Dal running al plogging: come la corsa può diventare uno strumento per prendersi cura del pianeta

Trasforma la tua corsa in un allenamento funzionale per il bene del pianeta. Scopri il plogging: ogni rifiuto raccolto è uno squat, ogni scatto per una cartaccia è un fartlek. Ecco come iniziare, da solo o in gruppo

Unisci squat, affondi e uno sprint occasionale alla tua corsa, con l’unico obiettivo di rendere il mondo un posto (leggermente) meno zozzo.

  • Il Plogging è un movimento nato in Svezia che unisce la corsa (jogging) alla raccolta di rifiuti (plocka upp).
  • Non è solo un gesto civico, ma un allenamento funzionale completo e imprevedibile.
  • Ogni volta che ti pieghi per raccogliere qualcosa, stai facendo uno squat o un affondo.
  • Le variazioni di ritmo tra un rifiuto e l’altro trasformano la tua uscita in un fartlek spontaneo.
  • Per iniziare bastano guanti robusti e un sacchetto per i rifiuti.
  • Puoi praticarlo da solo o organizzare un piccolo evento con il tuo gruppo di corsa, trasformando un allenamento in un’azione concreta per la comunità.

E se la tua prossima corsa lasciasse il mondo un po’ più pulito di come l’hai trovato?

Ogni runner ha la sua piccola, personalissima ossessione. C’è chi colleziona segmenti su Strava come se non ci fosse un domani, chi ha un cassetto dedicato solo ai calzini spaiati (ma rigorosamente tecnici) e chi, come me, ha sviluppato un sesto senso per le radici sporgenti e le buche traditrici sull’asfalto. Siamo creature abitudinarie, concentrate sulla nostra fatica, sul nostro respiro, sul GPS che decide di perdere il segnale proprio nel momento meno opportuno.

E se ti dicessi che tutta questa concentrazione, tutta questa energia che mettiamo nel far girare le gambe, potremmo usarla anche per qualcos’altro? Qualcosa che non ha a che fare con il Personal Best o con la preparazione della prossima maratona, ma con il pezzetto di mondo che attraversiamo ogni giorno. Immagina di tornare a casa non solo con i muscoli stanchi e la mente leggera, ma anche con la consapevolezza di aver lasciato il tuo percorso preferito un po’ meglio di come l’avevi trovato. Sembra un’utopia? Forse, ma in Svezia le hanno dato un nome: Plogging.

Cos’è il Plogging e perché è un allenamento (per il corpo e per la coscienza)

Il termine “Plogging” è la crasi di due parole che, apparentemente, vivono su pianeti diversi: il verbo svedese plocka upp (che significa “raccogliere”) e il nostro amato jogging. L’idea è che, mentre corri, ti fermi a raccogliere i rifiuti che trovi lungo il cammino. Fine. Non c’è un’app da scaricare, un abbonamento da sottoscrivere o un guru da seguire. C’è solo un gesto, un’azione che trasforma un corridore in un supereroe urbano con i pantaloncini corti.

Ma non pensare che sia solo una questione di attivismo ecologico. Il plogging è un allenamento a tutti gli effetti, e pure bello tosto. Quella che da fuori sembra una semplice corsa interrotta da strane pause, è in realtà una sessione di allenamento funzionale mascherata. Ogni lattina abbandonata sul ciglio della strada diventa il pretesto per uno squat perfetto. La cartaccia che svolazza qualche metro più in là ti costringe a un piccolo scatto, trasformando la tua uscita in un fartlek improvvisato. E vogliamo parlare dell’equilibrio e della propriocezione necessari per afferrare un tappo di bottiglia senza ribaltarti? Altro che tavoletta propriocettiva.

Insomma, il plogging costringe il tuo corpo a muoversi su piani diversi, a rompere la monotonia del gesto della corsa, coinvolgendo muscoli che di solito se ne stanno tranquilli a godersi il panorama. Alleni gambe, glutei, core addominale e, soprattutto, la coscienza.

Come iniziare a fare plogging: la guida pratica in 3 passi

Ti è venuta voglia di provare? Ottimo: la barriera d’ingresso è praticamente inesistente. Non devi comprare attrezzi costosi o seguire un corso di formazione. Ecco quello che ti serve.

L’attrezzatura minima

Dimentica l’ultimo modello di scarpe con piastra in fibra di carbonio. Per fare plogging ti servono due cose fondamentali: un paio di guanti e un sacchetto. I guanti sono importanti, scegli un modello robusto, tipo quelli da giardinaggio, per proteggerti le mani da eventuali oggetti taglienti o poco raccomandabili. Per il sacchetto, puoi usarne uno della spesa o, se vuoi fare le cose per bene, uno di tela riutilizzabile, da svuotare poi nei cestini giusti.

Il percorso giusto

Qui la scelta è, purtroppo, vastissima. Un parco cittadino dopo il weekend, il lungofiume, i sentieri di campagna o persino le strade del tuo quartiere. Inizia da un percorso che conosci bene, magari un anello di un paio di chilometri. In questo modo puoi fare un primo giro “esplorativo” e poi concentrarti sulla raccolta al secondo passaggio. L’obiettivo non è fare distanza, ma fare la differenza.

La tecnica: ogni rifiuto è uno squat

Come dicevamo, ogni pezzo di spazzatura è un’opportunità di allenamento. Non piegarti in avanti inarcando la schiena come se stessi cercando le chiavi cadute sotto al divano. Usa le gambe. Fai un bello squat, un affondo, mantieni la schiena dritta e l’addome contratto. Raccogli il tuo “tesoro”, riponilo nel sacco e riparti. Varia il ritmo. Rallenta, accelera, fermati. Trasforma la tua corsa in una danza imprevedibile tra te, il sentiero e quella maledetta bottiglia di plastica.

Da solo o in gruppo: come trasformare la tua passione in un movimento

Puoi iniziare a fare plogging anche domani mattina, da solo, durante la tua solita sgambata. Sarà il tuo piccolo segreto, il tuo contributo silenzioso. Oppure, puoi fare un passo in più. Proponilo al tuo compagno di corse, al tuo gruppo del mercoledì sera. Lancia l’idea: “Ragazzi, sabato facciamo un plogging-day?”.

Organizzare un piccolo evento è semplicissimo. Basta un punto di ritrovo, qualche sacchetto e un paio di guanti per tutti. Diventa un modo diverso di stare insieme, di condividere una passione e di prendersi cura del luogo in cui la si pratica. Invece della solita birra post-allenamento (o in aggiunta, perché no), c’è la soddisfazione di guardare un prato, un sentiero, un pezzo di marciapiede, e sapere di averlo reso un posto migliore. E forse, in fondo, è proprio questo il senso ultimo della corsa: non solo attraversare il mondo, ma prendersene cura, un passo (e un rifiuto) alla volta.

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