Perché lo sport italiano vince?

L'Italia dello sport vince moltissimo. Ma è solo merito di eroi solitari o esiste un sistema?

C’è un’immagine che, più di altre, racconta l’euforia di un pomeriggio di luglio. È il volto di Jannik Sinner che alza al cielo il trofeo più sognato del tennis. Ha appena vinto Wimbledon, il primo italiano di sempre a riuscirci, e lo ha fatto contro il suo rivale di una vita, Carlos Alcaraz. In quel momento, un’onda d’urto emotiva ha attraversato l’Italia intera, un brivido collettivo che ci ha fatto sentire tutti parte di qualcosa di grande, di speciale.

Ci piace molto la narrazione eroica delle vicende, specie sportive: il lento e indomito lavoro di un singolo verso la luce della vittoria. Il percorso fatto di difficoltà e ambienti poco favorenti (e in Italia ne sappiamo qualcosa) che, sempre nella narrazione spesso distorta che se ne fa, sarebbero addirittura la ricetta miracolosa che spiega il successo di questi campioni.

Forse abbiamo visto troppe volte Star Wars e abbiamo interiorizzato la lezione del cammino di Luke Skywalker come se fosse l’unico modo per forgiare i campioni ma è evidente che non è così. I risultati eccezionali degli atleti e delle atlete italiane sono sicuramente un merito personale, come lo sono anche di una struttura che in questa serie di articoli cercheremo di indagare. Per capire meglio come funziona un sistema sportivo (fatto di sottosistemi più verticali e specifici) e quanto sia importante per far crescere e vincere i suoi atleti e atlete.

Un momento straordinario

È vero: è un momento straordinario, come lo hanno definito in molti. Nello stesso periodo e a partire dalle Olimpiadi di Parigi del 2024, Nadia Battocletti continua a battere record su record, correndo con una leggerezza che nascondeva una determinazione d’acciaio. E non si tratta solo di atletica: non citiamo (perché ci metteremmo troppo) i trionfi nel volley femminile, nel nuoto, e in tantissimi altri sport.

L’Italia vince, e vince tanto. Vince in discipline diverse, con atleti diversi, in contesti diversi. E ogni volta ci sentiamo orgogliosi, uniti. Eppure, un attimo dopo l’esultanza, quando l’adrenalina scende, iniziamo a chiederci come sia possibile. Un paese che pare investire solo nel calcio, riesce a eccellere in moltissimi altri sport. Nonostante i limiti strutturali ed economici.

L’ombra dietro la luce

Come facciamo? Come può una nazione iperburocraticizzata, che fatica a programmare a lungo termine, che spesso lascia le sue strutture a invecchiare sotto il sole e il maltempo, come fa a creare con questa costanza campioni di livello mondiale? Come possono sbocciare talenti così puri in un terreno che, a guardarlo da vicino, sembra spesso arido e trascurato?

È una domanda scomoda, perché ci costringe a guardare oltre il podio, dietro le quinte del grande spettacolo della vittoria. Ci costringe a chiederci se la nostra sia una macchina da medaglie ben oliata o un incredibile numero da equilibristi che, per qualche strano motivo, riesce sempre. E ritorna la narrazione dell’eroe e dell’eroina.

La risposta che ci diamo, quasi per istinto, è infatti la più romantica. È la più semplice. È la narrazione del miracolo.

La narrazione del “miracolo”

Quando un atleta italiano vince qualcosa di storico, ci raccontiamo quasi sempre la stessa storia: quella del genio individuale, del talento purissimo sbocciato quasi per caso, dell’eroe solitario che ce l’ha fatta nonostante tutto. È una narrazione bellissima e gratificante ma è anche una pericolosa semplificazione.

Presentare ogni successo come un’eccezione miracolosa serve, forse senza volerlo, a nascondere la realtà. Serve a non parlare di quel “tutto” contro cui i nostri atleti hanno dovuto lottare. Celebrare l’individuo o la squadra che trionfa finisce per assolvere il sistema, per deresponsabilizzare chi dovrebbe creare un ambiente dove lo sport sia un diritto accessibile a tutti, non una corsa a ostacoli per pochi eletti. Tutti siamo affascinati dalle storie ma spesso le storie dicono solo una parte di verità, o la semplificano molto.

Pensaci: è come se ci godessimo i frutti di un albero meraviglioso senza mai preoccuparci di annaffiare le sue radici. Anzi, quasi vantandoci del fatto che quell’albero riesca a crescere rigoglioso in un terreno secco.

Questa narrazione non è innocua. Pone tutto il peso del successo, e quindi anche del fallimento, sulle spalle del singolo atleta e della sua famiglia. Lo sport diventa una questione privata, una scommessa personale. Se ce la fai, sei un eroe nazionale. Se non ce la fai, il problema è solo tuo.

Le domande aperte

Forse, allora, è arrivato il momento di porci una domanda diversa. Non più “come è possibile?”, ma “cosa c’è davvero dietro?”. È il momento di guardare oltre la favola del miracolo e provare a capire.

Cosa significa, per un ragazzo o una ragazza, provare a diventare un campione in Italia? Qual è lo stato reale delle palestre, delle piste e delle piscine dove si allena chi sogna le Olimpiadi? E come funziona davvero la macchina che produce il successo, quella che non si vede in televisione?

Perché la verità è che un modello, per quanto strano e pieno di contraddizioni, esiste. E capire come funziona è l’unico modo per renderlo più giusto, più forte e per far sì che il “momento straordinario” non sia solo un bellissimo ricordo, ma l’inizio di un futuro ancora più luminoso. Un futuro costruito sulla programmazione, non solo sulla passione. Sulla cura, non solo sulla resilienza.

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