Per capire come nascono i nostri campioni, dobbiamo prima guardare la strada che devono percorrere. E in Italia, questa strada ha due ostacoli enormi: la prima è un monologo che riempie ogni spazio e non lascia aria per altre voci. La seconda è un silenzio fatto di crepe, di ruggine e di porte chiuse. Un po’ troppo poetiche come immagini?
Parliamo dell’impero del pallone e delle palestre dimenticate. Il software e l’hardware di un sistema che sembra progettato per celebrare un unico re, lasciando gli altri a lottare per le briciole.
L’Impero del Pallone e la monomania del calcio
In Italia, il calcio non è uno sport. È una religione, un linguaggio universale, un pezzo della nostra identità nazionale. Le sue radici sono così profonde che si perdono nel Rinascimento, con giochi come il calcio fiorentino. Questa tradizione si è trasformata in una vera e propria monomania culturale e mediatica.
I giornali sportivi dedicano quasi tutte le loro pagine al pallone, e sono tra l’altro ormai gli unici quotidiani ad avere una tiratura ragguardevole. In altre parole, rappresentano una fetta enorme della stampa nazionale. In televisione, lo spazio per il calcio oscura tutto il resto, creando un mercato dei diritti TV multimiliardario che non ha eguali. Piattaforme come DAZN o Amazon Prime hanno costruito i loro modelli di business proprio su questo, alimentando un circolo vizioso: i media investono cifre folli nel calcio perché garantisce ascolti, e questa copertura totale rafforza l’interesse del pubblico, che a sua volta giustifica gli investimenti. È un impero che si autoalimenta, un gigante che con la sua sola presenza mette in ombra su tutto il resto.
Gli “odiosi” sport secondari
E nell’ombra, ci sono anche loro: gli “sport minori”. Ormai usiamo questa espressione senza pensarci, ma è una parola che relega le discipline a cui si riferisce a un ruolo subalterno. Non è una classificazione, è una condanna. Parliamo pur sempre di sport con milioni di praticanti e campioni mondiali che vengono relegati a un ruolo subalterno.
I dati sono impietosi. A livello globale, lo sport femminile riceve circa il 5% della copertura mediatica, che scende al 4% al di fuori di eventi come le Olimpiadi, nonostante le donne siano il 40% di chi fa sport. Anche durante i Giochi, quando l’attenzione dovrebbe essere più alta, gli atleti maschi ricevono più visibilità (57% contro 43%) e vengono intervistati di più.
Il problema non è che il calcio sia popolare. Il problema è che il sistema mediatico non fa quasi nulla per promuovere una cultura sportiva più ricca e varia. Non si limita a riflettere i gusti del pubblico, li plasma. Concentrando tutte le risorse narrative ed economiche su un’unica disciplina, priva le altre della possibilità di raccontare le proprie storie, di creare i propri eroi, di costruire una base di appassionati.
E così, gli “sport secondari” sono intrappolati in un paradosso crudele: per avere visibilità devono vincere ai massimi livelli, ma per vincere hanno bisogno di quelle risorse che solo la visibilità può garantire.
Eroi a intermittenza
In questo scenario, i nostri campioni diventano eroi a intermittenza. La loro esistenza, per il grande pubblico, non è scandita dalla fatica quotidiana degli allenamenti, ma dai lampi accecanti delle vittorie che riescono a bucare il muro del silenzio.
Jannik Sinner, prima di diventare il numero 1 al mondo, era un nome per appassionati. Atleti come Gianmarco Tamberi, Nadia Battocletti, Bebe Vio, sono costretti a compiere l’impresa più grande solo per guadagnarsi quello spazio che per un calciatore di medio livello è scontato.
È una pressione pazzesca. È come correre, saltare o nuotare non solo contro un avversario, ma contro l’indifferenza. Ogni allenamento sotto la pioggia, ogni trasferta pagata dalla famiglia, diventa un atto di resistenza silenziosa. È la rivendicazione del proprio valore in un sistema che si accorge di te solo quando sali sul podio più alto. La carriera di questi atleti non è un film, è una serie di trailer spettacolari. E la loro sfida più grande è continuare a brillare anche quando nessuno guarda.
Allenarsi tra le crepe
Se il rumore assordante del calcio è il primo ostacolo, il secondo è un silenzio che fa ancora più male. È il silenzio delle palestre fatiscenti, delle piste di atletica consumate e delle piscine con le piastrelle rotte. È lo stato delle nostre infrastrutture sportive, l’hardware su cui i nostri atleti dovrebbero costruire i loro sogni.
E quell’hardware, in Italia, è vecchio, malandato e distribuito in modo ingiusto.
Un patrimonio obsoleto
In Italia ci sono circa 77.000 impianti sportivi. Sembrano tanti, ma il 44% di questi è stato costruito tra gli anni ’70 e ’80, e oggi mostra tutti i segni del tempo. L’8% è addirittura inutilizzabile: migliaia di spazi sottratti allo sport e alla comunità.
Il problema è che quasi il 70% di queste strutture è di proprietà pubblica, e la percentuale sale al 90% per quelle più grandi. Questo significa che la loro sorte è legata ai bilanci dei comuni, spesso strozzati da mille altre priorità. La manutenzione diventa un’impresa eroica, e il risultato è un lento e inesorabile degrado. Ci sono circa 3.000 piste di atletica, molte delle quali necessitano di rifacimenti costosissimi per essere omologate, e circa 6.000 piscine pubbliche che sono spesso voragini energetiche con costi di gestione insostenibili.
Il divario strutturale
Questa fotografia nasconde inoltre una frattura profonda: quella tra il Centro-Nord e il Sud. Un rapporto di Svimez e Uisp ha mostrato una correlazione diretta e allarmante: dove ci sono meno impianti, le persone sono più sedentarie. Nel Mezzogiorno, il tasso di sedentarietà arriva al 52,2%, contro il 30% del Centro-Nord.
Questo non è solo un numero, è una barriera. Significa negare a intere generazioni la possibilità di avvicinarsi allo sport. Significa che un talento che nasce in Calabria o in Sicilia deve fare una fatica doppia, e spesso è costretto a migrare per poter continuare a sognare.
Il PNRR: cerotto o cura?
In questo scenario, i fondi del PNRR sono apparsi come una manna dal cielo. Nel 2023, lo sport ha attivato quasi un miliardo di euro di progetti, con un aumento degli investimenti del 69% rispetto al 2021. Un’iniezione di ossigeno che ha permesso di riqualificare, ammodernare e mettere a norma tante strutture.
Ma è una cura efficace? Il rischio è che, una volta finiti i fondi europei, si torni al punto di partenza. Perché il vero problema non è solo costruire o ristrutturare, ma gestire. La maggior parte degli impianti pubblici soffre di un modello di “costruzione e abbandono”: si inaugura in pompa magna e poi, senza un piano di gestione sostenibile, inizia una lenta decadenza.
Il PNRR interviene sul capitale, ma non cambia il modello. Senza una riforma che incentivi gestioni professionali e partenariati pubblico-privato, tra dieci anni saremo di nuovo qui a parlare di strutture obsolete.
E così, la domanda iniziale diventa ancora più pressante. Con un’attenzione mediatica distratta e un’infrastruttura che cade a pezzi, come diavolo fanno i nostri atleti a vincere così tanto? Come riescono a emergere da questo contesto? Forse, la risposta non è nel sistema. Forse, la risposta è proprio nelle crepe.




