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Tra pancia e testa: la corsa si decide nell’intestino

  • 4 minute read

Parliamo di qualcosa che, diciamocelo, a noi runner interessa (o dovrebbeinteressare) non poco, anche se spesso tendiamo a relegarlo nelle discussioni sussurrate post-lungo o liquidarlo con un “boh, oggi avevo le gambe pesanti”. Parlo di quella strana sensazione che non c’entra (del tutto) con i chilometri nelle gambe o il dislivello affrontato, ma che ha a che fare con come ti senti.

C’è un momento, durante la corsa, in cui tutto sembra incastrarsi perfettamente: il respiro si allinea al passo, il battito si sincronizza con il pensiero e la mente – sorpresa – smette di borbottare. È come se qualcuno avesse premuto il tasto “mute” sul chiacchiericcio interiore. Non succede sempre, ma quando succede capisci che correre non riguarda solo gambe e polmoni: riguarda anche quella materia complessa e vulnerabile che chiamiamo mente. Io lo chiamo, senza molta originalità, “stato di grazia”.

E se ti dicessi che buona parte di quella pace mentale (o della sua assenza) non parte dal cervello, ma da un luogo molto più… “terreno”? Sì, proprio lì, da là sotto: parlo dell’intestino.

L’autostrada segreta tra pancia e testa (non è fantascienza)

Non è un’idea bizzarra da romanzo di Murakami dove qualcuno si intrufola in un pozzo profondo per parlare con il proprio subconscio. È scienza pura. C’è un’autostrada di comunicazione a doppio senso tra intestino e cervello, popolata da nervi (tipo il nervo vago, che non suona per niente vago, anzi, è parecchio specifico nel suo ruolo), ormoni e un’intera città brulicante di microorganismi che gli scienziati chiamano microbiota.

Questa metropoli biologica invisibile non sta lì a caso: regola digestione, immunità e – soprattutto – produce neurotrasmettitori fondamentali. Pensa che una fetta consistente della serotonina, circa il 90% del totale nel nostro corpo, viene prodotta proprio lì sotto, in quello che non a caso viene definito come “secondo cervello”.

Se la tua pancia non è in festa, è probabile che anche lassù, tra i pensieri sulle prossime ripetute e i dubbi esistenziali sulla vita, non ci sia esattamente un’atmosfera pacifica.

Quando la pancia ‘s’arrabbia’, la corsa ne risente

Per noi runner, questo non è un dettaglio da poco. Quanto incide quell’umore un po’ grigio sulla voglia di uscire quando fuori fa freddo? Quanto pesa quella sensazione di “non avere la testa” sulla capacità di gestire la fatica durante un allenamento duro?

Un intestino in subbuglio, con un microbiota sbilanciato (si chiama disbiosi, e in effetti suona come un cattivo della Marvel), può mandare segnali di stress al cervello, aumentando l’ansia, l’irritabilità e persino minando la motivazione. È un circolo vizioso: lo stress mentale può peggiorare la salute intestinale, e un intestino non sano può peggiorare lo stato mentale.

Magari quel lungo in preparazione alla maratona è andato storto e hai dato la colpa al meteo, quando in realtà era il tuo microbiota a non stare benissimo. Facendosi poi sentire a livello mentale (e fisico).

La ricetta (non segreta) per mettere d’accordo i ‘due cervelli’

Allora, che si fa? Ci si arrende al proprio destino intestinale e umorale? Ovvio che no. La bellezza è che noi, con i nostri comportamenti quotidiani, possiamo influenzare questa conversazione tra i due cervelli. Come? Ecco.

Primo, il movimento. E qui, per una volta, siamo avvantaggiati. Correre regolarmente non fa bene solo ai muscoli, al cuore e alla capacità polmonare. L’esercizio fisico ha un effetto positivo diretto sul microbiota intestinale, dato che ne aumenta la diversità e favorisce la crescita dei batteri “buoni”. Non serve diventare Forrest Gump. Bastano 30-40 minuti di corsa leggera, 3-4 volte a settimana, per attivare questo circuito virtuoso.

Secondo, l’alimentazione. E qui, forse, iniziano i problemi per molti. Se il movimento è la musica, la dieta è il ritmo che le dà senso. Nutrire bene il tuo microbiota significa adottare un’alimentazione ricca di fibre (frutta, verdura, legumi, cereali integrali), prebiotici naturali e cibi fermentati come yogurt (quello vero, non lo zucchero travestito da latticino), kefir, crauti.

Al contrario, zuccheri raffinati, grassi saturi in eccesso e cibi ultra-processati sono un po’ come mandare dei teppisti a saccheggiare la città intestinale. E non serve diventare monaci zen né privarsi della pizza con gli amici. Si tratta di una scelta quotidiana, flessibile, consapevole. Si tratta insomma di concedersi certi vizi senza farli diventare un’abitudine (alimentare).

Il direttore d’orchestra sei tu (e hai la bacchetta)

L’asse intestino-cervello ci ricorda che il corpo umano non è una macchina a compartimenti stagni, ma un sistema in continuo dialogo, un’orchestra che suona bene solo quando ogni strumento è accordato. Correre, mangiare in modo equilibrato e ascoltare le proprie sensazioni diventano quindi strumenti di cura, non di performance ossessiva.

La prossima volta che senti che “non gira”, che la voglia di correre è sotto i tacchi o che l’ansia pre-gara ti attanaglia lo stomaco in un nodo gordiano, prova a pensare non solo ai chilometri che mancano o al ritmo da tenere, ma anche a cosa sta succedendo lì sotto, nella tua pancia.

Alla fine, forse correre non è altro che una delle tante forme che abbiamo per dialogare meglio con noi stessi. Un linguaggio fatto di fiato, fatica, leggerezza. E di tanto silenzio, quello giusto. Come nei migliori dischi di Nick Drake: poche note, ma precise.

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