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Fuggito dalla guerra, accolto in Italia, rinato in America. Meb Keflezighi ha corso per vincere, ma ha imparato che il vero traguardo è capire cosa conta davvero.
Meb Keflezighi era uno dei più fortunati del villaggio.
Il padre, dopo una vita da pastore, era riuscito ad aprire un piccolo banco di alimentari, e permettersi il lusso di una casa con il tetto in lamiera.
Ma in quegli anni l’Eritrea era un paese dilaniato dalla guerra civile. Mine lungo le strade, sparatorie, orrori di ogni tipo. Ancora bambino, Meb scappa con la famiglia in Italia, a Monza, dove raggiunge il padre. Trascorrono un anno nel nostro paese e poi emigrano tutti insieme negli Stati Uniti, in California. Il padre lavora duro per mantenere lui e tutti i fratelli.
Meb ha 12 anni, impara l’inglese da zero, a fatica. Vive la marginalità degli immigrati, i compagni lo prendono in giro per le difficoltà nel parlare e per i vestiti, spesso usati.
Ma il giorno in cui partecipa a una corsa, corre il miglio in 5:20 e tutti restano senza parole. La corsa diventa per lui un mezzo per integrarsi e distinguersi. Ma suo padre ha faticato una vita intera, vuole che i figli studino. E Meb non lo delude. Anche grazie allo sport ottiene una borsa di studio per laurearsi a UCLA dove viene seguito dal coach Bob Larsen che lo trasforma in un atleta elite.
Diventa cittadino americano nel 1998 e inizia a farsi conoscere dai suoi connazionali. Argento olimpico nella maratona ad Atene 2004, dopo Stefano Baldini. Nel 2007, tutti lo danno per finito: problemi fisici, sponsor persi. Ma Meb non si arrende. Due anni dopo, a 34 anni, vince la maratona di New York. Il primo americano dopo 27 anni.
Nel 2014 vince quella di Boston. Nel 2017 corre l’ultima maratona, a 42 anni suonati. Sorridendo. Perché correre resta pur sempre un privilegio.
Nella mia prima maratona correvo per vincere, al sedicesimo miglio ho lanciato gli occhiali, il cappello, mi sentivo benissimo, e poi ho iniziato a rallentare, e rallentare ancora, Ho mancato le qualificazioni alle Olimpiadi per 35 secondi, ero fuori di me, avevo corso 26,2 miglia e avevo fallito per 35 secondi. Poi sono tornato in Eritrea, ho visto come viveva la gente nel mio paese d’origine e questo mi ha aiutato a rimettere le cose nella giusta prospettiva.
La corsa gli ha fatto trovare un posto nel mondo. La sua infanzia gli ricorda quali siano le cose davvero importanti.
