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Il diario del runner: quando annotare diventa ascoltare (e ascoltarsi)

  • 5 minute read

C’è un momento, di solito dopo la doccia, quando le gambe iniziano a rilassarsi e la nuvola di endorfine lentamente si dissolve, in cui realizzi che quella corsa non è stata solo una corsa. Ti è successo qualcosa. Non sempre sai cosa, ma è stato qualcosa.

Entra in scena il diario del runner. Non un banale registro di chilometri e tempi, intendiamoci. Parliamo di qualcosa di più intimo, quasi un confidente silenzioso che ascolta le tue fatiche e le trasforma in consapevolezza. Un po’ come il diario di Bridget Jones, solo con meno appuntamenti disastrosi (si spera) e più acido lattico.

Lo strumento imperfetto perfetto

Non serve che sia una Moleskine con la carta della giusta grammatura o un’app piena di grafici (anche se non ho nulla in contrario a usarli). Prendi una penna – sì, proprio quella che usi per scarabocchiare liste della spesa dimenticate – e un quaderno. Anche un block notes trovato in qualche anfratto della scrivania va benissmo. Questo diventerà il tuo personale “libro del running”, dove non annoterai solo i chilometri ma soprattutto quelle cose che nessun Garmin potrà mai catturare: sensazioni, emozioni, pensieri che ti frullano per la testa mentre le tue gambe macinano asfalto o sentiero.

Potresti pensare che sia una perdita di tempo, un’attività da nostalgici dell’era pre-digitale. Invece, ti assicuro, c’è una magia sottile nello scrivere di getto, nero su bianco, l’eco della fatica. È un po’ come ascoltare un adagio di Bach dopo una giornata frenetica: un momento di quiete che ti permette di ritrovare il ritmo interiore.

E se preferisci il digitale e i vantaggi che ti dà (tipo averlo a disposizione ovunque, nella tasca dei pantaloni o in borsa), va benissimo pure quello.

Correre per ascoltarsi

Chi corre lo sa: si parte per muovere le gambe, ma spesso ci si ritrova a scavare dentro i pensieri. Un passo dopo l’altro, il rumore del mondo si abbassa e rimane una forma nuova di concentrazione, una cerniera che unisce corpo e mente. Ma poi, dopo, cosa ne resta?

Il diario serve a questo. A fissare le sensazioni prima che si dissolvano. A dare un nome a quelle emozioni che mentre correvi erano limpide, ma che poi si confondono nel ritmo frenetico della giornata. Perché è vero che “scrivere è pensare due volte”, come diceva Orwell, e nel farlo capita spesso di capire qualcosa in più su di sé.

A volte, correndo, ti vengono delle idee che è meglio fermare subito sulla carta. O, in assenza di quella, sul cellulare. Più di qualche volta mi è capitato di prendere note audio mentre correvo, magari perché stavo ascoltando un podcast molto interessante che sapevo avrei dimenticato dopo poco.

Non conta il metodo: non c’è un sistema migliore di un altro per prendere note e ognuno ha il suo. Col tempo ho imparato che il modo migliore è prenderle, comunque. In modo ordinato, disordinato, su carta, sul cellulare, sul palmo della mano, non importa. Una nota disordinata è sempre meglio di una nota dimenticata.

Monitorare (senza diventare ossessivi)

Uno degli usi più concreti del diario è, ovviamente, il monitoraggio. Ma non pensare solo ai chilometri, ai bpm o ai l/min: ci sono dati più sottili, più personali, che nessun orologio GPS potrà mai rilevare. Hai dormito bene? Avevi la testa libera? Sei partito con voglia o con la stessa energia di un contrabbasso stonato?

Annotare queste cose, senza giudizio, aiuta a scoprire dei pattern. Magari ti accorgi che ogni volta che corri al tramonto dormi meglio. O che quando salti la corsa del venerdì diventi più irascibile di Gordon Ramsay in una cucina disordinata. È un modo per avvicinarsi alla corsa con curiosità, non con il righello in mano.

Il diario del runner non è solo un archivio di dati. È uno strumento potentissimo per affinare la tua consapevolezza. Ti costringe a rallentare, a riflettere su come ti sei sentito durante l’allenamento, quali muscoli hanno protestato di più, se il fiato era quello giusto. Questa auto-analisi, condotta con onestà intellettuale, ti regala una prospettiva preziosa sul tuo corpo e sulla tua mente. Impari a riconoscere i segnali, a distinguere una stanchezza fisiologica da un principio di sovrallenamento, a capire quali percorsi ti ricaricano di energia e quali, invece, ti lasciano svuotato come un vinile troppo ascoltato.

Consapevolezza, non controllo

C’è sempre un rischio quando si parla di monitoraggio, e riguarda la trappola del controllo. Non si corre (solo) per performare. Non sei un grafico Excel. Il diario non serve a giudicarti, ma a conoscerti. La differenza è sottile, ma decisiva. È come il rapporto tra una bilancia e uno specchio: una misura, l’altro restituisce un’immagine.

Lo usa (e consiglia di usarlo) anche Kilian Jornet: per lui è una macchina del tempo e della memoria. Quando sente di aver prestazioni peggiori della media o quando si infortuna ritorna sui suoi diari di anni prima e ricostruisce a posteriori le condizioni a margine, per capire se ci sono cause particolari: era infortunato? Cosa mangiava? Il diario, per lui, è un modo per avere una prospettiva della vita e dell’allenamento meno falsato perché ferma un momento preciso e non lascia che la memoria lo modifichi. Col passare del tempo puoi ricordare un certo periodo di anni prima come molto più leggero o pesante di quanto sia stato in realtà. Il tuo diario del tempo può invece ricordarti esattamente come andò.

Scrivere cosa hai provato, dove ti sei perso o ritrovato, è un atto di presenza. È un modo per ricordarti che la corsa, alla fine, è anche un luogo mentale. Un posto che puoi esplorare, ma anche abitare. E ricordare con più precisione, anche anni dopo.

Il futuro che scrivi oggi

Questa rilettura non è autocelebrazione, ma una potente iniezione di fiducia, un promemoria tangibile della tua costanza e della tua capacità di superare i limiti. È come riascoltare un vecchio vinile che ti ricorda un periodo particolare della tua vita, solo che qui la musica sei tu, che corri sempre più forte, o.- se non più velocemente – almeno con più consapevolezza.

Il diario diventa anche un alleato prezioso nella pianificazione. Analizzando le tue reazioni ai diversi tipi di allenamento, puoi personalizzare le tue tabelle, capire quali combinazioni funzionano meglio per te, quali ti portano a un miglioramento costante e quali, invece, ti fanno sbattere contro un muro invisibile. È un po’ come studiare uno spartito prima di un’esecuzione: conosci le note, le dinamiche, i passaggi più delicati.

Certo, all’inizio potrebbe sembrarti un impegno gravoso, un’altra voce da aggiungere alla già lunga lista di cose da fare. Ma prova a pensarla come un appuntamento con te stesso, un momento di ascolto interiore che ti ripagherà con una maggiore consapevolezza.

Non devi impegnare troppo tempo a scriverlo, non deve mai diventare un impegno gravoso. A volte può essere di poche parole, altre può essere più dettagliato. Fai come ti senti e ripetiti che pure Kafka (che era scrupolosissimo nel tenere un diario) a volte scriveva anche solo una parola. Per un’intera giornata!

Alla fine, forse, correre è anche questo: una conversazione lunga una vita. Il diario ti aiuta solo a non perderti le parti migliori. E chissà, magari un giorno rileggerai queste pagine con un sorriso, ripensando alle fatiche di oggi come a un preludio necessario per le gioie di domani. In fondo, ogni runner ha la sua sinfonia da comporre, e il diario è il suo fedele pentagramma.

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