- Il talento senza impegno è inutile.
- Dire “non ho talento” è solo una scusa per non provarci.
- La costanza e la disciplina sono i veri superpoteri.
Hai presente quando qualcuno eccelle in qualcosa e la prima reazione è: “Eh, ma quello è nato per farlo”? Magari lo pensi di un maratoneta che corre a 3:30 al chilometro, di un musicista che fa magie con la chitarra o di un amico che impara tutto al volo e che in un mese impara una lingua nuova. La spiegazione che molti si danno immediatamente è “È una questione di talento” che sottintende la più subdola “Talento che io non ho”.
A proposito di poliglossia, una volta sentii intervistare molti poliglotti e tutti dicevano la stessa cosa: non siamo speciali, ma abbiamo un metodo. Ed era vero: erano persone normali che condividevano più o meno lo stesso metodo di studio di una nuova lingua. Ma non parliamo di imparare nuove lingue: parliamo di talento e metodo, e di quanto l’esercizio e la determinazione contino infinitamente di più nell’ottenere risultati.
Il talento non basta
Se il talento fosse l’unica chiave del successo, il mondo sarebbe pieno di campioni che non si allenano, di scrittori che non leggono e di chef stellati che non sperimentano mai nuove ricette ma che, come per magia, una volta di fronte ai fornelli ne inventano di straordinarie come ispirati da una luce divina. E invece, la realtà è un’altra: il talento può essere un punto di partenza, ma senza dedizione e disciplina, resta solo un potenziale sprecato.
In altre parole: il talento è un invito, un’inclinazione particolare a fare qualcosa ma il potenziale non può essere alimentato solo dal talento.
Pensa a Usain Bolt. Certo, ha delle doti fisiche incredibili, ma senza anni di allenamenti e di sacrifici, alimentazione controllata e mentalità da vincente, sarebbe rimasto solo “uno che corre veloce”. Più veloce di tantissimi altri ma mai il più veloce al mondo.
L’alibi
Dire “quello ha talento” serve soprattutto a sentirsi meglio. Se il successo dipendesse solo da qualità innate, allora nessuno potrebbe farci nulla: o sei nato con il dono o sei condannato alla mediocrità o alla normalità. Ma come disse l’allenatore di basket statunitense Tim Notke, la verità è che l’impegno batte il talento quando il talento non si impegna. Cosa significa? Prendi due atleti: uno innegabilmente di talento che non si applica e uno normale che si allena con determinazione. Fra i due, il secondo batte il primo perché compensa con la preparazione la mancanza di talento.
E parliamo di Rocky? Non è il più forte, non è il più tecnico, ma è quello che si allena più duramente. E alla fine, arriva dove nessuno pensava potesse arrivare. Perché? Perché si fa un mazzo tanto. Certo, Rocky è un personaggio di fantasia ma ti potremmo citare tanti atleti che hanno saputo costruire carriere straordinarie partendo da basi “fisiche” assolutamente normali, così come potremmo elencarti una lista infinita di atleti di grandissimo talento che non hanno mai avuto la voglia o la capacità di mantenere e sviluppare il proprio potenziale. Perché farlo è faticoso, richiede sacrifici, impone di possedere l’unico, vero talento: la costanza.
Il talento più importante? La costanza
Se vuoi migliorare nella corsa (o in qualsiasi altra cosa), la domanda da farti non è: “Ho talento?” ma “Sto lavorando abbastanza?”. L’ingrediente segreto dei campioni non è il DNA, è la disciplina.
Certo, all’inizio può sembrare frustrante: magari hai appena iniziato a correre e ti sembra impossibile tenere il passo di chi lo fa da anni. Ma se ogni giorno aggiungi un pezzetto, se non molli quando piove o quando le gambe urlano, allora stai facendo la differenza. In ogni ambito devi individuare i campioni (non solo nel senso di “quelli che vincono” ma di “rappresentanti delle migliori qualità”) e considerarli dei riferimenti della tua ambizione e non dei sistemi di riferimento per la tua frustrazione.
Gli sportivi migliori sono dei fari: indicano una strada di sviluppo di un potenziale, non una destinazione.
Vuoi un esempio? Non sarai mai forte come Jannik Sinner ma puoi sempre imparare qualcosa da lui e la cosa più bella è che può non c’entrare niente con il tennis. Sinner, per esempio, ha una straordinaria capacità di controllo. Per sua stessa ammissione non perde mai la pazienza. Non lo fa perché gli scoccia farlo in pubblico ma ci riesce per un motivo più interessante: perché lo considera una perdita di energie mentali vitali. Non può sprecare niente, per cui risparmia ovunque possa. Non puoi imparare a giocare come Sinner ma puoi sempre imparare come gestisce la tensione. E usare le sue tecniche in ambiti completamente diversi.
Datti tempo
Chiunque abbia corso una maratona sa che il vero avversario è la testa, non le gambe. È la testa che controlla (o limita) la voglia di fermarsi, di trovare scuse, di credere di non essere “tagliato” per farcela. Ma il punto è che nessuno è tagliato per nulla, fino a quando non costruisce una preparazione tale da poter affrontare una sfida impensabile. E ci riesce solo con il tempo, la fatica e la dedizione.
Quindi pensala diversamente: non avere un talento è una buona notizia perché non ti nega di provarci e soprattutto non ti mette in svantaggio rispetto a chi ha talento ma non ha la costanza di alimentarlo.
Se il talento non è democraticamente distribuito, la volontà lo è perché chiunque la possiede ma molto pochi la esercitano. Insomma: avere la volontà di fare qualcosa e farla è il vero talento, non centrare un canestro a occhi chiusi o correre una maratona a 3 m/km correndo all’indietro.
Sì: puoi farcela anche tu.
Perché alla fine, la differenza tra chi sogna e chi realizza è sempre la stessa: chi realizza non smette mai di provarci.