Non chiamateli solo gruppi di corsa: le running crew sono le nuove piazze urbane dove si costruiscono carriere, amicizie e forse l’amore, un passo dopo l’altro.
- Le running crew non sono più solo un modo per allenarsi, ma il nuovo centro della vita sociale urbana.
- Hanno preso il posto di bar e aperitivi come luoghi di aggregazione spontanea.
- Funzionano come un “terzo luogo“, uno spazio neutro tra gli impegni di casa e le pressioni del lavoro.
- La corsa diventa un pretesto per creare connessioni autentiche, basate su valori come fatica e costanza.
- All’interno di una crew, il networking professionale e la nascita di amicizie (e a volte, relazioni) avvengono in modo naturale e informale.
- Il vero obiettivo non è più solo la performance, ma la ricerca di una community e di un senso di appartenenza.
Prima c’era il bar, poi l’aperitivo. Oggi, per socializzare, si va a correre.
Ammettiamolo, c’è stato un tempo in cui per conoscere gente nuova le opzioni erano piuttosto standardizzate. Potevi iscriverti a un corso di sommelier (con il rischio di diventare uno di quelli), tentare la fortuna in un locale affollato il venerdì sera o, per i più audaci, provare a scambiare due parole con qualcuno in biblioteca, sperando di non essere incenerito con lo sguardo. Poi sono arrivate le app, che hanno trasformato le relazioni in una specie di catalogo di figurine, con la stessa poesia di una lista della spesa.
E ora? Ora, se vuoi davvero entrare in contatto con qualcuno, ti metti un paio di scarpe da corsa e ti unisca a una running crew. Sembra una battuta, ma è la fotografia di un cambiamento sociale silenzioso e inarrestabile. Nelle nostre città, sempre più frammentate e digitali, la corsa in gruppo è diventata la nuova, sorprendente grammatica della socialità.
La running crew come “terzo luogo”: lo spazio tra casa e lavoro.
Il sociologo Ray Oldenburg, già negli anni ’80, parlava di “terzi luoghi”: quegli spazi informali, né casa (primo luogo) né lavoro (secondo luogo), dove le persone si incontrano, conversano e costruiscono legami. Erano i caffè, i pub, le piazze. Luoghi oggi in parte svuotati dalla fretta e rimpiazzati dagli schermi. La running crew, in modo quasi inconsapevole, è andata a occupare proprio quello spazio vuoto.
È un territorio neutro. Non hai la pressione della performance lavorativa né le dinamiche complesse delle relazioni private. Sei semplicemente tu, con le tue scarpe e il tuo fiato corto, accanto a qualcun altro con le sue scarpe e il suo, identico, fiato corto. Questa vulnerabilità condivisa è un acceleratore sociale potentissimo. Mentre corri, le maschere cadono. Non importa se sei un amministratore delegato o uno studente squattrinato; per quei chilometri, siete solo due persone che cercano di non mollare. E in questa fatica condivisa si gettano le basi per qualcosa di molto più solido di una chiacchierata di circostanza.
Non solo sudore: networking, amicizia e (forse) amore.
All’inizio pensi di andarci solo per migliorare il tuo tempo sui 10 km. Poi, dopo qualche settimana, ti ritrovi a parlare di progetti di lavoro con un architetto mentre fate stretching, a organizzare una birra post-allenamento con una programmatrice e a scambiare consigli musicali con un avvocato. La corsa diventa il contesto, il pretesto per creare una rete di contatti umani prima ancora che professionali.
Il networking che nasce in una running crew è più organico, meno forzato di quello che si fa a un convegno. La conversazione fluisce naturale tra un allungo e l’altro, e la fiducia si costruisce sulla costanza e sull’impegno reciproco, valori che nel mondo del lavoro a volte sembrano dimenticati. Non è un caso che testate come il New York Times abbiano iniziato a raccontare di come le crew siano diventate anche luoghi di “dating”. L’idea di base è semplice: se una persona è abbastanza disciplinata da alzarsi all’alba per correre sotto la pioggia, forse è anche una persona affidabile nella vita. O forse è solo un po’ matta, ma almeno è la tua stessa, identica, follia.
Cosa cerchiamo davvero quando cerchiamo un gruppo per correre?
La risposta, probabilmente, è un antidoto alla solitudine della vita moderna. In un’epoca che ci vuole performanti, connessi ma spesso isolati, trovare un gruppo con cui condividere uno scopo – anche semplice come correre per un’ora – risponde a un bisogno primario: quello di appartenenza.
Cerchiamo un luogo dove essere visti per quello che siamo, al di là del nostro ruolo professionale o sociale. Cerchiamo la motivazione che da soli facciamo fatica a trovare e la leggerezza di una risata dopo uno scatto faticoso. Cerchiamo una routine che dia struttura alle nostre giornate e persone che capiscano perché, a volte, preferiamo una corsa a un’uscita in un locale rumoroso. In fondo, cerchiamo una tribù.
Il futuro delle community: meno performance, più connessione.
Il fenomeno delle running crew non è una moda passeggera, ma l’indicatore di una direzione chiara: le persone cercano esperienze collettive che abbiano un significato. Il focus si sta spostando sempre di più dalla prestazione individuale alla qualità della connessione umana. Certo, il cronometro resterà sempre importante per alcuni, ma non è più l’unica ragione per cui ci si ritrova.
Il futuro delle community, che siano di corsa o di qualsiasi altra passione, passerà da qui. Dalla capacità di creare spazi inclusivi dove la fatica è un linguaggio comune, il sudore un collante e ogni passo fatto insieme un piccolo pezzo di strada verso una vita un po’ meno sola e un po’ più condivisa. E magari, con un personale sui 5 km finalmente migliorato. Ma quella, in fondo, è solo una piacevole conseguenza.


