- La corsa è passata dall’essere vista come stravagante a fenomeno globale, con milioni di praticanti e maratone sempre più partecipate.
- Il running unisce prestazione, benessere e inclusione, permettendo a chiunque di correre secondo il proprio stile e obiettivi, senza barriere d’accesso.
- La corsa è in continua evoluzione, ma la sensazione di libertà che offre resta invariata, connettendo corpo, mente e ambiente.
Come racconta un recente numero della newsletter Goodmorning Runlovers, non tantissimi decenni fa la corsa era considerata un’attività per gente strana, tanto da meritarsi articoli al limite della derisione sui principali quotidiani statunitensi. Nel 1968 il New York Times per esempio definiva i runner “strambi individui che corrono nel loro tempo libero”.
Oggi correre è normalissimo e nessuno si stupisce più a vedere persone vestite in maniera più o meno eccentrica nei parchi delle città o lungo le strade, spesso anche in giornate flagellate da meteo poco clementi.
I runner sono diventati elementi del paesaggio urbano. Un po’ come gli alberi e le panchine, le auto e i negozi. Giusto così, no? Alla fine ci si abitua a tutto e forse, a ben pensarci, erano due gli elementi che li rendevano tanto bizzarri una volta:
- Che facessero qualcosa considerato da bambini, come correre
- Che lo facessero al di fuori degli appositi spazi, tipo palestre e stadi.
Forse ci vedevano come invasori di pacifici spazi cittadini condivisi, vai a sapere.
Una storia in evoluzione
La prima maratona di New York, nel 1970, fu corsa da soli 127 partecipanti ma segnò l’inizio di un’epoca in cui il running era per pochi appassionati. Già negli anni ‘80 questo sport divenne popolare grazie alle grandi maratone urbane, mentre negli anni ‘90 si democratizzò con gare più accessibili, come le 10k e le mezze maratone.
Dal primo decennio del 2000, la tecnologia e i social hanno trasformato la corsa in un’esperienza digitale e condivisa.
Da allora i numeri di chi corre sono sempre cresciuti e la corsa sembra non avere limiti di partecipazione, basti pensare a quanto stanno crescendo i numeri delle gare oggi.
La Maratona di New York ha raggiunto 55.646 finisher nel 2024, confermandosi la più partecipata al mondo. In Europa, Berlino le va vicinissimo con 54.280 corridori al traguardo, mentre Parigi ne ha accolti 54.175 nello stesso anno. La London Marathon ha ricevuto 840.000 richieste di partecipazione, con un limite di circa 50.000. In Italia, la Run Rome The Marathon prevede circa 30.000 partecipanti nel 2025. La voglia di correre – e di gareggiare – è sempre più forte.
Due modi di correre (dei 732 milioni che esistono)
Oggi il running è un fenomeno globale che unisce prestazione, benessere e inclusione. Lasciando per una volta da parte gli aspetti tecnologici che lo contraddistinguono (non trascurabili di certo), questi sono i tre pilastri su cui poggia.
1. Prestazione
Di certo c’è chi corre per sfidarsi, sia che si tratti di una competizione personale che collettiva. Molti insomma corrono per misurarsi con gli altri. Non tutti, magari neanche molti ma per tante persone la corsa è soprattutto una ricerca di conferme (col rischio di restare delusi) sulla propria forma fisica. Del resto i numeri ci piacciono e danno l’impressione di capire la realtà, quindi non c’è da stupirsi.
2. Benessere
Chi corre per competere finisce anche per star bene (quando il suo approccio alla corsa non è ossessivo e concentrato solo sulle prestazioni e su programmi implacabili per raggiungerle) ma esistono pure moltissime persone che lo fanno solo per questo: per trovare un equilibrio fisico e mentale.
Tra l’atro la corsa intesa in questo modo elimina una componente di confronto che frena molte persone dal fare sport: per quanto le gare siano eventi sociali, la corsa può essere uno sport solitario, che non obbliga a confrontarsi con nessuno se non con se stessi.
3. Inclusione
Per correre non devi iscriverti a nessuna palestra né giocare in nessuna squadra o club. Non che sia vietato, anzi: esistono le società sportive e i running club, e siano sempre lodati, entrambi. Ma il fatto che non vi sono soglie di accesso e che ognuno, in un modo o nell’altro, possa trovare il proprio modo di correre lo rende uno sport senza particolari barriere all’accesso.
Come si diceva, non c’è controllo sociale, non ci sono filtri economici particolari (l’attrezzatura per praticarlo ha un costo limitato), non bisogna imparare regole particolari né curare troppo la tecnica (ovvio che è meglio farlo). Insomma, quando si dice che quasi chiunque può correre, si dice la verità.
C’è grande libertà nella corsa, sia nel praticarla che nell’intenderla. La corsa è un po’ come l’arte astratta: non c’è un modo giusto e uno sbagliato per farla, la fai e basta.
E domani?
Il bello della corsa è che, paradossalmente, non ha mai un vero traguardo. È in continua evoluzione, proprio come chi la pratica. Oggi è inclusiva, varia, personale, e chissà come sarà tra dieci o vent’anni. Forse correremo con scarpe sempre più tecnologiche o in città progettate meglio per chi si muove a piedi. Oppure, magari, ci libereremo di qualche tecnologia per tornare a una corsa più semplice e istintiva.
Ma una cosa resterà sempre uguale: la sensazione di libertà che si prova correndo. Quella che ti mette in connessione con te stesso e con il mondo intorno. Che tu corra per migliorare i tuoi tempi, per rilassarti o solo per goderti l’aria fresca, la corsa sarà sempre lì. Semplice, democratica e pronta ad accoglierti, qualunque sia il tuo passo.
Perché in fondo correre non è solo muoversi nello spazio, è anche andare avanti. In ogni senso.