Da Filippide a Kipchoge: breve storia della maratona, la gara che ha definito la resistenza umana

Come ha fatto una corsa di 42,195 km a diventare la sfida più iconica del mondo? Tra miti, eroi olimpici, battaglie per i diritti e record incredibili, questa è la storia della maratona

Correre per 42 km è una follia nata da un’antica leggenda greca, diventata la sfida che racconta, meglio di ogni altra, la nostra ostinata resistenza.

  • La maratona nasce dalla leggenda di Fidippide, che nel 490 a.C. corse da Maratona ad Atene per annunciare una vittoria, morendo subito dopo.
  • Fu introdotta come gara ufficiale nelle prime Olimpiadi moderne del 1896 ad Atene, su suggerimento del filologo Michel Bréal.
  • La distanza non fu subito standard: i 42,195 km vennero fissati solo alle Olimpiadi di Londra del 1908 per far partire la gara dal Castello di Windsor.
  • Per decenni le donne furono escluse; la battaglia per la partecipazione fu simboleggiata dall’impresa di Kathrine Switzer a Boston nel 1967.
  • Dagli anni ’70, la maratona è diventata un fenomeno di massa grazie alla nascita delle grandi corse cittadine, le “Majors”.
  • Nel 2019, Eliud Kipchoge ha infranto la barriera delle due ore, un’impresa che ha ridefinito i limiti della resistenza umana, anche se non in una gara ufficiale.

A pensarci bene, è tutto abbastanza assurdo. L’idea di correre per 42 chilometri e 195 metri, di spingere il corpo a un punto di rottura che la maggior parte delle persone sane di mente eviterebbe come la peste, poggia le sue fondamenta su una storia che probabilmente non è mai accaduta. O almeno, non esattamente così. Eppure, eccoci qui, a celebrare questa distanza come se fosse una religione, un rito di passaggio laico per chiunque scopra il piacere perverso di mettere un piede davanti all’altro per un tempo indefinito.

La maratona, prima di essere una gara, è una narrazione. E come tutte le grandi narrazioni, ha bisogno di un eroe, possibilmente tragico.

42.195 metri: una distanza nata da una leggenda

Il nostro eroe si chiama Fidippide (o Filippide, a seconda delle fonti a cui il tuo professore del liceo era più affezionato). Siamo nel 490 a.C. e gli Ateniesi hanno appena respinto l’invasione persiana nella piana di Maratona. Una vittoria insperata, un momento di svolta. Serviva un messaggero che portasse la buona notizia ad Atene, prima che in città si arrendessero al panico. Fidippide, emerodromo di professione – una specie di corriere espresso dell’antichità, ma senza furgoncino e con polpacci d’acciaio – si fece carico della missione. Corse per circa 40 chilometri, arrivò ansimante, pronunciò la frase “Νενικήκαμεν” (“Abbiamo vinto”) e, come in ogni finale drammatico che si rispetti, stramazzò al suolo. Morto.

Una storia perfetta, no? Peccato che lo storico Erodoto, il più scrupoloso nel raccontare le Guerre Persiane, non ne faccia menzione. Parla di un Fidippide che corse da Atene a Sparta per chiedere aiuto, coprendo 240 km in due giorni. La versione “Maratona-Atene-collasso” salta fuori secoli dopo, con Plutarco. Ma poco importa. Il mito era troppo potente per essere ignorato.

1896: come la maratona è diventata la gara regina delle Olimpiadi

Avanti veloce di circa 2386 anni. Atene, 1896. Pierre de Coubertin sta mettendo in piedi le prime Olimpiadi dell’era moderna. Un suo amico, il filologo Michel Bréal, gli lancia l’idea: perché non commemorare l’impresa di Fidippide con una gara di corsa sulla stessa distanza? L’idea piacque. E così, la maratona divenne l’evento conclusivo e più atteso di quei primi Giochi. A vincerla, quasi per sceneggiatura, fu un greco, un portatore d’acqua di nome Spiridon Louis, che divenne eroe nazionale. La distanza, però, non era ancora quella che conosciamo. Per la sua standardizzazione dobbiamo ringraziare i reali inglesi che, alle Olimpiadi di Londra del 1908, chiesero che la gara partisse dal prato del Castello di Windsor per finire davanti al palco reale nello stadio. Distanza totale? 26 miglia e 385 iarde. Ovvero, 42 chilometri e 195 metri. Una misura nata per caso, diventata legge granitica.

Le pioniere: la lunga strada delle donne per conquistare la maratona

Per molto tempo, questa follia fu considerata un affare esclusivamente maschile. Si pensava che il corpo femminile non fosse “adatto” a sopportare uno sforzo simile. Una convinzione tanto radicata quanto, ovviamente, idiota. Ci sono volute donne coraggiose per smontarla. La più famosa è Kathrine Switzer, che nel 1967 si iscrisse alla Maratona di Boston usando solo le sue iniziali, K.V. Switzer. Quando uno degli organizzatori, Jock Semple, si accorse dell’inganno e cercò di strapparle il pettorale di dosso, le foto di quell’aggressione fecero il giro del mondo, diventando il simbolo di una battaglia. Non fu la prima donna a correre una maratona, anche perché a Boston era stata in realtà preceduta da Roberta Gibb, che però nascose la sua identità, ma la sua determinazione aprì la strada. La maratona femminile divenne disciplina olimpica solo nel 1984. Un’era geologica dopo.

L’era delle “Majors”: come la maratona ha invaso le strade del mondo

Negli anni ’70 accadde qualcosa di nuovo. La corsa, da sport per pochi atleti d’élite, divenne un fenomeno di massa. Il cosiddetto “running boom” americano trasformò la maratona in un evento popolare. Nacquero le grandi corse cittadine, le “World Marathon Majors”: New York, Boston, Chicago, Berlino, Londra e Tokyo. Improvvisamente, le strade delle metropoli si chiudevano per un giorno per essere invase da fiumi di persone normali, unite dallo stesso, folle obiettivo: arrivare in fondo a quei 42.195 metri. La maratona non era più solo una gara, ma una festa collettiva, un’esperienza trasformativa.

Sotto le due ore: l’impresa di Eliud Kipchoge che ha ridefinito l’impossibile

E poi siamo arrivati noi, nell’era della scienza, della tecnologia e dei limiti che sembrano fatti apposta per essere superati. Per anni, correre una maratona in meno di due ore è stato considerato l’Everest dell’atletica, un muro invalicabile. Fino al 12 ottobre 2019. Quel giorno, a Vienna, il keniota Eliud Kipchoge ha fermato il cronometro a 1:59:40. Certo, non fu un record ufficiale: l’evento, il progetto “INEOS 1:59 Challenge”, era stato costruito su misura per l’impresa, con un team di “lepri” che si alternavano e condizioni perfette. Ma non importa. Kipchoge ci ha mostrato che si poteva fare. Che l’impossibile era, in realtà, solo un po’ più in là del possibile.

Da un messaggero greco ansimante a un atleta che vola sull’asfalto, la storia della maratona è la nostra. È la storia di come abbiamo trasformato un’antica leggenda in una metafora della vita: una lunga, faticosa e a volte dolorosissima corsa in cui, alla fine, l’unica cosa che conta davvero è non smettere di muoversi.

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