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Se non hai voglia di allenarti, prenditela col tuo cervello

  • 4 minute read

  • È difficile adottare un regime di esercizio fisico, e le cause possono essere dovute sia a motivi biologici che evolutivi.
  • Secondo uno studio, il cervello umano è programmato per conservare energia, preferendo il riposo alla fatica dell’esercizio.
  • Il professore Daniel Lieberman suggerisce un cambio di approccio che promuova la compassione verso se stessi e l’accettazione dei propri limiti per raggiungere progressivamente gli obiettivi è più efficace che la colpevolizzazione

 

Tutti sappiamo che ci sono cose che ci fanno bene e altre male, eppure, per molti di noi, ci sono forze potentissime che li spingono a prediligere quelle che nuocciono e rifiutare quelle salutari. I motivi sono vari: essere diligenti e volersi bene in modo da rispettare il proprio corpo e nutrire la propria mente costa fatica, in tutti i casi. Eppure non si spiega come alcune persone ci riescano e altre meno. È solo questione di forza di volontà o c’è altro?

È normale

Cosa penseresti se un professore di Harvard ti dicesse che è normale che tu non abbia voglia di allenarti? Crediamo che lo staresti ad ascoltare, specie se fai parte di quelli che si allenano più per senso del dovere che perché c’abbiano poi tutta questa voglia. E non è finita: se ti dicesse pure che non è una questione caratteriale ma che è l’esito dell’evoluzione del nostro cervello?

Esatto: se fra il riposo e lo sforzo il tuo cervello sceglie sempre il primo è perché l’evoluzione l’ha portato a reagire in questo modo a determinate situazioni.

Come scrive Time, il professore Daniel Lieberman nota che la predisposizione al movimento viene dalla necessità di procurarsi cibo o di fuggire dai pericoli. Quella di fare attività fisica invece è un’invenzione moderna, determinata dal fatto che siamo diventati animali prevalentemente sedentari. “Dal punto di vista evolutivo – osserva Lieberman – continuare a bruciare energie oltre a quelle richieste per procurarsi del cibo sarebbe stupido perché significherebbe sprecarle per qualcosa che non ti porta alcun beneficio”. In poche parole, nell’antichità correvamo per la necessità di procurarci cibo, oggi corriamo per la necessità di correre. L’attività sportiva è insomma diventata una necessità fisica e non più esistenziale. Se oggi la intendiamo così però è per un cambiamento delle abitudini sociali e personali, non per una questione evolutiva. Da questo punto di vista, se non c’è bisogno “esistenziale” di bruciare energie, il corpo è programmato per conservarle, e basta.

È altrettanto vero però che molte persone non sono naturalmente portate alla sedentarietà ma hanno un rapporto psicologicamente complicato con lo sport: si tratta in molti casi di persone che l’hanno vissuto male da bambini o da ragazzi, magari perché sono state bullizzate o non hanno mai dimostrato particolari capacità fisiche, finendo per vivere ogni minuto di esercizio come una dimostrazione della propria incapacità e quindi come un fallimento. Giunte all’età adulta, queste persone vivono – comprensibilmente – lo sport come la riproposizione dolorosa di traumi passati, pur rendendosi molto bene conto di quanto importante sia praticarlo.

Un cambio di approccio

Sempre Lieberman propone di cambiare la prospettiva da cui si guardano le difficoltà a fare movimento. “Invece di colpevolizzare le persone che soffrono nel farlo” – dice – “bisognerebbe iniziare a esercitare un po’ di compassione verso se stessi”. Bisognerebbe insomma essere tolleranti non solo nel concederci di non essere atleti straordinari ma soprattutto nell’accettare che i nostri limiti sono diversi da quelli di chi pratica lo sport con naturalezza e senza (apparente) sforzo.

Come è possibile? Non ponendosi obiettivi irraggiungibili, almeno per il nostro stato fisico. Se non si è allenati, è assurdo chiedere al proprio corpo di sopportare un’ora di corsa senza sforzo. Bisogna procedere a piccoli passi – magari come ti suggeriamo nel nostro Programma Facile-facile per iniziare a correre – e godere della gratificazione che ti dà non solo raggiungere l’obiettivo (per quanto piccolo sia) ma soprattutto osservare il progresso.

È fondamentale “credere nel processo” (“trust the process”) e non tanto nell’obiettivo. Solo essendo fiduciosi che il metodo scelto ci porterà a ottenere qualche risultato possiamo raggiungerlo. Cercare di perseguirlo quando è ancora lontano nel tempo è assurdo e genera solo frustrazione. Come nei viaggi, non conta arrivare a destinazione (o, almeno, non conta solo arrivarci) ma conta il viaggio, cioè il processo e i suoi risultati parziali: i progressi che si fanno e che si possono vedere.

Ogni costruzione è fatta di piccoli elementi: quando li avrai messi uno sopra l’altro, capirai quanto oggetti così piccoli (tipo anche piccoli allenamenti, non sessioni da un’ora e più) possono creare oggetti così grandi come i palazzi. Ogni cosa grande è costituita da cose più piccole e dipende da loro. Allenati quanto riesci, e, se non ne hai voglia, non pensare più di non esserne capace ma cerca di parlare al tuo cervello e digli “So perché lo fai ma so anche che se vuoi portarmi a correre sai come fare. Quindi: facciamolo”.

Magari all’inizio sarà poco convinto ma vedrai che poi si divertirà pure lui.

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