Ci sono parole che si consumano per uso eccessivo. Le indossi troppo, le lavi male, gli fai il lavaggio sbagliato. Un disastro. “Resilienza” è una di queste. Ha fatto un tour mondiale tra conferenze TEDx, profili LinkedIn, bio Instagram e tatuaggi, diventando una specie di feticcio contemporaneo, un passe-partout emotivo usato per raccontare tutto e il contrario di tutto.
Parlare di “superare i propri limiti” e, soprattutto, di “resilienza” non è semplice come mettersi le scarpe e uscire.
Ma oggi sono di buon umore e voglio concederle un’altra possibilità: se riportata al contesto giusto, può ancora dire molto. Nel caso dello sport, per esempio.
L’elasticità dell’anima
Tecnicamente, la resilienza è la capacità di un materiale di assorbire un urto senza spezzarsi. Ma applicata a noi, creature tendenzialmente mollicce che preferirebbero il più delle volte restare al calduccio, significa quella dote, a volte innata ma il più delle volte costruita con la fatica, di affrontare le difficoltà, i traumi, le pressioni, e non solo resistere, ma uscirne (magari un po’ ammaccati) possibilmente un po’ più forti.
Parliamo insomma di quella forza silenziosa che ti fa andare avanti dopo una caduta. Non è grinta, non è ambizione, non è nemmeno ottimismo. È una cosa più sottile. È il fatto che, pur avendo tutte le ragioni per mollare, continui. È quel motore di riserva che si accende quando pensavi di aver dato tutto, quando le gambe urlano vendetta e la testa ti dice che mollare è l’unica opzione sensata.
Lo sport è un laboratorio perfetto per allenarla. Perché nello sport si cade. Sempre. Anche quando vinci, anche quando tutto fila liscio, c’è qualcosa che non va come deve andare. Un fastidio, un dolore, una giornata no, una sconfitta immeritata, una salita che sembrava semplice e invece ti taglia le gambe. E allora cosa fai? Continui. Magari più lentamente, magari imprechi (sottovoce o ad alta voce, a seconda del carattere), ma non ti fermi.
Allenarsi alla resilienza
Nello sport la resilienza non è un optional. È il carburante, a volte nascosto, che ti permette di arrivare alla fine quando tutto intorno a te sembra suggerire il contrario. Perché nello sport, il confronto con il limite è frontale, spesso brutale.
Non puoi nasconderti dietro scuse, non puoi dare la colpa a nessuno perché la responsabilità è solo tua. Il limite, che sia un muro al trentesimo chilometro di una maratona o un avversario che non molla un centimetro, è lì. Davanti a te. Ed è una questione tua, solo tua.
La cosa straordinaria è che non te ne accorgi subito. Quando ti alleni, quando corri o nuoti o pedali o fai qualsiasi altro sport, pensi soprattutto al miglioramento fisico. Pensi a quanto resisti, a quanto sei diventato veloce, a come il fiato tiene meglio di prima. Ma intanto, in sottofondo, qualcosa cresce. Qualcosa che non si misura col cronometro o con il cardiofrequenzimetro.
È una cosa si chiamata “capacità di stare nel disagio”. Di tollerare la fatica. Di affrontare la frustrazione.
Ecco, quella è resilienza.
Lo sport è il laboratorio a cielo aperto (o in palestra, o in piscina) dove impari che cadere non è la fine del mondo, ma una pausa – a volte lunga, a volte brevissima, a volte dolorosissima – prima di rialzarti. Impari che fallire un obiettivo non ti rende un fallito, ma ti dà semplicemente indicazioni preziose su cosa non ha funzionato e su cosa potresti fare meglio la prossima volta. È un po’ come Bill Murray in “Ricomincio da capo”: ti ritrovi a ripetere la stessa giornata (o lo stesso allenamento massacrante, o la stessa gara andata male), ma ogni volta impari qualcosa di nuovo, finché non trovi il modo giusto per uscirne.
Oltre il campo, la pista, la strada
E qui arriva il bello. Le lezioni imparate sui sentieri o sull’asfalto, o in palestra, o in vasca, diventano strumenti che puoi usare ogni giorno, nella vita quotidiana, oltre lo sport.
La resilienza non resta confinata lì. Te la porti dietro. Anche se non ci fai caso. È quella voce che ti dice che ce la puoi fare, nonostante tutto. È la calma che arriva dopo il panico, la lucidità che resiste alla rabbia, la capacità di fare un passo dopo l’altro anche quando la motivazione è sparita e resta solo la disciplina. O la speranza.
Quella capacità di tollerare il disagio – tipo quando devi affrontare una riunione di lavoro che sai già sarà una pena – l’hai affinata in tutte quelle volte in cui hai dovuto spingere quando non ne avevi voglia, quando fuori faceva freddo, o quando le gambe non ne volevano sapere e mancava ancora un chilometro all’arrivo.
Hai imparato a ridurre in piccoli segmenti gestibili un problema enorme, tipo finire una maratona o scrivere quel report lunghissimo che ti hanno affidato. Hai imparato che la disciplina, a volte, è molto più importante della motivazione, perché la motivazione va e viene come le fasi lunari, ma la disciplina, quella, è lì, ti tiene a galla anche quando non ne puoi più. Hai imparato a convivere con la frustrazione, a non farti travolgere dalla delusione quando le cose non vanno come previsto.
Per questo chi pratica sport non cerca solo prestazione. Cerca anche, inconsapevolmente, di imparare a stare meglio nella vita. Ad abitarla meglio. A reagire. A capire che a volte non vinci, ma resisti. E già quello è un modo di vincere.
Non servono medaglie per essere resilienti. Serve solo attraversare le cose. Starci dentro. Cadere e rialzarsi. Più di una volta, anche se non ti va. E poi ripartire.
In fin dei conti, superare i propri limiti nello sport, e costruire quella che chiamiamo resilienza, non è altro che un allenamento alla vita. È un modo per prepararsi alle cadute, ai momenti difficili, alle salite improvvise che non avevi messo in conto. Non ti rende invulnerabile – nessuno lo è – ma ti rende capace di rialzarti un po’ più velocemente.
Ecco, forse la resilienza è proprio questo: non negare il dolore, ma saperci fare qualcosa. Anche solo un passo in avanti.