Ricominciare dopo un infortunio: la corsa mi ha insegnato che la fragilità è una forza

L'infortunio è l'incubo di ogni runner. Ma il ritorno alla corsa può diventare un'incredibile lezione di resilienza, insegnandoti a gestire la paura e la frustrazione e a riscoprire nella fragilità una forza più profonda e consapevole

L’infortunio sembra la fine di tutto, ma è solo un modo strano e doloroso che la corsa usa per insegnarti ad ascoltare davvero.


  • L’infortunio non è solo un evento fisico, ma un arresto improvviso che ti costringe a fermarti e a riconsiderare il tuo rapporto con la corsa.
  • La sfida più grande del recupero non è nel corpo, ma nella testa: la paura di farsi male di nuovo e la frustrazione per la forma perduta.
  • Tornare a correre significa imparare a fidarsi di nuovo del proprio corpo, un passo alla volta, ascoltando ogni segnale senza panico.
  • Lo stop forzato insegna la pazienza, una virtù che noi runner, abituati alla gratificazione istantanea dei chilometri, spesso ignoriamo.
  • Si impara l’umiltà di rallentare, di accettare che non si è più quelli di prima e che va bene così, perché la performance non è tutto.
  • L’infortunio ti rende più consapevole, non più debole. Ti insegna a distinguere il dolore dalla fatica e trasforma la fragilità in una nuova forza.

Il momento in cui tutto si ferma: quando l’infortunio ti mette in panchina

C’è un suono che ogni runner conosce e teme. Non è il fischio del GPS che non trova il segnale o il fiatone in salita. È un “tac” secco, sordo. Oppure un dolore sordo che diventa acuto, improvviso, come un interruttore che qualcuno spegne senza preavviso. È il momento esatto in cui il contratto di fiducia che hai firmato con il tuo corpo viene stracciato unilateralmente. Un attimo prima sei una macchina perfetta, un pendolo in movimento perpetuo, e l’attimo dopo sei solo un tizio zoppicante a lato della strada che si chiede come diavolo farà a tornare a casa.

L’infortunio è così. Non bussa, non chiede permesso. Entra e mette tutto in disordine, costringendoti a una sosta forzata. E la prima cosa che pensi non è “come guarirò?”, ma “e adesso?”. Adesso che le tue scarpe rimangono a prendere polvere, che i tuoi piani di allenamento diventano carta straccia, che la tua routine quotidiana perde il suo baricentro. Sei ufficialmente in panchina.

La sfida più dura non è fisica, ma mentale: la paura di non tornare più come prima

La parte fisica, per quanto dolorosa e frustrante, ha un suo percorso quasi scientifico: diagnosi, riposo, fisioterapia, riabilitazione. Segui il protocollo e, nella maggior parte dei casi, il corpo si ripara. Ma c’è un’altra ferita, più profonda e molto più lenta a guarire: quella nella testa.

È un tarlo che comincia a scavare. La paura. La paura che quel dolore possa tornare a ogni passo. La paura di non essere più quello di prima, veloce, resistente, invincibile (sì, tutti ci sentiamo un po’ invincibili quando siamo in forma). Guardi gli altri correre fuori dalla finestra o su Strava e provi un misto velenoso di invidia e tristezza. Ti senti escluso da un mondo che fino a ieri era il tuo. E la domanda che ti martella in testa diventa sempre più insistente: “Tornerò mai a correre come prima?”.

I primi passi: come ho imparato a fidarmi di nuovo del mio corpo

Il giorno in cui il fisioterapista ti dà il via libera per una “corsetta blanda” dovrebbe essere una festa. Invece è un piccolo esame di maturità. Indossi le scarpe con la stessa cautela con cui un artificiere maneggia una bomba. Ogni passo è un’interrogazione. Ogni piccolo fastidio, ogni scricchiolio, viene amplificato a dismisura. Sei lì, che cerchi di correre, ma in realtà stai solo ascoltando in modo ossessivo ogni segnale che il tuo corpo ti manda, pronto a fermarti al minimo sospetto.

Ho capito che non dovevo combattere questa sensazione. Dovevo farci pace. Ho iniziato a parlare con il mio corpo, invece che a urlargli contro. “Ok, questo è solo un indolenzimento, andiamo avanti”. “Ah, questo invece non mi piace, rallentiamo”. È stato un dialogo lento, fatto di tentativi ed errori. Ho imparato a distinguere la voce della paura da quella della prudenza, il dolore “cattivo” – quello che ti ferma – dalla fatica “buona” – quella che ti rende più forte. Ho ricostruito la fiducia, un passo cauto alla volta.

Cosa mi ha insegnato l’infortunio che non avrei mai imparato correndo

Guardandomi indietro, mi rendo conto che quel periodo in panchina è stato una specie di master accelerato in consapevolezza. Mi ha insegnato cose che nessuna tabella di allenamento o gara mi avrebbe mai potuto rivelare.

La pazienza di aspettare

Noi runner siamo drogati di gratificazione istantanea. Esci, corri, carichi l’allenamento, vedi i numeri. L’infortunio ti toglie tutto questo. Ti costringe a imparare la lezione più difficile: aspettare. Aspettare che il corpo guarisca, che il dolore passi, che la forza torni. La pazienza non è una dote naturale per chi è abituato a muoversi, è un muscolo che va allenato con la stessa costanza di un quadricipite.

L’umiltà di rallentare

Quando ricominci, sei lento. Terribilmente lento. I tuoi vecchi ritmi sembrano appartenere a un’altra persona. Superi a malapena chi fa jogging e vieni superato da chiunque. L’ego prende una bella botta. E lì impari l’umiltà. Capisci che la corsa non è solo una questione di Personal Best, ma è il semplice, meraviglioso atto di poter muovere un passo dopo l’altro. E va bene così.

La gratitudine per ogni singolo passo

Prima davo tutto per scontato. La capacità di correre per un’ora senza pensarci, il fiato che reggeva, le gambe che giravano. Dopo l’infortunio, ogni corsa senza dolore è un regalo. Ogni chilometro è una conquista. Ho imparato una forma di gratitudine che non conoscevo, un apprezzamento profondo per qualcosa che avevo sempre considerato un diritto e che invece è un privilegio.

Non sei più debole: sei solo più consapevole

Se stai affrontando un infortunio, o se ne sei appena uscito, so cosa provi. Ti senti fragile, rotto. Ma la verità è che quella crepa, quella cicatrice, non è un punto debole. È un sensore. È l’esperienza che ti insegna ad ascoltarti meglio, a capire quando è il momento di spingere e quando è il momento di fermarsi.

Non sei più debole. Sei solo diventato un runner più saggio. Uno che ha capito sulla propria pelle che la vera forza non sta nel non cadere mai, ma nell’avere il coraggio di rialzarsi, con più consapevolezza e un po’ di gratitudine in più per ogni singolo, meraviglioso passo.

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