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Siamo (quasi) tutti uguali: cosa ci insegna la vita di un’atleta professionista

  • 5 minute read

Abbiamo incontrato Micol Majori e abbiamo parlato di cosa significhi essere un’atleta pro: abbiamo scoperto che, al di là dei cronometri, le loro vite sono fatte dei nostri stessi incastri, delle nostre stesse ansie e della stessa, identica necessità di trovare un equilibrio.

  • Il mito del “Beati loro”: Sbagliamo a pensare che per gli atleti sia facile perché “fanno solo quello”. La verità è che servono talento, mentalità e una predisposizione alla fatica che non sono da tutti.
  • La forza di un “Piano B”: Micol Majori, vice campionessa italiana sui 5000m, è anche ingegnere. Ha scoperto di essere migliorata di più come atleta da quando ha iniziato un lavoro part-time, che non nel primo anno in cui faceva solo atletica.
  • La vera ansia non è la gara: La paura più grande di un’atleta non è la competizione, ma le variabili che non può controllare: un piccolo dolore, la digestione, il sonno. Esattamente come noi amatori, che abbiamo paura delle nostre (lavoro, famiglia, impegni).
  • La routine è la soluzione (non la prigione): Il segreto per gestire le variabili è creare una routine solida e ripeterla. Ma senza ossessioni: l’equilibrio è fondamentale.
  • Siamo tutti uguali: Alla fine, la vita di un pro è complessa quanto la nostra. I sacrifici sono diversi, ma il livello di impegno e la gestione degli incastri sono gli stessi.

Quell’alibi che ci piace tanto

C’è una frase che noi runner amatori amiamo ripeterci, quasi come un mantra per giustificare la nostra mediocrità: “Beati loro, che fanno solo quello”.

Lo pensiamo guardando i professionisti in TV. “Eh, facile così. Se avessi tutto quel tempo per allenarmi, dormire, farmi massaggiare…”. È una scusa “comoda”, che ci solleva da ogni responsabilità.

Qualche giorno fa, in occasione di un episodio speciale di Fuorisoglia – registrato live al Pro Shop running nel negozio Decathlon di Torri di Quartesolo – abbiamo incontrato Micol Majori, mezzofondista professionista, vice campionessa italiana sui 5000 metri. E parlando con lei, quell’alibi comodo si è sgretolato molto rapidamente.

Abbiamo scoperto che, sì, le nostre vite sono diverse, ma la complessità è la stessa. E che, in fondo, siamo davvero (quasi) tutti uguali.

Il paradosso del “Piano B”

Micol è diventata professionista da due anni, da quando l’atletica è diventata il suo lavoro primario e l’ha portata a trasferirsi da Milano a Rubiera per allenarsi con “un certo” Stefano Baldini.

Ma c’è un dettaglio che fa la differenza. Micol è anche ingegnere civile, specializzata in infrastrutture e trasporti. E dopo un primo anno dedicato al 100% all’atletica, ha sentito il bisogno di riattivare il cervello anche su altro. Così ha iniziato una collaborazione part-time, in smart working, con uno studio di ingegneria.

“Perché sprecare il pomeriggio sul divano?”, ci ha detto.

Le chiediamo: “Come è andata? È stato difficile?”.
La sua risposta ci ha spiazzato: “Devo dire che da quando ho iniziato a lavorare part-time, sono cresciuta atleticamente molto di più rispetto all’anno che ho fatto di sola atletica”.

Pensaci un attimo. È un paradosso molto interessante. L’atleta che toglie tempo e focus all’atletica per dedicarlo a un “Piano B”, va più forte. Come è possibile?
Forse la risposta sta nella pressione. Quando la corsa è tutto ciò che hai, ogni singolo allenamento, ogni gara, si carica di un peso esistenziale enorme. Se fallisci, fallisci tutto. Ma se hai un’altra identità, un altro “cantiere” in cui costruire (e lei, da ingegnere, di cantieri se ne intende), la corsa torna a essere “solo” la cosa più bella del mondo, e non l’unica.

Il risultato? Meno pressione, più rendimento.

La vera ansia di un atleta (e la nostra)

Abbiamo parlato di ansia. Noi amatori la conosciamo bene: l’ansia di non trovare il tempo per allenarci, di dover incastrare un lungo tra la spesa e la festa di compleanno del figlio di amici.

E un pro? Di cosa ha ansia un’atleta che fa i 5.000 metri in un tempo che noi facciamo solo in bici?

Pensavamo rispondesse: “la gara”, “l’avversaria”. Invece, no.
“L’ansia da prestazione quasi mai mi ha frenato”, ci spiega. “Anzi, la uso come adrenalina”.
La vera ansia, la sua come la nostra, è legata alle variabili incontrollabili.

“L’ansia ce l’ho più per: ‘Oddio, chissà come mi sento oggi’. ‘Magari a correre a questo ritmo che ho fatto centinaia di volte, oggi sto male’. ‘Oggi magari ho qualcosa che in gara non va’”.
E poi l’elenco è identico a quello di un amatore paranoico prima di una gara: “Chissà se oggi il tendine lo sento… un piccolo dolorino…”, “Oggi mi è rimasto quello che ho mangiato sullo stomaco…”.

Il suo corpo è il suo strumento di lavoro. E come ogni strumento complesso, ha mille variabili che devono allinearsi. Il professionista non ha l’ansia del lavoro o dei figli, ma ha l’ansia del tendine, della digestione, del sonno, della fame in gara. Alla fine, la complessità si equivale. Siamo tutti uguali nel tentativo di governare il caos.

La soluzione? Una routine (non una prigione)

Come si gestiscono, quindi, queste variabili?
Micol ci ha dato la soluzione che le ripete sempre il suo coach (il “capo”, come lo chiamano in gruppo): ripetere il più possibile le condizioni di tutti i giorni.

Il segreto non è fare qualcosa di speciale il giorno della gara. È rendere la gara un giorno normale. “Non stravolgere la nostra routine il giorno della gara”. Mangiare le cose a cui si è abituati, dormire agli stessi orari, fidarsi del processo.

Ma attenzione: routine non significa prigione. Micol ci ha smontato un altro mito. Non mangia solo petto di pollo e riso scondito. “Una volta a settimana la pizza ci sta, anzi, ci dà quel senso di gratificazione”. Persino l’alcol non è un tabù assoluto: “Un brindisi alla laurea una settimana prima degli Italiani? Non puoi non farlo. Devi solo saperti moderare”.

È una lezione di equilibrio. La focalizzazione del professionista non è ossessione rigida, ma una gestione intelligente delle priorità.

La stessa fatica, solo più veloce

Alla fine, abbiamo parlato di allenamento. E anche lì, le parole sono le stesse: lunghi, ripetute, palestra. Solo che le sue ripetute sui 1000m si corrono col prefisso “3 minuti al chilometro”.

Ma la cosa più bella è stata scoprire la sua motivazione. Non è il denaro, non è la fama. È qualcosa di più antico.
“Già alle elementari io in qualsiasi sport volevo fare l’agonista. Avrei pagato per stare con gli agonisti”. Voleva competere. Voleva che ci fosse un primo, un secondo, un ultimo. Voleva imparare a perdere, per capire come impegnarsi di più per vincere.

In questo, forse, non siamo tutti uguali. Ma da questa mentalità, da questa meravigliosa combinazione di focalizzazione e leggerezza, di talento e “Piano B”, abbiamo solo da imparare.

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