Stanco di partire come un razzo e finire come un sasso? Impara l’arte di gestire il ritmo e smetti di sabotare le tue gare.
- Partire troppo forte è l’errore più comune: bruci le energie subito usando il sistema anaerobico.
- L’adrenalina e la folla ti ingannano facendoti sentire onnipotente nei primi chilometri.
- Strategia 1: fai un riscaldamento calibrato (con allunghi) per “accendere” il motore aerobico prima dello sparo.
- Strategia 2: Nei primi km, frena volontariamente. Usa l’orologio (corri 5-10 secondi più lento del tuo passo obiettivo) o la percezione (RPE basso).
- Strategia 3: Usa il respiro come metronomo (es. ritmo 2-in, 2-out) per capire se stai andando fuori giri.
- L’obiettivo è il “negative split”: correre la seconda metà della gara più forte della prima. È più efficiente e psicologicamente appagante.
Parti sempre a razzo e poi crolli? Ecco come smettere di sabotare le tue gare.
Sei al nastro di partenza, senti lo sparo, parte la musica, sei circondato da centinaia di persone cariche a molla e, semplicemente, perdi la testa. I primi due chilometri volano. Ti senti invincibile. “Oggi è la giornata giusta”, pensi, “sto benissimo, il mio orologio deve essere rotto, sto volando”.
Poi, di solito intorno al terzo o quarto chilometro (se è una 10k) o molto più tragicamente intorno al trentesimo (se è una maratona), la luce si spegne. Le gambe diventano improvvisamente di granito, il respiro si fa affannoso e ogni passo diventa una conquista faticosissima. La gara che hai preparato a lungo si sta trasformando in un lungo, penoso calvario per arrivare al traguardo.
Se ti riconosci in questa descrizione, benvenuto nel club. Hai appena sabotato la tua gara. Partire “a cannone” e poi “scoppiare” è l’errore più classico, frustrante e diffuso nel mondo della corsa amatoriale. È il modo perfetto per garantire una prestazione mediocre e una sofferenza massima.
Ma non è un destino ineluttabile. È solo una cattiva gestione delle risorse.
Perché partire piano è così difficile (ma così importante).
Non è colpa tua. O meglio, non del tutto. Il nostro corpo, all’inizio di una gara, è un cocktail esplosivo di adrenalina, nervosismo ed entusiasmo. L’adrenalina, in particolare, è una bugiarda: maschera la fatica. Ti fa sentire onnipotente, ti fa credere di poter tenere un ritmo che, in condizioni normali, ti stroncherebbe dopo pochi minuti.
Il problema è fisiologico. Quando parti troppo forte, il tuo corpo non fa in tempo ad attivare in modo efficiente il sistema aerobico (quello che brucia grassi e ossigeno, il nostro motore diesel quasi infinito). Invece, ti affidi pesantemente al sistema anaerobico (quello che brucia zuccheri rapidamente, il nostro motore a reazione). Il risultato? Produci acido lattico (o meglio, ioni idrogeno, se vogliamo essere pignoli) a un ritmo che il tuo corpo non riesce a smaltire.
Vai in debito di ossigeno quasi subito. E quel debito, amico mio, lo paghi con interessi altissimi per tutta la seconda metà della gara.
Partire piano, al contrario, significa dare il tempo al tuo motore aerobico di “carburare”. Significa usare il carburante giusto al momento giusto, preservando le energie “premium” (il glicogeno muscolare) per quando servono davvero: nel finale.
3 Strategie pratiche per diventare un maestro del ritmo costante.
Controllare l’impulso iniziale non è facile. È una battaglia mentale prima che fisica. Ma si può imparare. Ecco tre strategie concrete da applicare subito.
1. Il riscaldamento “calibrato”: non troppo, non troppo poco.
Molti runner sbagliano già qui. O non si scaldano affatto (partendo “a freddo”, il che amplifica lo shock iniziale per il corpo) o si scaldano troppo (arrivando già stanchi alla partenza).
Il riscaldamento intelligente ha uno scopo preciso: dire al corpo “Ehi, preparati, stiamo per fare sul serio”. Devi attivare il sistema cardiovascolare e “svegliare” il motore aerobico prima dello sparo.
Come fare: 10-15 minuti di corsa lentissima, seguiti da qualche esercizio di mobilità dinamica e, fondamentale, 3-4 “allunghi” (brevi accelerazioni di 80-100 metri a ritmo gara, o leggermente più veloci). Questi allunghi servono a far salire i battiti e a dire al tuo corpo: “Ok, questo è il ritmo che terremo”. In questo modo, quando partirai, il ritmo gara non sembrerà uno shock.
2. I primi chilometri: frena, frena, frena! (Come farlo con orologio o RPE).
Questo è il momento più difficile. Hai l’adrenalina, tutti ti superano. La tentazione di accelerare è fortissima. Tu devi resistere.
Con l’orologio: È il metodo più semplice. Stabilisci il tuo passo gara obiettivo (esempio: 5:00 min/km). Bene. I primi due chilometri devi correrli più lentamente. Imponiti di stare 5, 10, o anche 15 secondi più lento del tuo obiettivo (esempio: 5:10-5:15 min/km). Sembrerà ridicolmente facile. Ti sembrerà di essere fermo. Va benissimo così. Lascia che gli altri vadano. Li ritroverai più avanti.
Con la percezione (RPE): Se non usi l’orologio, usa la Scala di Percezione della Fatica (RPE – Rating of Perceived Exertion), da 1 a 10. L’inizio di una gara (soprattutto se lunga) dovrebbe essere percepito come uno sforzo “controllato”, diciamo un 5 o 6/10. Devi avere la sensazione di “poter chiacchierare”. Se dopo due minuti hai già il fiatone, stai sbagliando tutto.
3. Il tuo metronomo interno: usa il respiro per non andare fuori giri.
L’orologio può mentire (magari il GPS impazzisce tra i palazzi), ma il tuo respiro è il feedback più onesto che hai. È il tuo contagiri.
Impara ad ascoltarlo e a sincronizzarlo con i passi. Per uno sforzo controllato da 10k o mezza maratona, un ritmo respiratorio comune è il 2:2 (due passi mentre inspiri, due passi mentre espiri). Se sei all’inizio e ti senti già in affanno, se il tuo respiro è caotico e devi passare a un ritmo 1:1 (un passo inspiri, uno espiri), significa che sei “fuori giri”. Stai andando troppo forte, punto. Rallenta immediatamente finché il respiro non torna a un ritmo gestibile.
L’obiettivo: correre in “negative split” (e sentirti un campione).
C’è un termine tecnico per l’arte di correre la seconda metà di una gara più velocemente della prima: si chiama “negative split” (frazione negativa). È l’opposto di quello che fa il 90% dei runner amatoriali, che corre in “positive split” (cioè crolla).
Correre in negative split non è solo la strategia fisiologicamente più efficiente per ottenere il tuo miglior tempo. È, soprattutto, una sensazione psicologica impagabile.
Significa arrivare a metà gara sentendoti ancora bene. Significa smettere di essere la preda (che scappa dalla fatica) e diventare il cacciatore. Iniziare a superare quelli che ti avevano sverniciato alla partenza, quelli che ora camminano o si trascinano. Significa finire forte, tagliare il traguardo con la sensazione di aver dominato la distanza, e non di esserne stato vittima.
Ed è molto, molto più divertente.


