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Il passo del monaco: tre principi Zen per una corsa più efficace

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Capita a volte di pensare che la corsa sia solo gambe, cuore e polmoni. Un meccanismo perfetto, certo, ma pur sempre un meccanismo. Eppure, se hai letto il pezzo su “Lo Zen e l’arte della corsa: il sentiero della consapevolezza“, avrai capito che c’è molto di più. Abbiamo iniziato a esplorare come la consapevolezza e la presenza, concetti centrali nella filosofia Zen, possano trasformare la tua esperienza di runner. Abbiamo parlato della Mente di Principiante (Shoshin) e di come il respiro possa essere un ancoraggio nella tua meditazione in movimento.

Ma la via Zen è ricca di spunti, non è una lista di esercizi da spuntare, ma piuttosto un approccio alla vita che può permeare ogni tua azione, compreso il tuo allenamento. Oggi, ci addentriamo in altri tre principi che, una volta compresi e integrati, possono elevare la tua corsa a un livello di significato e di efficacia che forse non avevi mai immaginato. Non si tratta di formule magiche, ma di attitudini che, se coltivate, possono cambiare radicalmente il tuo rapporto con la fatica, il risultato e persino la natura stessa della corsa.

Il lavoro consapevole (samu del runner): ogni chilometro è una pratica

Nei monasteri Zen, il lavoro quotidiano – pulire, cucinare, coltivare l’orto – non è visto come una mera mansione, ma come una pratica meditativa in sé, chiamata samu. Ogni compito viene svolto con piena attenzione, dedizione e presenza, non per il risultato finale, ma per l’azione stessa. È il contrario di ciò che facciamo spesso: svolgere un compito pensando già al successivo, o al risultato che ne otterremo.

Applica questo alla corsa. Ogni chilometro, ogni ripetuta, ogni sessione di forza non è solo un mezzo per un fine – che sia una gara, un personal best o la forma fisica. È un’opportunità per praticare la piena presenza. Senti il movimento del tuo corpo, la pressione del piede sul terreno, il modo in cui le tue braccia oscillano. Osserva il paesaggio che cambia, l’aria che ti avvolge. Non preoccuparti della velocità, o di quanti chilometri mancano. Concentrati sul chilometro che stai correndo ora.

Trasforma la tua corsa in un Samu: un atto di lavoro consapevole, dove ogni passo è un’espressione della tua attenzione e dedizione. Questo non solo rende l’allenamento meno noioso, ma lo arricchisce di un significato che va oltre il mero dispendio energetico.

L’accettazione dell’impermanenza: cavalcare l’onda della fatica

Uno dei pilastri della filosofia orientale è la comprensione dell’impermanenza (anicca): tutto è transitorio. La fatica, la gioia, la buona forma, la cattiva giornata, un infortunio inaspettato. Tutto ciò che sorge è destinato a svanire. Lo Zen insegna a riconoscere e accettare questa verità, senza attaccarsi a ciò che è piacevole e senza resistere a ciò che è spiacevole.

Per il runner, questo è un insegnamento prezioso. Correre, soprattutto sulle lunghe distanze o in momenti di particolare intensità, implica una certa dose di disagio e fatica. La nostra reazione naturale è quella di combatterla, di volerla eliminare. L’accettazione dell’impermanenza, invece, ti invita a osservare il dolore e la fatica. Sentili. Riconoscili come sensazioni che sorgono e svaniscono, come nuvole nel cielo.

Non si tratta di masochismo o di sopportazione cieca, ma di una forma di resilienza mentale. Accettando che la fatica è parte integrante dell’esperienza, ne diminuisci il potere su di te. Diventi un osservatore distaccato, capace di continuare a muoverti anche quando il corpo vorrebbe fermarsi, sapendo che anche quella sensazione passerà. È una saggezza che libera dalla frustrazione e permette di adattarsi a ogni condizione.

Corri per la corsa, non per il cronometro

Correndo, troppo spesso, siamo ossessionati dal cronometro e dalla performance. Siamo intrappolati in un ciclo di obiettivi numerici: “Devo fare quel tempo”, “Devo migliorare il mio PB”. Sebbene gli obiettivi siano importanti per la motivazione, l’attaccamento eccessivo al risultato può generare ansia, frustrazione e distrarre dalla gioia intrinseca della pratica.

Lo Zen, al contrario, invita a focalizzarsi sul processo, sull’azione stessa. È come un pittore che si concentra sull’atto di dipingere, sul colore che si mescola, sul pennello che scorre sulla tela, piuttosto che sull’idea di vendere il quadro o vincere un concorso. La liberazione dalla pressione del risultato può paradossalmente portare a prestazioni migliori e, soprattutto, a una maggiore gioia nel praticare. Corri per il piacere di correre, per l’esperienza del movimento, per la libertà che senti nel tuo corpo e nella tua mente. Quando il tuo focus è sul qui e ora della corsa, il risultato diventa una conseguenza naturale, non un’ossessione che ti deruba del presente. Corri per la corsa, e il resto verrà da sé.

Integrare questi principi Zen nella tua corsa non significa trasformarti in un monaco asceta, ma arricchire la tua esperienza di running. Significa correre con maggiore consapevolezza, meno ansia e più gioia. È un sentiero che, se percorso con dedizione, può portarti non solo a migliorare come atleta, ma a scoprire una nuova dimensione di benessere e significato nella tua vita.

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