Oggi è la loro giornata. La giornata di quelli che, a scuola, dovevano contorcersi come un’anguilla per non dare una gomitata al compagno di banco destrimano. Quelli che guardano le forbici con lo stesso sospetto con cui si guarda un oggetto alieno, convinti che siano state progettate da un ingegnere sadico. E che dire delle penne a sfera legate al bancone della posta? Un piccolo, quotidiano memento che ricorda loro di essere dalla parte “sbagliata” del mondo.
Un club per il 10%
Oggi, 13 agosto, è la Giornata Mondiale dei Mancini. Una minoranza, certo, ma una minoranza tosta. Le stime dicono che sono circa il 10% della popolazione mondiale. Un club neanche troppo esclusivo, se ci pensi, ma abbastanza da farli sentire per tutta la vita leggermente fuori sincrono, come quando cerchi di correre ascoltando una canzone con un beat zoppicante. È una condizione che noi destrimani, immersi in un mondo fatto a nostra immagine e somiglianza, facciamo fatica persino a notare.
Manuale di sopravvivenza per mancini
Crescere mancino in un mondo pensato per destrimani è una palestra di adattamento. Imparano a usare l’apriscatole al contrario, a scrivere su quaderni ad anelli sviluppando una calligrafia che è un misto tra l’arte astratta e un sismogramma, a versare l’acqua da una brocca graduata leggendo le misure a specchio. Piccole sfide che, forse, li hanno allenati a pensare in modo diverso. A trovare soluzioni creative. Basta osservare un amico mancino alle prese con una scatoletta di tonno per capire che hanno sviluppato una sorta di genialità quotidiana, un’arte dell’arrangiarsi che noi destrimani non possiamo neanche immaginare.
Un cervello con i superpoteri?
Perché dietro a questi piccoli fastidi quotidiani, si potrebbe nascondere un superpotere. Il loro cervello, a quanto pare, funziona in modo leggermente diverso. Nei mancini è l’emisfero destro a dominare, quello associato all’intuito, alla creatività, alla percezione spaziale. Alcuni studi parlano di un corpo calloso – il ponte di fibre nervose che collega i due emisferi – più sviluppato. Questo si tradurrebbe in una comunicazione più rapida tra le due parti del cervello. In pratica, mentre un destrimane è lì che cerca il giusto cassetto nel suo archivio mentale, un mancino ha forse già aperto un paio di finestre pop-up con soluzioni alternative. Magari non sono tutti Leonardo da Vinci, ma l’idea è affascinante.
Il vantaggio tattico
Questa diversa architettura cerebrale trova la sua massima espressione nello sport. Se sei un corridore, forse la differenza è minima, anche se la coordinazione è tutto. Ma negli sport di situazione, quelli uno contro uno, essere mancino diventa un vantaggio tattico notevole. L’avversario, abituato a confrontarsi per il 90% del tempo con dei destrimani, si trova spiazzato. Le sue traiettorie, i suoi schemi, i suoi automatismi vanno a farsi benedire.
Campioni si nasce (mancini)
Pensaci. Nel tennis, un servizio mancino taglia il campo in modo inaspettato. Un dritto anomalo costringe a movimenti a cui non si è abituati. Non è un caso che la storia del tennis sia piena di mancini leggendari: da John McEnroe a Martina Navratilova, fino a quel mostro di forza e resilienza che risponde al nome di Rafael Nadal. E che dire del calcio? Il più grande di tutti, Diego Armando Maradona, accarezzava il pallone con il sinistro. Lionel Messi, il suo erede designato, fa lo stesso. E non dimentichiamoci del mondo dei motori: Valentino Rossi, il Dottore, è un mancino, così come lo era il mitico e compianto Ayrton Senna.
Il potere di essere fuori norma
Oggi li celebriamo, ma non è sempre stato così. Per secoli, essere mancini è stato un marchio. La parola stessa “sinistro”, che in latino indicava semplicemente il lato sinistro, si è caricata di significati funesti. Nel Medioevo, e non solo, la mano sinistra era associata al demonio, alla stregoneria, a qualcosa da correggere, da nascondere. Oggi, per fortuna, quella visione è superata. I mancini sono diventati un memento vivente della ricchezza della diversità. Ci ricordano che essere fuori dalla norma non significa essere sbagliati, ma possedere una prospettiva unica. E soprattutto, ci insegnano una lezione fondamentale: che la norma, il sentirsi maggioranza, non è affatto sinonimo di essere nel giusto. È solo una questione di statistica.