Il “Gergo” del runner: come il nostro linguaggio segreto crea community (e un po’ ci isola)

"Oggi ho fatto un Lungo". "Domani Ripetute". Per chi corre, queste parole hanno un senso profondo. Per gli altri, sono rumore. Ecco il glossario semiserio della nostra tribù

Fartlek, tapering, negative split. Analizziamo il gergo segreto dei runner: un linguaggio che ci unisce, ma che fa sbadigliare i nostri amici.

  • Se sei un runner, usi un linguaggio specialistico che suona come arabo per chiunque altro.
  • Frasi come “Ieri ho fatto un fartlek” generano sguardi perplessi in amici e parenti.
  • Questo gergo ha una doppia funzione: crea un forte senso di appartenenza alla “tribù” dei runner…
  • … ma al tempo stesso crea una barriera, isolandoci da chi non corre.
  • Analizziamo alcuni termini iconici come fartlek (gioco di velocità) e tapering (l’arte di impazzire riposando).
  • Imparare queste parole è un vero e proprio rito di iniziazione che segna l’ingresso nella community.

“Ieri ho fatto un fartlek, oggi solo un rigenerante”.

Stai prendendo un caffè con i colleghi, e a un certo punto qualcuno ti chiede: “Allora, come va la corsa?”. E tu, con la massima innocenza, rispondi: “Bene! Ieri ho fatto un fartlek pazzesco, le gambe giravano bene. Oggi solo un lento perché domenica ho il lungo e non voglio arrivare cotto”.

Silenzio.

Vedi i loro sguardi vagare. Qualcuno annuisce con un sorriso tirato, cercando di capire se “fartlek” sia il nome di un nuovo mobile IKEA o una parolaccia in svedese.

Ecco, quello è il momento esatto in cui ti rendi conto di appartenere a una tribù con un linguaggio segreto. Un codice cifrato che ci permette di descrivere con precisione millimetrica le nostre fatiche, ma che suona come il ronzio di una zanzara all’orecchio di chi, al massimo, corre per non perdere l’autobus.

Il linguaggio segreto che ci unisce (e che fa sbadigliare i nostri amici)

Ogni gruppo sociale, ogni professione, ogni hobby che raggiunge un certo livello di complessità sviluppa un proprio gergo. È inevitabile. È un meccanismo di efficienza (dire “Soglia” è più rapido che dire “quel ritmo faticoso ma sostenibile per circa un’ora che mi fa sentire il lattato che sale ma non troppo”) e, soprattutto, è un collante identitario.

Il gergo serve a riconoscersi a vicenda. Quando senti qualcuno al tavolo accanto parlare di “ripetute” e “recupero attivo”, sai che quello è “uno dei tuoi”. È un linguaggio che crea appartenenza, che ci fa sentire parte di qualcosa di condiviso.

Naturalmente, c’è un rovescio della medaglia. Questa lingua franca ci isola. Ci trasforma in “quelli strani che parlano strano”. È l’altra faccia dell’articolo “Sì, corro. No, non ho fatto la maratona”: non solo dobbiamo giustificare perché corriamo, ma anche come ne parliamo. Finisce che, per non tediare il prossimo, ci autocensuriamo e riduciamo le nostre epiche sessioni di allenamento a un blando: “Sì, ho fatto una corsetta”.

Il mini-glossario del runner: 5 parole che devi conoscere

Se sei nuovo di questo mondo, o se vuoi finalmente capire cosa dice il tuo partner quando torna a casa con l’aria devastata ma felice, ecco un dizionario minimo di sopravvivenza.

Fartlek (il “gioco di velocità” svedese)

No, non è un insulto. Viene dallo svedese e significa letteralmente “gioco di velocità”. È l’esatto opposto di un allenamento strutturato. È il caos organizzato. Corri come ti pare, acceleri quando vedi un albero, rallenti per recuperare, poi scatti fino al prossimo lampione. È l’allenamento che ci fa tornare un po’ bambini e ci ricorda che, in fondo, correre dovrebbe essere prima di tutto divertimento.

Tapering (l'”ansia da riposo”)

Il tapering è quel periodo, di solito una o due settimane prima di una gara importante, in cui riduci drasticamente il volume di allenamento. Sembra bello, vero? “Devo riposare”. Invece è un inferno psicologico. È il momento in cui inizi a sentire dolori fantasma, tossisci due volte e pensi di avere la polmonite, e sviluppi un’ansia da prestazione che ti fa dubitare di aver mai saputo correre. È l’arte di impazzire lentamente stando sul divano.

Negative split (l’utopia del runner)

Il “Negative Split”, o “passaggio negativo”, è il Santo Graal della gestione di gara. Significa correre la seconda metà della tua gara (qualunque distanza sia) più velocemente della prima. È il simbolo della saggezza, del controllo, della perfetta conoscenza di sé. È anche, per la maggior parte di noi, un’utopia. La realtà è quasi sempre un “positive split” tragico, dove la prima metà è da record del mondo e la seconda è un trascinarsi verso il traguardo implorando pietà.

Il lungo (il totem della settimana)

Per il runner, non è “una corsa lunga”. È “IL lungo”. È un’entità, un rito, spesso un sacrificio che si consuma la domenica mattina mentre il resto del mondo dorme. È il pilastro su cui si costruisce ogni maratona. È un viaggio di ore in cui metti alla prova gambe, testa e capacità di digerire gel energetici.

Soglia (il dolore quello giusto)

“Oggi ho un lavoro in soglia”. La soglia anaerobica è quel ritmo “piacevolmente scomodo” che puoi tenere per circa un’ora. È dove si costruisce la vera velocità resistente. È quel tipo di fatica che ti fa bruciare i muscoli e accorciare il fiato, ma che riesci (a malapena) a controllare. È il “dolore amico”, quello che ti dice che stai migliorando.

Parlare “da runner”: un rito di iniziazione

Imparare questo vocabolario non è solo una necessità tecnica. È un rito di passaggio. È il momento in cui smetti di essere uno che “va a correre” e diventi un runner.

È il segnale che hai superato la fase del “esco cinque minuti per sgranchirmi” e sei entrato in un mondo fatto di obiettivi, tabelle, sensazioni e una dose sana di follia condivisa. È la nostra lingua madre, quella in cui riusciamo davvero a esprimere la gioia, la fatica e l’assurdità del nostro sport preferito. E se gli altri sbadigliano, pazienza. Vorrà dire che faremo un altro giro.

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