La storia del pettorale: come un numero è diventato il simbolo della nostra fatica (e identità)

Il pettorale è il contratto che firmi con te stesso sulla linea di partenza. È la promessa di arrivare in fondo. È la quietanza della fatica che non buttiamo via

Si comincia appuntando un pezzo di carta e si finisce conservando la prova di aver mantenuto una promessa, la nostra.

  • C’è un cassetto, in casa di ogni runner, pieno di vecchi pettorali spiegazzati.
  • All’apparenza è carta straccia, ma per noi è una collezione di reliquie intrise di sudore e passione.
  • Il pettorale non è solo identificazione: è il contratto che firmiamo con noi stessi prima della partenza.
  • Nasce come semplice numero per l’organizzazione, ma diventa il simbolo della nostra identità per quel giorno.
  • Da Kathrine Switzer in poi, alcuni numeri sono diventati icone che hanno fatto la storia.
  • Conserviamo il pettorale perché è la testimonianza della fatica, la prova fisica che ce l’abbiamo fatta (di nuovo).

Quella cosa appesa al muro

C’è un cassetto, da qualche parte in casa tua, che fai fatica a chiudere. O forse, se sei un tipo più ordinato (o semplicemente hai più spazio), c’è un angolo di muro, una bacheca di sughero, un filo teso in garage. Ed è tutto pieno di loro.

Non parliamo delle medaglie, quelle sono facili. Luccicano, tintinnano, fanno la loro figura. Parlo di quei pezzi di carta sintetica, resistenti all’acqua e al sudore. Sono spiegazzati, a volte macchiati da quella goccia di gel al gusto “frutti di bosco che sanno di chimica” che ti è caduta al trentesimo chilometro. Hanno quattro buchi agli angoli, usurati dalle spille da balia.

Sono i pettorali di gara.

E la vera domanda, quella che ogni tanto ti fai quando cerchi di chiudere quel cassetto, è: perché diavolo li tengo?

Breve storia (non richiesta) di un numero

Sia chiaro, il pettorale ha una funzione pratica, quasi banale. Serve agli organizzatori per sapere chi sei, per cronometrarti, per verificare che tu abbia effettivamente pagato per essere lì a soffrire insieme a centinaia (o migliaia) di altre persone.

Agli albori della corsa moderna, era solo un numero, spesso cucito male sulla maglia, un modo per distinguere un atleta dall’altro. Poi è diventato uno strumento di marketing, carico di loghi di sponsor che probabilmente non noterai mai. Oggi, è un piccolo concentrato di tecnologia: sul retro c’è incollato un chip (o meglio, un transponder RFID, Radio-Frequency Identification), un dispositivo che dialoga con i tappeti sulla linea di partenza, all’arrivo e nei punti intermedi, permettendo ai tuoi cari di sapere che sei ancora vivo e quanto stai rosicchiando le unghie per quel personal best.

In pratica, è un dispositivo di tracciamento che paghiamo per indossare. L’ironia della faccenda non ci sfugge.

Eppure, il suo valore non sta nel chip o negli sponsor. Il valore sta in quello che succede tra il momento in cui lo ritiri al villaggio gara e il momento in cui te lo stacchi, con fatica, una volta tornato a casa.

Il contratto

Perché vedi, il pettorale non è un numero che ti viene dato. È il numero che diventi.

Dal momento in cui lo appunti sulla maglia – con quel rituale quasi sacro fatto di quattro spille, cercando di non bucarti un dito o, peggio, la maglia tecnica nuova – quel pezzo di carta diventa la tua identità. Non sei più Mario Rossi. Sei il numero 4512 (e per fortuna non stai partecipando a Squid Game).

Quel numero è un contratto. È una promessa che fai a te stesso. È la somma di tutti gli allenamenti fatti all’alba, delle cene saltate, delle birre rifiutate (ok, magari non troppe) e delle sveglie alle 5 di domenica mattina.

Quando sei sulla linea di partenza, nel caos e nel silenzio nervoso prima dello sparo, quel numero è la tua armatura. Ti guardi intorno, vedi migliaia di altri numeri, e sai di essere nel posto giusto. Fai parte di qualcosa.

La testimonianza della fatica

Poi c’è la gara. C’è la fatica, c’è la crisi (arriva sempre, puntuale), c’è l’euforia. E infine, c’è il traguardo.

Quando tagli quella linea, il chip fa bip per l’ultima volta. La sua funzione tecnica è esaurita. Ma la sua funzione simbolica è appena iniziata.

Non lo butti. Sarebbe come buttare la foto di un momento importante. Te lo stacchi, lo pieghi con cura (o lo accartocci, dipende da quanto sei stanco) e lo metti nella sacca. Perché quel pettorale, ora, non è più solo un numero. È la prova.

È la testimonianza della fatica. È il biglietto stropicciato di un viaggio che hai completato. È il certificato che attesta che, quel giorno, hai mantenuto la promessa che ti eri fatto.

Ecco perché quel cassetto è così pieno. Non stai conservando pezzi di carta. Stai conservando storie. Stai conservando la versione migliore di te stesso, quella che, nonostante tutto, è arrivata fino in fondo.

 

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