Andrea Martina, oltre che un amico di Runlovers, ha una testa che produce sempre storie e una mano (anzi due!) che le scrive e le racconta benissimo. Questa è la storia di un ladro che ha un’idea geniale. O almeno, così pensa lui, perché la vita è sempre imprevedibile.
Il trucco stava tutto lì: trovare un alibi solido. Da quando la signora Lazzarin le aveva aperto la porta di casa, supplicandolo per quel nido di vespe sul balcone che le dava il tormento, gli era venuta la tentazione di ritornare un giorno in quella stessa casa con indosso un passamontagna e un borsone da riempire. A stuzzicargli la fantasia erano stati il libretto postale in bella vista su una credenza e una serie di soprammobili che sicuramente dovevano valere qualcosa – senza contare le sorprese che di solito certe signore custodiscono in fondo ai cassetti.
Sei mesi che era il suo dirimpettaio e non gli era mai venuta in testa un’idea del genere. Sei mesi, gli stessi passati da quando l’avevano scarcerato, un dettaglio che era meglio tenere alla larga dagli altri condomini. Si era comportato bene, aveva anche provato a darsi due, tre, quattro, innumerevoli nuove occasioni, ma l’indole della rapina non riusciva affatto a scacciarla dalla testa.
Il come era semplice, per uno come lui. Sul quando bisognava lavorarci.
Come tante a quell’età, la signora Lazzarin coltivava quel sano passatempo della messa domenicale, unico pretesto che la spingeva fuori dalle mura amiche. Anche la spesa al supermercato era stata appaltata alle fastidiosissime premure di una lontana nipote che, di tanto in tanto, le faceva visita.
Era un affare semplice, in fondo. Ogni apparente discesa, però, presenta le sue insidie. E lui lo sapeva come poteva andare a finire: i carabinieri avrebbero iniziato a fare le prime domande tra i condomini e sarebbe bastata giusto una telefonata per risalire ai suoi precedenti penali e consegnarlo dritto dritto sul trono dei sospettati con un probabilissimo ritorno in prigione. Per questo serviva un alibi schiacciante.
L’ipotesi di un complice l’aveva scartata a priori, un po’ per esperienze passate e anche per l’eventualità di trovarsi di fronte a un bottino magro che andava pure diviso.
L’intuizione
Il piano perfetto gli venne in mente una mattina, mentre si trovava da tutt’altra parte ed era capitato per sbaglio sul traguardo di un evento podistico. Man mano che gli atleti superavano la linea d’arrivo si sentiva il suono di un segnale acustico. Non ci vollero tutte queste indagini per scoprire il perché: ogni atleta inseriva tra i lacci delle scarpe un chip che si attivava passando da un sensore fissato sulla linea di partenza della gara e registrava il tempo di ogni atleta al momento del transito all’arrivo. Era una di quelle gare dove partenza e arrivo coincidevano nello stesso punto, con in mezzo tutto un circuito da percorrere.
Non fece nemmeno in tempo a immagazzinare l’informazione, che subito la fortuna tese una mano: tra due mesi in città si sarebbe corsa una mezza maratona, proprio di domenica mattina.
In un lampo si materializzò uno scenario in cui si iscriveva alla mezza maratona, partiva insieme al gruppo, si allontanava dal percorso puntando verso il suo condominio, saliva le scale, rapinava la sua vicina momentaneamente in chiesa e, sempre in tenuta da runner, ritornava sul percorso di gara giusto qualche chilometro prima dell’arrivo per farsi vedere e tagliare il traguardo con grande tranquillità. Il chip avrebbe registrato che quella domenica lui aveva coperto una distanza di ventuno chilometri e qualcosa in un paio d’ore e che non poteva assolutamente essere il ladro che aveva svaligiato la casa della signora Lazzarin.
La frenesia di mettere in pratica quel piano perfetto si scontrava con l’attesa della gara.
La pianificazione
Bisognava farsi trovare pronti, curare ogni imprevisto, pianificare. Quanto si sentiva bene! Finalmente era tornato quel sacro brivido criminale che temeva di aver smarrito.
Intanto c’era da iscriversi alla gara, e qui sorse il primo intoppo che consisteva in una visita medica agonistica – una pratica che conosceva vista la sua breve parentesi da pugile di provincia. Risolto il problema, andava studiato il percorso individuando il punto esatto dove sparire (quel chiosco al quarto chilometro era perfetto) e ricomparire (il parco comunale poco prima del sedicesimo chilometro) senza dare nell’occhio. I due punti avevano anche il pregio di essere piuttosto vicini in linea d’aria al suo condominio. Aveva fatto tutti i calcoli: c’avrebbe messo giusto un’oretta per fare la rapina e rientrare sul percorso, con un ampio margine sul rientro della signora Lazzarin dalla messa domenicale.
Unico dettaglio: avrebbe dovuto comunque correre in gara per una decina di chilometri.
Tanto valeva cominciare ad allenarsi.
La sua natura maniacale lo spinse a scegliere il percorso della gara come tragitto preferito per gli allenamenti. Iniziò a vestirsi con magliette fluorescenti e pantaloncini, pronto a mimetizzarsi come un runner vero. Sulla sua strada incontrava tanti altri runner che, salutandolo, andavano un po’ a minacciare la sua voglia di rendersi invisibile a occhi sospetti. Dopo l’ennesimo saluto capì che era meglio ricambiare e aderire a quella specie di codice e gli capitava, senza rendersene conto, di aumentare l’andatura ogni volta che incrociava un altro runner, come se il saluto portasse un surplus di energia. Non solo: dormiva meglio la sera. E poi quando saliva le scale non avvertiva più la pesantezza del corpo e il fiato corto. Più di qualche volta gli era capitato, durante un allenamento, di staccare un attimo il pensiero dalla rapina alla signora Lazzarin e scavare un po’ su se stesso: com’era finito in carcere, quanto era stata dura, alcune idee per il futuro.
Macinava chilometri e chilometri che era un piacere.
La gara
Poi arrivò il giorno della gara e, di colpo, l’istinto criminale ritornò a farsi sentire prepotente fin dalla colazione: una tabella oraria da rispettare, tutto calcolato al dettaglio, la certezza di aver eliminato ogni fonte di rischio.
A pochi istanti dalla partenza un fotografo si divertiva con qualche scatto agli atleti che si prepararono. Lui colse l’occasione al volo e riuscì pure a farsi fotografare, quasi come a dire “guardi, maresciallo, ci sono pure le foto che testimoniano che stavo da tutt’altra parte”. Un gran fermento serpeggiava tra i runner, ma lui era focalizzato su ben altro.
Il chip ben allacciato alla scarpa destra. Il conto alla rovescia. Il via.
Come se fosse scattato un interruttore nel suo cervello, cominciò a zigzagare in mezzo a quel fiume di corridori che si apriva la strada tra gli incoraggiamenti di un discreto pubblico che salutava il loro passaggio. Per pura curiosità, durante gli allenamenti, aveva iniziato a controllare i suoi tempi per vedere se stava migliorando. Ecco: nei primi minuti di gara il suo ritmo era molto più veloce del solito, dettato più dall’entusiasmo della gara che dai battiti cardiaci. Una forza trascinante lo teneva incollato sull’asfalto, quasi ipnotizzato nel seguire il passo di chi aveva davanti. Nemmeno le campane della chiesa, che sottolineavano l’inizio della messa a cui era andata la signora Lazzarin, riuscirono a distrarlo. E quel chiosco al quarto chilometro, punto perfetto di fuga dalla gara, fu superato di gran carriera senza badare a nessun calcolo.
A diciotto chilometri gli venne una piccola crisi che lo costrinse a rallentare il passo e camminare. Sopraggiunse un altro runner che, con qualche buona parola, lo invitò a reagire offrendosi di correre con lui per un po’. Finì che arrivarono al traguardo insieme.
Una ragazza gli mise al collo una medaglia. Non era oro vero, sapeva riconoscerlo. Eppure valeva qualcosa di più.
Andrea Martina