Dietro ogni grande runner c’è un volontario: l’omaggio a chi rende possibili le nostre gare

Prima che tu possa allacciarti le scarpe, loro hanno già allestito il traguardo. Un racconto per celebrare gli eroi in pettorina gialla, senza i quali nessuna delle nostre piccole o grandi imprese podistiche potrebbe esistere

Prima del tuo traguardo, c’è la loro sveglia all’alba: un omaggio a chi, con un sorriso e un bicchiere d’acqua, rende epica ogni nostra corsa.


  • Spesso noi runner siamo concentrati su noi stessi, sul tempo e sulla medaglia, e dimentichiamo chi rende possibile la gara.
  • I volontari sono il motore invisibile di ogni evento podistico, un esercito silenzioso che lavora per la nostra passione.
  • La loro giornata inizia molto prima dello sparo d’inizio, nel freddo e nel buio, per allestire ristori, percorsi e arrivi.
  • Un loro piccolo gesto, come un incitamento o un bicchiere d’acqua, può avere un impatto psicologico enorme su un atleta in difficoltà.
  • Fare il volontario non è un ripiego, ma un modo profondo per vivere la corsa da un’altra prospettiva, restituendo energia alla community.
  • Un “grazie” sincero a un volontario lungo il percorso ha un valore umano che supera quello di qualsiasi record personale.

Siamo una categoria bizzarra, noi runner.

Egocentrici per natura, ossessionati da aggeggi che misurano ogni nostra singola fluttuazione corporea, pronti a disquisire per ore sul drop di una scarpa o sulla strategia di integrazione per una mezza maratona. Ci prepariamo per mesi, seguiamo tabelle con la devozione di un monaco certosino e, il giorno della gara, ci presentiamo sulla linea di partenza sentendoci i protagonisti assoluti di un film epico. Il nostro film.

E in un certo senso lo siamo. Ma ogni tanto, magari mentre ci lamentiamo per un ristoro posizionato dieci metri più in là del previsto, ci dimentichiamo che il set di questo nostro kolossal personale non si è materializzato dal nulla. C’è un’intera impalcatura, solida e invisibile, che regge tutto. Un’impalcatura fatta di persone.

La medaglia più preziosa è il loro sorriso

La vedi la scena? Tagli il traguardo, le gambe sono due pezzi di legno e i polmoni bruciano. Qualcuno ti si avvicina, ti dà una pacca sulla spalla e ti mette al collo un pezzo di metallo colorato. Tu magari riesci a malapena a biascicare un “grazie”, prendi la tua medaglia e vai a cercare il sacco gara, già proiettato sulla birra del post-gara.

Fermati un attimo. Riavvolgi. Chi era quella persona? Non un giudice di gara, non un organizzatore. Era un volontario. Una persona che si è alzata probabilmente prima di te per essere lì, al freddo o sotto il sole, a celebrare la tua fatica. Il suo compenso? Il tuo sorriso sfatto, il tuo sguardo grato, la sensazione di essere parte di qualcosa di più grande. Quella medaglia che stringi tra le mani è preziosa, certo. Ma il loro sorriso, mentre te la porgono, lo è infinitamente di più.

Una giornata da volontario

Mentre la tua sveglia suona e tu inizi il rito sacro della colazione pre-gara, da qualche altra parte della città c’è chi è in piedi da un pezzo. Sono loro, i volontari. Si trovano in un parcheggio deserto quando è ancora buio, con la condensa che esce dalla bocca e un caffè bollente in un thermos.

Non indossano completini tecnici all’ultima moda, ma pettorine gialle o arancioni. Non caricano un piano di gara sul loro GPS, ma casse d’acqua, banane e transenne. Sono quelli che montano i gazebo quando le dita sono ancora intirizzite dal freddo, che dispongono centinaia di bicchieri in file ordinate con una pazienza che neanche un monaco buddista, che si assicurano che il percorso sia sicuro e segnalato. Sono il rumore di fondo della nostra passione, l’orchestra che accorda gli strumenti molto prima che il direttore (lo speaker) dia il via allo spettacolo.

“Quel bicchiere d’acqua mi ha salvato la vita”: le vostre storie

Ognuno di noi ha un aneddoto. C’è chi, come me, ricorda ancora il volto di un signore anziano che, al trentacinquesimo chilometro di una maratona corsa sotto un sole assassino, gli ha allungato un bicchiere di acqua che gli è sembrata la più buona del mondo. Un gesto che in quel momento valeva più di qualsiasi gel energetico.

C’è la storia di quell’amico che, in preda ai crampi e sul punto di ritirarsi, è stato letteralmente spinto a ripartire da un gruppo di volontari che hanno iniziato a urlare il suo nome, letto sul pettorale, come se fosse un campione olimpico. E c’è chi semplicemente porta nel cuore il ricordo di uno sguardo, di un “dai che ci sei quasi!”, parole semplici che però, quando sei nel pieno della crisi, hanno il potere di rimetterti al mondo.

Quel bicchiere d’acqua non è mai solo acqua. È incoraggiamento, è empatia, è un patto non scritto tra chi corre e chi permette di farlo.

Perché fare il volontario è un modo diverso di vivere (e amare) la corsa

Potremmo pensare che fare il volontario sia una sorta di ripiego per chi non può correre. Niente di più sbagliato. È una scelta attiva, un modo per abitare la propria passione da un’altra prospettiva, forse ancora più profonda.

È vedere la gara nella sua interezza: non solo la tua fatica, ma quella di migliaia di altre persone. È cogliere l’essenza della determinazione sul volto del primo e la gioia pura negli occhi dell’ultimo. È restituire un po’ di quell’energia che hai ricevuto in tante altre gare. Fare il volontario significa essere il custode dello spirito della corsa, quello spirito che non ha a che fare con il cronometro ma con la condivisione di un pezzo di strada, letteralmente e metaforicamente.

Un grazie che vale più di un personal best

Quindi, la prossima volta che sei in gara, prova a fare una cosa. Mentre afferri al volo quel bicchiere, alza lo sguardo. Incrocia gli occhi di chi te lo sta porgendo. Basta un cenno del capo, un “grazie” ansimante. È un gesto minuscolo, che non ti costerà nemmeno un secondo sul tempo finale, ma che per quella persona significa tutto.

Perché dietro ogni nostro record personale, dietro ogni medaglia appesa al muro, c’è il tempo, la passione e la generosità di decine di persone che hanno scelto di essere lì per noi. E riconoscere questo, ringraziarli, è il modo più autentico per onorare non solo la loro fatica, ma anche la nostra.

 

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