Le lamentele sono irresistibili. Sono come un dolcetto dolceamaro che consumiamo quando le cose non vanno come volevamo. Hanno un potere straordinario: spostano la responsabilità fuori da noi. Il problema è il meteo. Il problema è il traffico. Il problema è la tua infanzia, il tuo ex, il tuo datore di lavoro. La lamentela è l’arte raffinata dello scarico.
Personalmente non amo lamentarmi e se mi capita di farlo sovrappensiero smetto subito. La lamentela ti sussurra all’orecchio che la colpa è sempre di qualcun altro, di qualcosa che non dipende da te. Il tuo lavoro ti stressa? È il capo. Non hai tempo per allenarti? È la famiglia, o magari un impegno improvviso. La tua corsa fa schifo? È il vento, l’umidità, la scarpa sbagliata, l’allineamento dei pianeti. Tutto tranne te, ovviamente.
Ma la corsa, quando la prendi sul serio, è spietata. Non puoi mentirle. Non puoi bluffare. Se non ti alleni, non migliori. Se ti alimenti male, il tuo corpo ti presenta il conto. Lì, sulla strada, sei nudo, nella tua essenza più pura. E lì impari che dipende tutto da te.
Il trauma universale
C’è poi un altro tipo di lamento, più sottile, più insidioso. È quello che ha preso in ostaggio il linguaggio contemporaneo: tutto è trauma. Tutto è ferita. Ogni inciampo è una “red flag”, ogni difficoltà è un segnale che forse dovresti fermarti, proteggerti, non rischiare.
I traumi esistono, non si discute. Sono reali, profondi, complessi. Ma il loro abuso li svuota di significato. Se ogni ostacolo, ogni delusione, ogni insuccesso viene etichettato come “trauma”, perdiamo di vista la nostra capacità di reazione e di adattamento. Diventiamo vittime di una narrazione che ci immobilizza, ci toglie il potere di agire.
Correre, invece, è il contrario. È esporsi. È scegliere il disagio. È mettersi nelle condizioni di affrontare il proprio limite, e – soprattutto – di superarlo. Non c’è niente di traumatico nel decidere di faticare. Anzi: in un’epoca che santifica la comfort zone, correre è un atto rivoluzionario.
Il corpo non mente
Il corpo ha un dono: è sincero. Non conosce alibi. Se lo ascolti davvero, non ti racconta favole. Sa quando è stanco, sa quando è pigro, sa quando è pronto. Ed è lì, ogni giorno, a ricordarti che puoi decidere.
Quando corri, non puoi barare. Se sei lento, sei lento. Se sei stanco, sei stanco. Non puoi dare la colpa al tuo allenatore, non puoi dare la colpa al percorso. Dipende da quanto hai dormito, da cosa hai mangiato, da come ti sei allenato, da quanto sei stato costante.
Il corpo ti insegna la verità più banale e più dimenticata: se ti muovi, succede qualcosa. Se non lo fai, no.
La responsabilità è una libertà
La corsa è uno dei pochi ambiti rimasti in cui nessuno può correre al posto tuo. Ed è una fortuna, non una condanna. Perché in un mondo in cui tutto è mediato, delegato, automatizzato, la corsa è pura. È tua.
Assumersi la responsabilità non è solo un dovere morale, è un atto di libertà. Significa dire: non controllo tutto, ma controllo me. E questo basta. Ti spinge a identificare le vere cause di ciò che non funziona e non le comode e rassicuranti scuse. Ti fa capire che se vuoi migliorare, se vuoi superare un limite, devi rimboccarti le maniche e non aspettare che il mondo ti aiuti a superarlo, perché non lo farà.
Questa è la grande lezione della corsa, quella che poi ti porti dietro nella vita di tutti i giorni. Ti insegna a smettere di guardare il dito e a iniziare a guardare la luna. E ogni passo è una dichiarazione: “io posso”.
Smetti di raccontartela
Forse è questo che insegna davvero la corsa: a smettere di raccontarsela. A uscire dalla narrazione in cui sei sempre vittima, mai protagonista. Perché ci sono cose che non dipendono da te ma tutto il resto – il modo in cui reagisci, in cui affronti, in cui ti rialzi – quello sì, è nelle tue mani.
E forse la prossima volta che starai per lamentarti, potrai fare un respiro profondo e chiederti: “Serve a qualcosa?”. Se la risposta è no, mettiti le scarpe. Ancora una volta. Il resto verrà da sé.