Senza senso, pieno di senso

Alex Honnold ha scalato il Taipei 101 in free solo, trasformando un’impresa letale in una danza tra vetro e acciaio. Un racconto sull'empatia collettiva e sulla bellezza di un gesto che non ha bisogno di alcuna spiegazione razionale.

Immagina di scalare un mostro di vetro di 508 metri senza corde, sorridendo ai passanti attraverso le finestre: la folle, magnetica e “senza senso” impresa di Alex Honnold al Taipei 101 raccontata da chi l’ha vissuta in diretta.

  • Alex Honnold ha scalato il grattacielo Taipei 101 in free solo, senza corde.
  • L’impresa è stata trasmessa in diretta mondiale su Netflix, creando una tensione incredibile.
  • Il percorso includeva “dragoni” d’acciaio e pareti inclinate verso l’esterno molto scivolose.
  • Nonostante il pericolo estremo, Honnold ha scalato sorridendo e chiacchierando con i presenti.
  • L’azione pura ha sostituito il pensiero in un perfetto stato di flow agonistico.
  • Il senso dell’impresa sta nell’empatia collettiva di milioni di persone connesse nello stupore.

Partiamo dalla fine

Si potrebbe iniziare a raccontare questa storia dalla fine. Alex Honnold che si issa sul punto già alto del grattacielo Taipei 101 e dice “Sick”. La prima parola che gli viene in mente, dopo un’ora e mezza di scalata di quel mostro di acciaio e vetro è sick. Come tradurlo? Potrei dire “allucinante”, “pazzesco”. Se fossi – se fossimo noi tutti, direi quasi il 100% delle persone – riuscito a scalare quella montagna urbana non credo che giunto in cima avrei detto qualcosa di diverso. Non ci sono molte altre parole per dire lo stupore e la gioia di aver compiuto un’impresa unica al mondo. Per “unica” intendo quello che tutti ci possono mettere dentro: insensata, folle, ragionevole, scientifica, qualsiasi cosa.
Il bello di queste imprese è che ognuno ci vede quel che vuole, specie dopo che si sono concluse felicemente.

L’impresa, per chi in questi giorni fosse restato lontano da social o TV, era la scalata in free solo (cioè senza alcuna corda né dispositivo di sicurezza) di uno dei più alti grattacieli del mondo, a Taipei. 508 metri di altezza, 101 piani (da cui il nome) e un insieme di difficoltà ben messe in luce dall’attenta regia live di Netflix.

Perché era difficile

Scalare un grattacielo è diverso dallo scalare una montagna. La roccia fornisce più appigli e offre una superficie su cui le dita hanno più presa. Un grattacielo in acciaio e vetro è scivoloso e richiede una notevole forza meccanica nelle mani, perché Honnold doveva stringere ogni presa come se avesse avuto delle morse più che degli arti.

La forma di quel grattacielo poneva serie difficoltà alla scalata: la parte iniziale era relativamente (ok, relativamente alle sue capacità uniche) semplice ma quello che lo aspettava superato il primo terzo era molto più complicato. Giunto a quel punto, e consumate già molte energie, lo aspettava insomma la parte più difficile. Generalmente – spiegavano i commentatori di Netflix – nelle scalate si preferisce affrontare la parte più impegnativa all’inizio, quando si è più freschi e con più energie. In questo caso era l’opposto: gli ultimi due terzi di scalata erano senza dubbio i peggiori. Peggiori in che senso? Otto “pagode”, cioè 8 sezioni di edificio con pareti inclinate verso l’esterno (quindi Honnold scalava, come si dice, su pendenza negativa) e soprattutto 10 dragoni, cioè grandi volute scultoree rivestite in acciaio inox alte tra i 6 e gli 8 metri. Su queste gli appigli erano pochissimi, la superficie di scalata era praticamente uno specchio e il margine di errore tollerato era minimo, per non dire inesistente. E la possibilità di sbagliare qualcosa era moltiplicata per 10 volte. Non contava farlo giusto una volta: Honnold doveva riuscirci per 10 volte di fila, sapendo anche che la disponibilità di forze e la stanchezza avrebbero influito sempre più, man mano che scalava.

Courtesy Netflix

Ok, e superate queste, finito vero? No: c’erano ancora una sezione di pagoda ulteriore separata orizzontalmente da mensole progressivamente aggettanti su cui Honnold poteva solo appendersi e tirarsi su con la forza delle braccia, una spirale (cioè una specie di tazza disegnata da elementi curvi) e la sezione finale, che ha affrontato issandosi su una piccola scala a pioli perché non c’erano a disposizioni superfici scalabili.

Il sorriso

Courtesy Netflix

Mi sono ricordato all’ultimo di questa impresa. Mi sono collegato quando era iniziata da 2 minuti e mezzo. Non avevo idea di quanto prevedesse di metterci. Dopo cinque minuti (erano già le 2 e 30 del mattino) non mi interessava quanto sarebbe durata. Volevo e dovevo vedere tutto.

Ero memore di Free Solo, ma c’era una bella differenza: quello era un documentario di cui sapevo già l’esito positivo (per quanto la cosa non mi abbia impedito di farmela sotto guardandolo, al cinema) ma questo era live. Qui nessuno sapeva con sicurezza come sarebbe finita. Un colpo di vento un po’ più energico del previsto poteva fargli perdere l’equilibrio. Un errore in una presa poteva metterlo in pericolo o peggio. Una distrazione altrettanto. Le possibilità che qualcosa andasse storto erano innumerevoli.

E io lì, incollato allo schermo, chiedendomi quanto ci avrebbe messo e trattenendo il respiro a ogni passaggio cruciale.

Ma c’era un altro elemento che mi affascinava: Honnold sorrideva sempre. Queste persone – può essere un violinista o una tennista – hanno questa capacità: fanno sembrare le loro imprese una cosa facile. Guardavo lui che scalava e una parte del mio cervello pensava “Sembra quasi facile”. Perché lui sorrideva, parlava con la regia, salutava la gente che dentro l’edificio lo riprendeva. Sembrava quasi distratto da questa presenza, ma anche divertito e felice. A una certo punto – dopo aver superato il nono o decimo dragone (a quel punto per il mio cuore era il 300millesimo, credo di essere stato più esausto di lui, e non ero l’unico, lo so) ha trovato un cameraman che lo riprendeva e gli ha pure detto “Ehi, come va?”. Come va? Così, come se l’avesse trovato entrando al bar.

A volte non pensare è la soluzione

Lo dico in due sensi: il primo è che Honnold è pura azione. Anche se sorrideva e appariva rilassato era evidentemente concentratissimo. Lo era a tal punto da potersi permettere di scherzare con i conduttori e con la gente che lo fotografava da dentro il grattacielo. L’azione precede il pensiero, e basti sapere questo, anche perché sarebbe un argomento che richiederebbe una trattazione a parte. Specie in queste situazioni, e a valle di un lavoro di preparazione durato mesi e di una pianificazione millimetrica, non c’è tempo per pensare ma solo per agire. Quando si è nel flow al più può esservi una coincidenza di azione e pensiero e nessuna interruzione di comunicazione. Tutto procede in un celestiale sincrono.

Ma il non pensare, dico per concludere, si applica anche a noi, che stiamo a guardare lui che fa un’impresa del genere, trattenendo il respiro, preoccupandoci come se fossimo suo fratello o anche chiedendoci che senso abbia quel che fa.
Non c’è una risposta, non deve per forza esserci e a volte si può assistere a un’impresa storica senza averne nessuna opinione particolare. Ha fatto bene? Ha fatto male? Conta poi? I conti li ha fatti con se stesso e i suoi cari.
Ha senso quello che ha fatto? Deve avercelo? Dobbiamo sempre collocare in un gioco assurdo quello che vediamo succedere, come se ogni cosa avesse un senso o potesse essere giudicata in un’ottica morale.
Questa è una storia che non ha morale, è una cosa che è successa perché un uomo è stato capace di portarla a termine.
Noi lo guardavamo, ci stupivamo, avevamo paura, eravamo sollevati dopo un passaggio molto difficile. Forse l’unico senso di cose del genere è che riescono a stimolare un’empatia sincronizzata. Non sapremo mai cosa significa scalare un grattacielo ma per un’ora e mezza eravamo in milioni ad avere una connessione con un’unica persona che faceva una cosa senza senso, piena di senso, razionale, irrazionale, folle, sanissima.

 

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