Quest’estate ho corso meno. Non perché stessi male o fossi infortunato. Non ero nemmeno in vacanza (non credo ci andrò). Ho corso meno perché non ne avevo voglia. E per la prima volta, l’ho accettato.
Sembra poco, e forse lo è. Ma per me è stato tutto.
Negli anni ho imparato – o forse dovrei dire “mi sono imposto” – a essere disciplinato, costante, presente. In pista, nella vita, nel lavoro. Come se un metronomo interiore battesse sempre lo stesso ritmo: devi, devi, devi. E se per caso salti un colpo, ecco che arriva la voce dentro a dirti che hai sbagliato. Che non sei all’altezza. Che non è così che si fa.
Poi è arrivata l’estate. E con lei, quel tipo di lentezza che all’inizio ti irrita, poi ti interroga, e infine ti accoglie. Giornate che iniziano pigre, corse che si spostano all’alba o al tramonto per non sciogliersi nel caldo, e un corpo che – senza chiedere il permesso – ti dice che ha bisogno di altro. Di spazio. Di silenzio. Di leggerezza.
Eppure, anche mentre lo ascoltavo, una parte di me lo giudicava.
Mi diceva che gli altri stavano correndo di più. Che quell’amico aveva fatto il suo miglior tempo, quell’altra era al suo quarto lungo in tre settimane, e io… io ero lì a camminare per il parco, a pensare se davvero avevo voglia di mettere le scarpe o se era solo l’ennesimo tentativo di stare al passo.
Il cambiamento è arrivato un giorno qualsiasi. Nessuna epifania, nessun traguardo tagliato. Solo una corsa all’alba, fatta senza orologio. Non avevo in programma niente, nemmeno il percorso. E per la prima volta da mesi, ho corso solo per il piacere di farlo. Senza guardare il passo, senza controllare il battito, senza dover dimostrare niente a nessuno – nemmeno a me stesso.
Quando sono tornato a casa, sudato e felice, ho capito che quel senso di libertà non veniva da un chilometraggio ridotto o da una performance eccezionale, ma da un giudice interno che – per una volta – aveva taciuto.
Correre mi ha sempre dato molto: energia, forza, lucidità mentale. Ma questa estate mi ha insegnato qualcosa di più profondo. Che anche se la corsa è uno strumento potente per migliorarsi, non serve solo a diventare qualcosa. Può aiutarti a essere. A stare.
È come se ogni passo diventasse una piccola carezza. Un modo per dirsi: va bene così. Anche se oggi non ti senti forte. Anche se ti fermi. Anche se rallenti.
Perché non sei la somma delle tue medie al chilometro. Sei molto di più. Sei quello che rimane quando togli tutto il resto.
E in questa sottrazione – estate, caldo, tempo sospeso – ho scoperto che la gentilezza verso sé stessi è una forma di allenamento. Che non si cronometra, non si posta, non si mette su Strava. Ma si sente. E resta.
Correre meno mi ha fatto bene. Ma soprattutto, giudicarmi meno mi ha fatto sentire meglio. E se c’è una cosa che voglio portarmi oltre l’estate, è proprio questa: la libertà di essere presente, non perfetto.
Tornerò ad allenarmi con costanza, a inseguire numeri e progressi. O magari no. Ma adesso so che ogni corsa può essere anche un atto d’amore verso me stesso. Un modo per riconoscermi, non solo per superarmi.
E in fondo, non è forse questa la vera meta?