curioso era che le persone continuavano a vedere molti più punti blu di quanti ve ne fossero davvero, arrivando a sostenere con convinzione che molti di quelli viola in realtà fossero blu.
Quello che era successo era che il loro cervello li stava ingannando, esattamente come inganna chiunque quando lo porta a credere che esistano problemi dove non ve ne sono o dove non ve ne sono molti.
Pensi di esserne immune? Pensaci bene
Tutti siamo condizionati dalla percezione di negatività (non parliamo proprio di problemi gravi) anche quando non ve ne sono o soprattutto quando le cose generalmente vanno molto meglio di una volta. Pensa un po’: una volta ordinavi su un catalogo cartaceo un oggetto che desideravi e ti arrivava dopo settimane, oggi lo fai su Amazon e ti innervosisci se arriva alla sera del giorno dopo e non al mattino. La prima volta che hai provato la connessione con la fibra ti pareva di essere nel futuro, oggi se la banda scende sotto una soglia che 10 anni fa sarebbe stata considerata spaziale ti lamenti come se ci fosse un complotto interplanetario contro di te.
Il fatto è che moltissime cose sono oggettivamente migliorate nella nostra vita ma non ce ne accorgiamo o non lo apprezziamo. Il che non nega che vi siano problemi e che alcune cose siano peggiorate: il punto è che dovremmo essere più obiettivi nell’apprezzare e non dare per scontate quelle che invece funzionano, infinitamente meglio di una volta.
Come dicevamo, è una risposta inconsapevole ai condizionamenti dell’ambiente: più cerchiamo minacce, più le vediamo, indipendentemente da quanto sia sicuro il nostro ambiente. Il paradosso, per tornare all’esperimento di Harvard, è che meno punti blu ci sono, più ne vediamo, assegnando quel colore pure a quelli che blu non sono.
Sono preparatissimo. Sono preparatissimo?
Cosa c’entra con la corsa questo fenomeno? Immagina di esserti preparato alla prossima gara. Sei tranquillo e soddisfatto: hai rispettato il programma, le tabelle erano i tuoi Dieci Comandamenti. Tutto dovrebbe funzionare alla perfezione perché tutto è andato secondo i piani. Salvo la gara, che ancora devi disputare. Quello che stiamo dicendo non è che sia inutile prepararsi, tanto sarai sempre vittima del destino: quello che diciamo è che il dubbio si insinuerà sempre, proprio quando tutto il cosmo ti dice il contrario.
Non ci si può fare molto, se non capire che, appunto, si tratta di un condizionamento psicologico dato da un meccanismo mentale molto naturale e antichissimo. Conoscerlo però ti permette di isolarlo e dargli il giusto peso. Come? Così: “Potrebbe andare male, ma anche no. Posso capirlo solo correndo la gara e preoccuparmene prima non migliorerà le mie prestazioni. Meglio concentrarsi sull’uso di ogni forza mentale per correre e non per immaginare che Godzilla attaccherà proprio quando starò facendo il mio personal best”.
Più sicuri siamo, meno soddisfatti siamo
C’è insomma una curiosa proporzione inversa fra il nostro grado di benessere e sicurezza e la percezione che ne abbiamo. Oggi viviamo in tempi in cui non dobbiamo più temere di contrarre malattie mortali (per la maggior parte delle quali esistono le cure), di avere qualcosa da mangiare o, per tornare alle paure ancestrali, di essere sbranati da un leone affamato. Eppure non riusciamo a distinguere il piano razionale e quello emotivo: razionalmente sappiamo che non ci sono motivi di preoccupazione ma emotivamente non riusciamo a controllare la sensazione che, proprio perché tutto sta andando bene, qualcosa fra poco andrà terribilmente male.
Ora però hai un vantaggio: sai che nella maggior parte dei casi si tratta di una percezione particolare della realtà e non della realtà. E saperlo ti dà un vantaggio indubitabile, o almeno ti fa vivere meglio.