Credi di essere l’unico a sentirti un runner “fasullo” anche dopo aver corso per anni? Non lo sei affatto, e quella sensazione ha un nome preciso.
- La sindrome dell’impostore non è una stranezza, ma una sensazione diffusa tra chi corre, a qualsiasi livello.
- È la paura costante di non meritare i propri risultati e di essere “smascherati” come non abbastanza bravi.
- I social media e il confronto continuo con gli altri sono un fertilizzante potentissimo per questa sindrome.
- Combatterla non significa diventare arroganti, ma imparare a essere onesti con se stessi e con i propri progressi.
- Una strategia efficace è cambiare metro di paragone: la sfida non è contro gli altri, ma contro la versione di te di ieri.
- Ricorda la regola aurea, l’unica che conta: se corri, sei un runner. Senza se e senza ma.
Corri da anni ma ti senti ancora un “impostore”? Parliamone
Partiamo da un piccolo test. Alza la mano se ti è mai capitato di pensare una di queste cose: “Sì, ho chiuso la maratona, ma il tempo fa schifo”, “Gli altri sono veri runner, io improvviso”, “Prima o poi capiranno che non sono capace”, “Ho migliorato il mio personale, ma è stato solo un colpo di fortuna”. Se la tua mano è alzata, anche solo mentalmente, benvenuto nel club. Un club vastissimo, affollato e per niente esclusivo, di cui però nessuno ama parlare. È il club di chi si sente un impostore, un “finto runner”.
È una sensazione subdola, una vocina fastidiosa che ti sussurra all’orecchio che tutto quello che fai è frutto del caso, che non te lo meriti e che sei a un passo dall’essere smascherato. Non importa quanti chilometri hai nelle gambe, quante medaglie hai appeso al muro o quante alzatacce all’alba hai collezionato. Quella sensazione rimane lì, come un sassolino nella scarpa, a ricordarti che forse, in fondo, stai solo recitando una parte. E la cosa più ironica? È che probabilmente anche il runner che ammiri di più, quello che ti sembra così sicuro e infallibile, ha la tua stessa tessera del club in tasca.
Cos’è la sindrome dell’impostore e perché è così comune tra i runner
Questa non è una paranoia personale, ha un nome e un cognome: sindrome dell’impostore. Non è una patologia clinica, sia chiaro, ma un fenomeno psicologico identificato già negli anni ’70 dalle psicologhe Pauline Clance e Suzanne Imes. In poche parole, è l’incapacità cronica di interiorizzare i propri successi e la paura persistente di essere esposti come “truffatori”.
Ma perché proprio noi runner, che della fatica e della resilienza dovremmo aver fatto un vanto, ne siamo così spesso vittime? Le ragioni sono tante. La corsa è uno sport misurabile fino all’ossessione: tempi, distanze, classifiche. Ogni sessione, ogni gara, produce un dato, un numero. E dove c’è un numero, c’è un confronto. E dove c’è un confronto, oggi, ci sono i social media, che hanno trasformato il confronto in una specie di sport olimpico non ufficiale. Vediamo le performance stratosferiche degli altri, le loro foto perfette al traguardo, e il nostro personal best su una 10 km cittadina ci sembra improvvisamente una barzelletta. Ci dimentichiamo che stiamo confrontando il nostro “dietro le quinte” fatto di sudore e fatica con il “palcoscenico” patinato degli altri.
Le trappole mentali che alimentano la paura di non essere “abbastanza”
Questa sindrome si nutre di alcuni meccanismi mentali ben precisi, delle vere e proprie trappole che ci costruiamo da soli. La prima è il perfezionismo. Il runner-impostore spesso si pone obiettivi talmente alti e irrealistici che ogni risultato, per quanto buono, sembrerà sempre un fallimento. Se non corri sotto una certa soglia, non sei un “vero” runner. Se non fai quel numero di allenamenti, non ti stai impegnando abbastanza.
Un’altra trappola è la tendenza a minimizzare i successi (“È stato facile, il percorso era in discesa”) e a ingigantire i fallimenti (“Ho saltato un allenamento, sono un disastro”). Attribuiamo i nostri risultati positivi a fattori esterni (la fortuna, il meteo favorevole) e quelli negativi a una nostra intrinseca mancanza di talento. Il risultato è un’ansia costante, la paura di non essere all’altezza della prossima sfida, che può portare a un vero e proprio auto-sabotaggio: non ci si iscrive a una gara per paura di fallire, o ci si allena fino all’infortunio per dimostrare a se stessi (e agli altri) di non essere degli imbroglioni.
4 Strategie pratiche per smettere di sentirti un “finto runner”
Uscire da questo circolo vizioso si può. Non serve un miracolo, ma un po’ di lavoro su se stessi. Un lavoro che è faticoso quanto un allenamento di ripetute in salita, ma che dà soddisfazioni ancora più grandi.
1. Dagli un nome: riconoscere la “voce” dell’impostore
Il primo passo è la consapevolezza. Quando senti quella vocina che ti sminuisce, fermati. Riconoscila. Dalle un nome, anche ridicolo se serve. “Ah, ecco che parla il mio ‘critico interiore rompiscatole’”. Separare quel pensiero da te, oggettivarlo, è il primo modo per togliergli potere. Non sei tu quel pensiero. È solo la sindrome dell’impostore che fa capolino.
2. Cambia il metro di paragone: tu contro te stesso, ieri
Smettila di guardare il GPS degli altri. L’unica persona con cui ha senso confrontarsi sei tu. Com’eri un mese fa? E un anno fa? Probabilmente correvi più piano, con più fatica. Forse non riuscivi nemmeno a fare 5 km di fila. È questo l’unico progresso che conta. Il tuo. Il confronto con gli altri è un gioco truccato in partenza, perché non conosci la loro storia, i loro sacrifici, le loro difficoltà.
3. Tieni un “diario dei successi” (anche quelli piccoli)
Sembra una cosa da liceali, ma funziona. Prendi un quaderno e ogni giorno, o ogni settimana, annota non solo i dati dell’allenamento, ma un piccolo successo. Può essere “Oggi sono uscito a correre anche se non ne avevo voglia”, “Ho gestito bene la salita”, “Ho corso per 30 minuti senza guardare l’orologio”. Rileggere queste note nei momenti di sconforto è un potentissimo antidoto contro la tendenza a vedere solo ciò che non va.
4. Riscrivi la tua definizione di “runner”
Chi ha deciso che un “vero runner” è solo chi corre una maratona sotto le tre ore? Chi ha scritto questa regola non richiesta? Un runner è una persona che corre. Punto. Che lo faccia per 20 minuti al parco o per 42 km in una capitale europea. Che lo faccia per dimagrire, per sfogarsi o per vincere una medaglia. La tua identità di runner non è definita da un tempo, ma dalla tua costanza, dalla tua passione, dal semplice fatto che metti un piede davanti all’altro.
Ricorda: se corri, sei un runner
La prossima volta che quella vocina tornerà a farti visita per dirti che non sei abbastanza, fermati un secondo. Pensa alla strada che hai fatto, non solo quella sull’asfalto, ma quella dentro di te. Pensa alla fatica e alla gioia. E poi, con la massima serenità, rispondi a quella voce che si sbaglia di grosso. Perché la verità è una, semplice e incontestabile: se ami la corsa, se ti allacci le scarpe e vai, se fatichi e sudi e a volte imprechi, ma poi torni a farlo, non sei un impostore. Sei semplicemente, meravigliosamente, un runner.




