Sì, corro. No, non ho fatto la maratona di New York. Guida per non perdere gli amici parlando di GPS e split negativi.
- La corsa è meravigliosa, ma trasformati in un profeta noioso alle cene è un attimo.
- L’universo parallelo dei “non-runner”: un luogo strano dove se corri, devi fare la maratona. Ogni domenica.
- L’interrogatorio è sempre lo stesso: “Non ti annoi?”, “E le ginocchia?”, “Ma chi te lo fa fare?”.
- C’è un feticismo per i 42,195 km. Spiegare a tua zia che la felicità sta anche in un 5 km è più difficile che correre una Ultra.
- Il ‘Garminese’ non è una lingua ufficiale. Parlare di Z4 e VO2max a cena è come leggere l’elenco del telefono.
- La regola d’oro per parlare di corsa? Non farlo. O almeno, attendi che siano loro a chiedere i dettagli (spoiler: non accadrà).
L’interrogatorio sotto la lampada alogena
Sei a una cena. Ti senti rilassato. Il bicchiere di vino è quello giusto, le chiacchiere fluiscono, ti senti quasi una persona normale, perfettamente mimetizzato tra quelli che il sabato sera, legittimamente, non vanno a letto alle dieci in vista del “Lungo” della domenica.
Poi, qualcuno (c’è sempre qualcuno) ti punta il dito addosso, metaforicamente, e a volte anche fisicamente. “Senti, ma tu non sei quello che corre?”.
Silenzio. I commensali si girano. È come se ti avessero appena smascherato come membro di una setta segreta che pratica strani riti all’alba.
Da quel momento, la tua serata è finita. Non sei più “Mario, l’amico simpatico”, sei “Mario, quello-strano-che-corre”. L’attenzione non è amichevole; è un’inchiesta. È l’Inquisizione che cerca di capire la tua devianza. E la prima domanda è un classico intramontabile, un colpo sparato per testare la tua affiliazione: “Allora, domenica hai la gara?”.
Perché nell’immaginario collettivo, noi runner siamo squali. Dobbiamo muoverci (gareggiare) o moriamo (smettiamo di essere runner). L’idea che tu possa correre alle 6 del mattino solo per il gusto di farlo, per vedere l’alba, o per guadagnarti il cornetto alla crema, è semplicemente inconcepibile. Se non c’è un pettorale, è solo una bizzarria.
Il ‘Greatest Hits’ della perplessità (e come uscirne vivi)
Una volta che hai ammesso la tua colpa (“Sì, corro”), l’interrogatorio si sposta sul piano filosofico. I non-runner cercano di comprendere l’incomprensibile, e lo fanno con un set di domande che sembra uscito da un Bignami della perplessità umana.
“Ma non ti annoi?”
Questa, di solito, viene posta da persone la cui massima attività cinetica settimanale è il tragitto divano-frigorifero. La noia, a quanto pare, è solo quella senza cardiofrequenzimetro. Come rispondi a una domanda del genere? “No, di solito progetto il mio piano per la conquista del mondo” è una buona opzione. Oppure un più onesto: “La noia è un lusso che preferisco godermi seduto, non mentre sudo”.
“Ma non ti fa male alle ginocchia?”
Ah, le ginocchia. E il “cugino”. C’è sempre un “cugino” (entità mitologica a metà tra un parente e un caso clinico) che “correva anche lui, poi si è distrutto le ginocchia”. È inutile citare studi scientifici, biomeccanica, il concetto di carico progressivo. Le ginocchia del cugino sono la verità assoluta. Qui, la strategia migliore è il misticismo: “Le mie ginocchia hanno fatto un patto col diavolo”. O un più semplice: “Per ora tengono. Uso anche le caviglie, sai?”.
“Ma chi te lo fa fare?”
La domanda da un milione di dollari. È l’abisso esistenziale che si apre tra te e loro. Loro vedono solo fatica, sudore, alzatacce. Tu vedi… beh, cosa vedi? Come traduci quella sensazione? La risposta onesta (“Perché mi impedisce di uccidervi tutti”) è socialmente inaccettabile. Quindi ripieghi su un vago: “Mi rilassa”. Loro annuiscono, ma vedi che non ti credono.
L’ossessione dei 42,195 (ovvero, tua zia)
E poi arriva lei. La Domanda. Quella che definisce il tuo valore come essere umano che corre.
“Quante maratone hai fatto?”
Ecco, il punto è questo: per il mondo là fuori, la corsa è la maratona. Non esistono le 5 km, le 10 km sono “riscaldamento”, la mezza è un “vorrei ma non posso”. Se non hai corso 42,195 chilometri, preferibilmente a New York, non sei un vero runner. Sei uno che fa “jogging”.
Spiegare a tua zia, durante il pranzo di Natale, che la tua gioia assoluta è stata chiudere una 10 km sotto i 40 minuti, facendoti esplodere i polmoni, è impossibile. Lei ti guarderà con compassione, ti chiederà se vuoi altri tortellini e ti dirà: “Vabbè, ma la maratona la fai prima o poi, vero?”.
È un feticismo della distanza. È l’idea che solo la sofferenza estrema e prolungata nobilita l’atto. Non capiscono che a volte la gioia pura sta in 30 minuti di corsa lenta, senza obiettivo, senza GPS, solo tu e il rumore dei tuoi passi. Ma prova a dirlo.
Non parlare ‘Garminese’, parla ‘Umano’ (se proprio devi)
L’errore, ammettiamolo, lo facciamo anche noi. Spinti da un entusiasmo che ci rende socialmente pericolosi, quando qualcuno ci chiede “Com’è andata la corsa?”, noi rispondiamo.
E rispondiamo male.
“Benissimo! Ho tenuto un passo medio di 4:45, con la frequenza cardiaca che non è mai salita sopra Z4, e il mio VO2max è salito di un punto!”.
Tradotto per loro: “Flsbargh, glop, 4:45, Z4, VO2max”.
Stai parlando ‘Garminese’. Una lingua aliena, fatta di acronimi e numeri che non significano nulla per chi misura il successo di una giornata in base al numero di episodi della serie tv che è riuscito a vedere.
Nel momento in cui inizi a parlare di “split negativi”, hai perso il tuo pubblico. Vedi i loro occhi che diventano opachi. Stanno pensando alla lista della spesa. Hanno afferrato il telefono. È finita. Se proprio devi (e sottolineo devi) condividere la tua esperienza, parla la loro lingua. Parla di sensazioni. “Ho visto un’alba pazzesca”. “Mi sentivo stanco, ma dopo mi sono sentito un dio”.
O, ancora meglio, parla di cibo: “Ho corso 20 km. Sai quanta carbonara posso mangiare adesso?”. L’argomento “cibo” è universale. Un ponte tra le culture.
L’indicatore ‘Occhio-spento’ (ovvero, quando tacere)
Sopravvivere socialmente come runner richiede un’abilità fondamentale, più importante della gestione del lattato: l’autocontrollo verbale.
Come capisci quando è il momento di smettere di parlare della tua ultima sessione di ripetute?
La risposta è dolorosa ma necessaria: subito. Probabilmente dovevi smettere ancora prima di iniziare.
L’indicatore ‘Occhio-Spento’ è infallibile. Quando il tuo interlocutore smette di fare domande e inizia a dire solo “Ah” e “Wow” con la stessa convinzione con cui si guarda un cantiere stradale, è il momento di cambiare argomento.
La corsa è una cosa nostra. È un monologo interiore, a volte una terapia, spesso una gioia indicibile. Ma è, per la maggior parte, intraducibile. Non cercare di convertire nessuno. Corri, sii felice, e a cena parla di calcio, di politica, del meteo. O, al massimo, della birra pazzesca che ti sei bevuto dopo l’allenamento. Quella, di solito, la capiscono tutti.


