Quando la smorfia di fatica diventa più bella della posa sul podio, lo sport esce dallo stadio ed entra nel museo.
- L’arte contemporanea ha smesso di raccontare solo l’atleta eroico e perfetto (come il Discobolo).
- Agli artisti di oggi interessa di più la vulnerabilità, il sudore e la ripetizione del gesto, non solo la vittoria.
- La fatica non è più un difetto da nascondere, ma un soggetto estetico che racconta la condizione umana.
- Un esempio è Rineke Dijkstra, che fotografa gli atleti dopo lo sforzo, mostrando il loro sfinimento e la loro fragilità.
- Un altro è il video “Zidane: A 21st Century Portrait”, che segue solo lui per 90 minuti, mostrando la monotonia e l’isolamento più che l’azione.
- Guardare lo sport attraverso l’arte ci aiuta a capire che la bellezza non sta nel risultato, ma nell’imperfezione del tentativo.
Il sudore come pigmento, il muscolo come scultura: quando lo sport diventa arte
Chiudi gli occhi e pensa a “sport e arte”. Scommetto che ti è venuto in mente il Discobolo di Mirone. O forse qualche statua neoclassica di un tizio muscoloso con una foglia di fico posizionata strategicamente. Per secoli, l’arte ha celebrato lo sport (o meglio, l’atletica) come la massima espressione della perfezione fisica: armonia, potenza, equilibrio. L’eroe, il vincitore.
Poi, per fortuna, ci siamo evoluti. O forse ci siamo solo stancati della perfezione, che è notoriamente noiosissima.
L’arte contemporanea ha preso questa iconografia e l’ha gentilmente (o a volte brutalmente) smontata. Ha smesso di guardare il podio e ha iniziato a guardare lo spogliatoio. Ha smesso di scolpire il bicipite contratto nel momento del trionfo e ha iniziato a filmare la coscia che trema per i crampi. Ha capito che il sudore non è solo un fluido corporeo da asciugare, ma può essere un pigmento, e la fatica non è un incidente di percorso, ma il cuore pulsante della narrazione.
Oltre l’eroe: come gli artisti contemporanei vedono la fatica (e la fragilità) dell’atleta
La figura dell’atleta vincente, immacolato e sorridente, serve più alla pubblicità e alla propaganda che alla comprensione di cosa sia davvero lo sforzo. La propaganda nazista con le Olimpiadi di Berlino del ’36, filmate da Leni Riefenstahl, ce l’ha insegnato fin troppo bene: il corpo perfetto è un’arma politica.
Gli artisti contemporanei, che per definizione sono un po’ bastian contrari, hanno fiutato la trappola. Hanno capito che la vera storia non stava nel record del mondo, ma in quello che succede al corpo mentre cerca di batterlo. E, soprattutto, in quello che succede quando fallisce.
Sono andati a caccia della fragilità nascosta sotto i muscoli, dell’umanità che emerge quando la tecnica cede il passo allo sfinimento. Non cercano l’atleta come un dio greco, ma l’atleta come metafora della condizione umana: un essere che si pone un obiettivo assurdo – tipo correre 42 chilometri senza un motivo apparente – e si distrugge lentamente nel tentativo di raggiungerlo.
3 Esempi di opere/artisti che hanno raccontato lo sforzo in modo non convenzionale
Se ti ho incuriosito, ecco tre casi studio che hanno preso lo sport e lo hanno rivoltato come un calzino (sudato, ovviamente).
Rineke Dijkstra e la fotografia dell'”dopo”
L’artista olandese Rineke Dijkstra è famosa per i suoi ritratti. Negli anni ’90 ha realizzato una serie incredibile fotografando persone in momenti di transizione o vulnerabilità. Tra questi, ci sono giovani toreri portoghesi fotografati subito dopo essere usciti dall’arena. Non sono eroi trionfanti; sono ragazzini con i vestiti sporchi di sangue (non loro) e uno sguardo che mescola adrenalina, shock e sfinimento. Lo stesso ha fatto con giovani nuotatori o atleti. Non li fotografa mentre gareggiano, ma nell’istante in cui si fermano, quando la maschera della concentrazione crolla e rimane solo il fiatone, la pelle arrossata e gli occhi persi nel vuoto. È la fatica nuda e cruda.
La videoarte e la noia di “Zidane”
Nel 2006, due artisti, Douglas Gordon e Philippe Parreno, hanno fatto una cosa folle. Hanno piazzato 17 telecamere allo stadio Santiago Bernabéu durante una partita del Real Madrid. Il dettaglio? Tutte e 17 le camere erano puntate su un solo uomo: Zinedine Zidane. Per 90 minuti. Il risultato è “Zidane: A 21st Century Portrait”. Non vedi quasi mai la palla o l’azione. Vedi lui. Vedi Zidane che si sistema i calzettoni, che sputa, che cammina, che guarda il vuoto, che trotterella. È un ritratto sulla solitudine del campione, sulla ripetizione quasi alienante del gesto atletico, sulla monotonia che sta dietro i cinque secondi di gloria del gol.
La pittura e la scultura: l’oggetto del desiderio
Qui il discorso si fa più concettuale. Pensiamo a Jeff Koons e alla sua serie “Equilibrium” degli anni ’80. Koons non ha scolpito un atleta, ma ha preso dei palloni da basket nuovi di zecca e li ha sospesi in teche di vetro piene d’acqua, in perfetto equilibrio idrostatico. Cosa c’entra con la fatica? C’entra, perché ne è la negazione assoluta. È lo sport trasformato in un feticcio, in un oggetto di consumo sterile, perfetto, intoccabile. È l’idea platonica del basket, priva di sudore, parquet scricchiolante e falli di frustrazione. Mettendo in scena questa perfezione asettica, Koons, per contrasto, ci fa pensare a quanto sia sporca, faticosa e reale la pratica sportiva.
La bellezza imperfetta del corpo al limite
Questa nuova estetica non cerca il bello nel senso classico. Cerca il vero. E il vero, quando si parla di sforzo fisico, è spesso “brutto”: è la smorfia di dolore, è la vena che pulsa sulla tempia, è l’andatura sgraziata di chi ha finito le energie all’ultimo chilometro di una maratona.
Per l’arte contemporanea, quella smorfia è più interessante del sorriso sul podio. Perché? Perché il sorriso è una costruzione sociale, la smorfia è fisiologia pura. È il corpo che urla la sua verità, bypassando il cervello. È il momento in cui l’atleta smette di essere un’icona e torna a essere un ammasso di muscoli e tendini che sta chiedendo pietà.
Cosa ci insegna l’arte sul nostro rapporto con la fatica
L’arte, quando funziona bene, ci offre una nuova lente per guardare il mondo. E guardare lo sport attraverso queste opere ci libera da un sacco di ansie da prestazione.
Ci insegna che il fallimento è narrativamente più ricco della vittoria. Ci insegna che la ripetizione ossessiva dell’allenamento non è solo preparazione alla gara, ma è essa stessa una forma di performance, quasi un rito.
Soprattutto, ci dice che va bene così. Va bene sentire fatica, va bene non essere perfetti, va bene avere un aspetto terribile quando arriviamo in cima alla salita. L’arte ci dà il permesso di smettere di vederci come atleti da copertina e di iniziare a vederci per quello che siamo: sculture viventi modellate dallo sforzo. E forse, la prossima volta che sarai piegato in due sul tapis roulant, potrai pensare che non stai solo allenandoti, ma stai creando un’opera d’arte performativa. O forse no, stai solo sudando. Ma è bello pensarlo.