10 anni fa avevo un abbigliamento invernale e uno estivo. D’inverno usavo i pant lunghi, d’estate quelli corti. C’era un ordine nelle cose. Da qualche anno uso quelli lunghi solo in montagna. Non mi piace soffrire il freddo: il fatto è che in inverno non ce n’è più bisogno, anche nei mesi più freddi.
Se devo proiettare questo cambiamento su un arco temporale più lungo – di 10 o 20 anni – mi pongo inevitabilmente la domanda: ma riusciremo ancora a correre all’aperto, dato l’aumento delle temperature?
Sempre 10 anni fa, in estate correvo di sera. C’erano 24-25 gradi. Caldo ma non caldissimo, ci stava. Negli ultimi anni ho corso alla stessa ora ma con 32-33°. Dovremo correre di notte?
Il grande riscaldamento che ci costringe in casa
Non serve essere scienziati per accorgersene: le estati sono sempre più fornaci a cielo aperto e per rendercene conto non dobbiamo guardare lontano. Anche in Italia, le ondate di calore rendono la corsa estiva non solo faticosa ma anche pericolosa. L’effetto “isola di calore” – cioè il fatto che le temperature in città siano sensibilmente più elevate che in campagna – trasforma le nostre città in trappole roventi. I dati dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Salute) e dell’Agenzia Europea dell’Ambiente sono brutali: tra il 2000 e il 2021, i decessi legati al caldo in Europa sono aumentati del 68%. Correre in queste condizioni non è più solo una fatica, ma un rischio concreto: dal colpo di calore ai danni renali da stress termico.
L’aria che respiriamo ci frena
Poi c’è il nemico invisibile: l’inquinamento. Quando corriamo, la nostra ventilazione polmonare aumenta drasticamente. In pratica, in un’ora di corsa in città respiriamo la stessa quantità di schifezze che inaleremmo in due giorni di vita sedentaria.
Il punto non è solo respirare aria sporca. È che, come ha dimostrato uno studio pubblicato su Lancet, fare esercizio fisico in presenza di alte concentrazioni di PM2.5 può annullare i benefici cardiovascolari della corsa. Hai letto bene: annullare. Fai qualcosa per la tua salute in un contesto che te la compromette. La pianura Padana, in questo, è uno degli hotspot peggiori d’Europa. Correre d’inverno a Milano o a Torino significa spesso farlo quando le centraline consigliano di “evitare l’attività fisica all’aperto”. Un controsenso che viviamo sulla nostra pelle: per stare bene – lo sappiamo – bisogna stare all’aria aperta. Ma possiamo sempre meno spesso starci in sicurezza.
Città sempre più grigie
E poi dove corriamo? Lo spazio è un altro pezzo del puzzle. Il verde urbano pro capite in molte città europee è in diminuzione, limitato ed eroso dal cemento. L’Italia, in questo, è maglia nera: abbiamo consumato più suolo di Francia, Germania e Regno Unito messi insieme. Meno verde significa non solo meno posti belli e sicuri dove allenarsi, ma anche aria più sporca e temperature più alte.
A questo si aggiungono il traffico, che rende la corsa stressante e meno sicura. Con un altro paradosso: un parco poco illuminato o un’area isolata diventano zone off-limits, soprattutto per le donne. Si innesca quindi un circolo vizioso: meno frequentiamo uno spazio pubblico perché lo percepiamo come insicuro, meno le amministrazioni se ne curano. E un parco vuoto, lo sappiamo, è un parco che rischia di scomparire.
La fuga nel virtuale: un’alternativa
Ci ricordiamo tutti la dimensione virtuale dello sport a cui siamo stati costretti dalla pandemia. Ritornarci non provoca una piacevole sensazione eppure, di fronte a un mondo esterno così ostile, la tentazione di chiudersi in casa è forte. E l’industria del fitness lo sa. Proprio la pandemia ha dato il via a un’esplosione di piattaforme come Zwift e Peloton, che offrono esperienze di allenamento immersive, sicure e controllate.
Il corpo si muove, certo. Ma il mondo resta fuori. E noi, cosa perdiamo?
Perdiamo l’esperienza sensoriale, quella che nessuna tecnologia può replicare: l’odore della pioggia sull’asfalto, la luce che cambia al tramonto, la fatica condivisa con uno sconosciuto che incroci sempre alla stessa ora, la scoperta di un sentiero che non avevi mai notato. La corsa virtuale è un’esperienza prodotta, curata, asettica. La corsa nel mondo reale è immersione.
Correre oggi è un atto di resistenza
Per questo, oggi, uscire a correre è diventato un atto politico. Un gesto di resistenza.
Ogni runner che si muove nello spazio pubblico sta affermando il proprio diritto a esistere in quel luogo. Sta rivendicando il diritto a una città più a misura d’uomo, con aria più pulita, più verde e spazi sicuri per tutti. Ogni nostra corsa è una dichiarazione d’intenti: “Io ci sono, in questo mondo, in questo corpo, in questa città”.
La domanda, allora, non è più “per quanto correremo ancora all’aperto?”. La vera domanda è: per quanto ancora saremo disposti a lottare per poterlo fare?
Perché ogni passo che facciamo fuori dalla porta di casa è un passo verso un futuro che non possiamo e non dobbiamo dare per scontato.