Questo articolo è un tentativo ironico (e sincero) di rispondere alla fatidica domanda “Ma chi te lo fa fare?”, esplorando le motivazioni profonde e spesso inesprimibili che spingono un runner ad amare la fatica, la sveglia all’alba e le corse sotto la pioggia.
- “Ma chi te lo fa fare?” è la domanda che ogni runner si sente rivolgere, spesso da amici e parenti ben intenzionati.
- Le risposte di facciata (“lo faccio per la salute”, “per tenermi in forma”) sono solo una piccola parte della verità.
- Le ragioni vere sono più profonde: la ricerca di uno spazio di silenzio mentale, la gioia paradossale della fatica, la sfida con i propri limiti.
- Correre è un modo per dimostrare a se stessi di poter superare le difficoltà, una lezione che si applica poi a tutta la vita.
- E sì, lo facciamo anche per quella birra, bibita o piatto di pasta che, dopo una corsa, hanno un sapore completamente diverso: quello della ricompensa.
La domanda da un milione di dollari (che ti fanno al pranzo della domenica)
C’è un momento sacro, quasi un rito, nella vita di chi corre. Non è il passaggio sotto l’arco del traguardo, né la vista di un’alba mozzafiato durante un’uscita solitaria. È il pranzo della domenica. Sei lì, seduto a tavola, felice e affamato dopo il tuo lungo settimanale, e puntualmente, tra una lasagna e l’altra, arriva. Uno zio, un cugino, un amico ti guarda con un misto di ammirazione e sincera perplessità e pronuncia la frase da un milione di dollari:
“Ma con la pioggia, il freddo, la sveglia alle sei… ma chi te lo fa fare?“.
In quel momento, nella tua testa si affollano mille risposte possibili. Vorresti spiegare tutto: la sensazione delle gambe che girano leggere, la mente che si svuota, la soddisfazione di avercela fatta. Ma sai già che sarebbe un discorso troppo lungo, troppo complesso, forse troppo intimo. E allora, il più delle volte, sorridi e tiri fuori una delle risposte di repertorio.
Le risposte di facciata (che diamo per non sembrare pazzi)
Sono le nostre piccole bugie bianche, le versioni edulcorate della verità che diamo in pasto al mondo per non dover spiegare quella meravigliosa follia che ci abita.
- “Lo faccio per la salute, sai, bisogna muoversi.” (Verità parziale. Lo fai anche per la salute, ma non è certo quello a cui pensi quando stai affrontando l’ultima ripetuta e i polmoni bruciano).
- “Mi aiuta a tenermi in forma.” (Certo. Ma anche la dieta lo farebbe, eppure quel pezzo di cioccolata dopo cena non te lo toglie nessuno).
- “Così posso mangiare un po’ di più senza sentirmi in colpa.” (Questa si avvicina di più, ma riduce il tutto a un mero calcolo di calorie, il che è un insulto alla poesia della fatica).
Sono risposte che funzionano. L’interlocutore annuisce, soddisfatto, e la conversazione passa ad altro. Ma tu lo sai. Lo sai che non è (solo) per quello.
E allora, chi ce lo fa fare davvero? Proviamo a dirlo
Se potessimo fermare il tempo, prendere per mano quell’amico e spiegargli davvero il perché, forse gli diremmo questo.
Per il silenzio che si trova solo al quinto chilometro
I primi chilometri di una corsa sono rumore. C’è il fiato corto, ci sono le gambe ancora rigide, c’è la testa piena dei pensieri della giornata. Poi, quasi senza accorgersene, qualcosa cambia. Il respiro trova il suo ritmo, il corpo si scioglie, e la mente, finalmente, tace. È un silenzio diverso da ogni altro. Non è assenza di suono, ma assenza di rumore mentale. È uno spazio vuoto e pacifico, una forma di meditazione in movimento in cui, per qualche istante, siamo solo corpo che si muove e respiro. E in quello spazio, a volte, troviamo le risposte che cercavamo.
Per la strana e meravigliosa gioia della fatica
Questa è la parte più difficile da spiegare. Come può la fatica portare gioia? Eppure è così. Non la fatica subita, ma quella scelta, ricercata, controllata. È la sensazione dei muscoli che lavorano, del sudore che scende, di un corpo che si sente incredibilmente vivo proprio nel momento dello sforzo. È quella che ci piace definire “gioia allo stato liquido”. È la prova tangibile del nostro impegno, la moneta con cui paghiamo il nostro miglioramento. È una fatica che non svuota, ma riempie.
Per dimostrare a noi stessi che possiamo superare i nostri limiti
La corsa è una meravigliosa metafora della vita. Ci insegna che l’evoluzione e il miglioramento sono possibili, ma non sono gratis. Ogni allenamento è un dialogo con la parte di noi che dice “non ce la faccio”, “sono stanco”, “mollo”. E ogni volta che finiamo quell’ultima ripetuta, che chiudiamo quel lungo che ci sembrava impossibile, non abbiamo solo allenato le gambe. Abbiamo allenato la volontà. Abbiamo dimostrato a noi stessi che siamo più forti dei nostri dubbi. E questa vittoria ce la portiamo dietro anche quando togliamo le scarpe da corsa.
Per quella ricompensa a tavola, che ha tutto un altro sapore
Sì, c’è anche questo. C’è la ricompensa. Ma non è solo una questione di calorie. Il cibo e le bevande dopo una grande fatica hanno un sapore diverso. È il sapore del merito, della celebrazione. È un rito che chiude il cerchio, un momento di condivisione con gli amici di allenamento o di pace con se stessi. È il modo in cui il corpo e la mente si dicono, all’unisono: “Ce la siamo meritata”.
La prossima volta che te lo chiedono, fagli leggere questo.
Probabilmente non capiranno fino in fondo. Per capire davvero, dovrebbero provarlo. Dovrebbero sentire il freddo di una mattina di gennaio che sparisce dopo il primo chilometro, la fatica che si trasforma in euforia, la sensazione di tornare a casa stanchi ma in una versione migliore di sé.
Ma forse, leggendo queste parole, potranno intuire che la nostra non è solo una fissazione, ma una delle forme di amore più sincere che abbiamo trovato. L’amore per noi stessi e per la strada che abbiamo ancora da percorrere.


