L’Italia che cammina: 3 storie di cammino che cambiano la vita

Tre storie vere di chi ha camminato, ha lasciato andare e ha trovato qualcosa di nuovo.

Cosa succede quando cammini per giorni? Succede che smetti di correre. Non solo nel senso fisico, ma anche – e soprattutto – in quello mentale. Camminare a lungo è come lasciare andare pian piano tutti i pensieri che credevi fondamentali e scoprire, passo dopo passo, che forse lo erano solo nella testa. Succede che inizi a ricordare, poi a dimenticare, poi a perdonare. Succede che qualcosa cambia, anche se non sai bene cosa. Camminare è un modo antico per andare avanti. E non c’è bisogno di arrivare lontano: basta partire.

In queste tre storie – vere, anche se un po’ romanzate per proteggere chi le ha vissute – c’è dentro tutta la forza di un cammino. La forza gentile di chi, invece di spingere, si lascia portare.

1. Marta e la Via Francigena: “Quando ho mollato tutto, ho trovato tutto”

Marta aveva 37 anni, un lavoro in un’agenzia pubblicitaria milanese e una piantina di ficus che non riusciva a far sopravvivere. “Come me”, diceva, guardandola ogni mattina. Poi è arrivata la mail che le comunicava l’ennesimo cambio di ruolo “più strategico e sfidante”. E lì si è accorta che, per anni, aveva solo rincorso qualcosa che non sapeva neanche di volere.

Ha messo uno zaino in spalla, ha detto ciao (non addio) e ha preso un treno per Aosta. Il giorno dopo ha cominciato a camminare lungo la Via Francigena. “Non avevo mai fatto un trekking in vita mia. Non avevo neanche scarpe adatte”, racconta. Ma dopo 30 giorni, 1.000 km e infinite notti in ostelli spartani, Marta ha trovato qualcosa che nessun master le aveva mai insegnato: la libertà di non sapere cosa fare dopo.

Oggi vive in Toscana, lavora da remoto, coltiva un orto e, sì, il ficus è ancora vivo.

2. Antonio sul Sentiero Italia: “Nel silenzio, mio padre era lì”

Antonio ha perso suo padre improvvisamente. Infarto, 63 anni, una mattina qualsiasi. Con lui se n’erano andate tutte le parole non dette e (purtroppo) pure quelle dette male. Era rimasta solo una voce registrata nei vocali di Whatsapp, che Antonio ascoltava infinite volte.

Poi ha scoperto il Sentiero Italia: un filo lungo oltre 7.000 km che unisce tutte le montagne italiane. Non l’ha fatto tutto, ovviamente. Ma ha camminato per un mese intero, in solitaria, dormendo dove capitava, parlando con pastori e anziani che sembravano sapere tutto, anche di lui.

“Le prime notti sono state terribili”, racconta. “Ma poi, in un rifugio sopra Norcia, ho sognato mio padre. E non era arrabbiato. Rideva.”

Quando è tornato, Antonio non era guarito. Ma aveva imparato che il dolore, se cammini abbastanza, si sposta dalle spalle ai piedi. E diventa più leggero.

3. Adele e Marco sul Cammino dei Briganti: “Se ci perdevamo, era solo per ritrovarci”

Adele e Marco stavano insieme da otto anni. Convivenza, bollette, vacanze prenotate in anticipo. Ma da un po’ qualcosa si era rotto. Si parlavano poco, si ascoltavano ancora meno. Lei voleva cambiare città, lui restare. Lei sognava un figlio, lui non era sicuro.

Un’amica ha suggerito loro di fare il Cammino dei Briganti. “Per staccare, per vedere che succede”. 100 km tra Lazio e Abruzzo, tra boschi fitti e piccoli paesi dove il tempo sembra essersi fermato.

Il primo giorno hanno litigato. Il secondo anche. Ma poi qualcosa è cambiato. “Quando cammini tutto il giorno, non puoi fare finta. Ti togli le maschere. Vedi l’altro per com’è, e non per come te lo immagini.”

Alla fine non sono tornati “più uniti di prima”. Si sono lasciati. Ma con gentilezza. Senza rancore. “Quel cammino ci ha fatto capire che ci volevamo bene. Ma non abbastanza da restare insieme. E anche questo è amore.”


Cosa hanno in comune queste tre storie?

La partenza, non l’arrivo. La scelta di mettersi in cammino senza sapere esattamente dove si andrà, ma sapendo benissimo da cosa si sta scappando – o verso cosa si sta andando. Il cammino, in tutte queste storie, non è una fuga. È un confronto. Con se stessi, con chi si è stati, con quello che si potrebbe diventare.

Camminare non è solo movimento. È un esercizio di consapevolezza. Ti insegna l’ascolto, la pazienza, l’arte del passo lento. Ti spinge a rallentare mentre il mondo corre, a respirare quando tutto sembra troppo veloce.

Camminare come terapia attiva

C’è chi fa terapia sul lettino e chi sulle mulattiere. Nessuna è migliore, nessuna è definitiva. Ma camminare ha una forza tutta sua: ti costringe a essere presente, a sentire ogni muscolo, ogni respiro, ogni pensiero che finalmente trova spazio per farsi sentire.

È una forma di meditazione in movimento. Una specie di playlist infinita di pensieri che si srotolano come un sentiero tra i boschi. E alla fine, anche se non trovi risposte, trovi sempre qualcosa: un paesaggio, una parola, un silenzio che ti dice “va tutto bene”.

Ecco perché in Italia – tra Francigene, Sentieri e Cammini dei Briganti – non cammina solo chi ama la natura. Ma chi ha voglia di tornare a casa con un passo diverso. Anche se casa è sempre la stessa.

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