Riceviamo questo breve racconto (inventato) da Pietro in cui, crediamo, molti possano trovare spunti per riflettere.
L’aspettativa
La chiamano la Mezza delle Colline, ma io – ingenuo – pensavo fosse una di quelle trovate di marketing, tipo “gara dei ponti” dove poi il dislivello totale è: un cavalcavia.
Invece no. Le colline c’erano. Vive, vere e soprattutto infinite. Ma all’inizio non lo sapevo. Ero convinto che avrei fatto il mio personal best. Non che fossi allenato, eh. Ma avevo letto un post su Instagram che diceva: “Credici, il tuo corpo può fare cose incredibili”. Era scritto sopra la foto di uno con l’addominale singolo come un raviolo troppo ripieno.
Ci ho creduto.
Il piano era semplice: sveglia alle 6, colazione leggera, canzoni motivazionali (quella mattina andava forte Lose Yourself di Eminem), e partenza. Tutto programmato. E infatti tutto è andato storto. A partire dalla sveglia che non ha suonato, passando per il caffè bruciato nella moka e concludendo con il mio Garmin scarico. Per capirci: tutto quello che poteva andare storto, è andato storto. Ma non ancora abbastanza da farmi rinunciare.
La crisi
Chilometro 7. La crisi. Quella vera, non quella da “mi manca un po’ il fiato”. Qui parliamo di caldo da festival metal in Texas, sudore negli occhi, e una vocina nella testa che suggeriva con gentilezza: “Basta. Ritirati. Fallo per te stesso, sii saggio. Vai a prenderti un gelato!”.
Non sapevo se ascoltare la vocina o iniziare a camminare. Ho scelto la terza via: la crisi esistenziale in movimento. Sai quando ti chiedi perché lo sto facendo?, a cosa serve?, chi me l’ha fatto fare?. Ecco. Io me lo chiedevo ad alta voce. Un signore mi ha pure chiesto se stessi parlando con lui. Gli ho detto no, ma grazie della disponibilità.
Intorno a me, tutti sembravano in trance. C’era chi superava come se galleggiasse nell’aria e chi, come me, arrancava con la grazia di un panda asmatico. Intanto, l’acqua ai ristori era tiepida. E finita. E io avevo solo due scelte: mollare. O continuare. Non per arrivare, ma per capire.
La svolta
La svolta è arrivata al km 14. In realtà non è arrivata. L’ho dovuta inventare. Il corpo era cotto, e la mente pure. E allora ho fatto una cosa strana: ho iniziato a sorridere. Sì, proprio quando tutto era un disastro. Come la protagonista di Fleabag che rompe la quarta parete e si rende conto che non è più tempo di piangersi addosso.
Ho pensato a mio padre che, quando andava a correre, diceva sempre: “Non contano i chilometri, conta tornare intero”. E poi a un amico che mi aveva detto: “Tanto una mezza si finisce anche col pensiero”. Sbagliava. Ma ho iniziato a immaginare di essere da un’altra parte. Non in una corsa, ma in un viaggio. Uno di quelli che fai per capire qualcosa. Tipo i romanzi di Murakami, dove a un certo punto ti chiedi se tutto non sia solo un sogno lucido con la colonna sonora di Miles Davis.
E allora ho smesso di guardare il cronometro, ho abbassato la testa, e sono andato. Un passo alla volta. Come nei giorni difficili, quelli veri. Non devi essere veloce, devi solo non fermarti.
L’arrivo
L’arrivo è stato tutto tranne che epico. Nessuno mi ha aspettato, non c’era medaglia glitterata, e la banana era già marrone. Ma c’ero. Ero arrivato. A modo mio, con le ginocchia storte e i pensieri al contrario, ma intero.
Non ho pianto, non mi sono inginocchiato, non ho fatto nemmeno la foto per Instagram. Ho solo respirato. E mi sono sentito bene. Stremato, ma bene. Come dopo un concerto, quando esci sudato, temporaneamente sordo e afono e dici “che figata”, anche se ti sei beccato tre spintoni e hai perso una scarpa.
Da quella volta, ogni mezza che ho corso è stata diversa. Ma nessuna è stata come quella. Perché non era la forma che avevo. Era la forma che avevo dentro. E a volte, anche quando tutto va storto, se riesci a non mollare, scopri che non stai solo correndo. Stai diventando qualcosa di più forte.
O forse stai solo diventando uno che non si prende troppo sul serio. Che, detto tra noi, è comunque un gran bel traguardo.




