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Siamo la specie che ha imparato a non alzarsi

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Alle sette e quaranta l’esemplare lascia il suo giaciglio e percorre undici metri fino alla cucina. Si ferma davanti alla macchina del caffè, aspetta, torna indietro, si siede. Alle nove apre un rettangolo luminoso sul tavolo e parla per un’ora con altri esemplari che non incontra da mesi, ciascuno chiuso nel suo riquadro. A mezzogiorno il cibo arriva alla porta, portato da un esemplare in bicicletta che è l’unico, in tutta la scena, ad avere la maglia bagnata di sudore. Nel pomeriggio l’esemplare paga una bolletta, prenota una visita, compra due paia di calze e risponde a quaranta messaggi, e per farlo muove soltanto il pollice destro.

Quell’esemplare sono io, un martedì di fine settembre.

Ho provato a raccontare la giornata con la voce distaccata dei documentari naturalistici, quella che di solito accompagna le mandrie in migrazione e i rapaci in picchiata, e il risultato mi ha lasciato addosso un disagio che non avevo previsto. Corro quasi tutte le mattine e mi considero una persona che si muove. Eppure quel martedì, tolti i quaranta minuti dell’alba lungo il canale, ho passato il resto delle ore dentro un raggio che potrei coprire con un lancio di pallone.

Quaranta minuti di corsa. Poi un giorno intero da seduto.

L’esemplare in osservazione

È esattamente lo sguardo che ASICS ha scelto per Human Nature, il documentario con cui accompagna la Giornata Mondiale della Salute Mentale del 10 ottobre. A narrarlo c’è Sigourney Weaver, che per il pubblico americano è stata la voce di Planet Earth, e che qui torna al genere con un’inversione semplice: l’obiettivo puntato sugli esseri umani, sugli habitat sempre più confortevoli che ci siamo costruiti intorno, sui divani e sugli schermi che abbiamo messo al posto di una quantità di gesti compiuti per secoli senza pensarci. Il tono sembra ironico, quasi giocoso. Il sottotesto molto meno.

Dietro il film c’è il Movement Conservation Report, una ricerca condotta da ASICS a luglio con un questionario online rivolto a 34.000 persone in trentuno Paesi, mille delle quali in Italia. Il primo numero è anche il più difficile da mandare giù. Nel mondo chi ha risposto dichiara di trascorrere l’86% delle ore di veglia senza muoversi, e il campione italiano sale all’87%. Su una giornata di sedici ore fanno quasi quattordici ore di immobilità.

Per dare una forma a questi numeri ASICS ha lavorato con Brendon Stubbs, ricercatore del King’s College di Londra che da anni studia il legame tra attività fisica e salute mentale. Ne è nato il Movement Conservation Status, una classificazione presa in prestito dalla tutela delle specie animali e appoggiata alle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Chi supera i 150 minuti di movimento alla settimana è “attivo”. Tra 30 e 149 minuti si è “a rischio”. Sotto la mezz’ora settimanale, “in pericolo”.

Mi sono fermato a lungo su quella parola. In pericolo. La usiamo per animali lontani, fotografati con il teleobiettivo, la cui sopravvivenza dipende da quanto spazio siamo disposti a lasciare loro. Applicata alla nostra specie suona come un’esagerazione da campagna pubblicitaria, finché non si guardano le proporzioni. Nel mondo quasi una persona su quattro rientra nell’ultima fascia. In Italia metà degli adulti sta sotto la soglia degli attivi, e se le abitudini restano queste nel 2035 la quota arriverà al 55%: circa ventisette milioni di persone.

Per la classificazione io sarei al sicuro, largamente sopra la soglia. Il guaio è che quella soglia si calcola sui minuti di una settimana, e quel martedì stava tutto nel resto.

Un habitat senza attrito

Per capire come ci siamo arrivati basta ripercorrere all’indietro una commissione qualsiasi. Fino a pochi anni fa pagare una bolletta voleva dire uscire, camminare fino all’ufficio postale, fare la coda in piedi con il foglio in mano, tornare. La chiamavamo una mattinata persa, ed era anche attrito, una piccola resistenza del mondo che costringeva le gambe a lavorare per ottenere qualcosa. La spesa, lo sportello della banca, il pacco da ritirare, il caffè con un amico in centro: ogni bisogno si portava dietro un tratto di strada, e la somma di quei tratti, che nessuno contava, era il movimento di una giornata normale.

Poi l’attrito lo abbiamo tolto un pezzo alla volta, e ogni singola rinuncia aveva ottime ragioni per esistere. Quando ASICS ha chiesto alle persone che cosa avesse preso il posto del movimento nella loro vita, la risposta più frequente nel mondo è stata lo smartphone, indicato dal 57%, seguito dai social, dagli acquisti online, dalle app che portano il cibo alla porta e dal lavoro da casa.

In Italia il 36% sbriga regolarmente online commissioni che un tempo faceva di persona, il 33% frequenta spesso gli altri attraverso un telefono o una videochiamata, e fra i 18 e i 24 anni quella quota sale al 46%. Un italiano su tre dice che potrebbe restare in casa tre giorni o più senza difficoltà.

Nessuno è diventato pigro. È cambiato l’habitat.

“Abbiamo costruito un mondo in cui il movimento è diventato facoltativo.”

Con queste parole David Raichlen, professore di biologia e antropologia alla University of Southern California, commenta i risultati. Il suo laboratorio lavora da anni su un’ipotesi che rende la frase ancora più netta: quando i nostri antenati sono passati alla caccia e alla raccolta, la quantità di attività fisica quotidiana è cresciuta al punto che l’organismo ha finito per dipenderne, dalla salute del cervello fino a quella delle ossa. In quella prospettiva il movimento somiglia a una condizione di funzionamento, un requisito che ci portiamo dietro dalla preistoria, scritto nei tessuti.

Abbiamo riscritto l’ambiente in pochi decenni. Il contratto biologico, invece, è rimasto quello firmato nella savana.

C’è chi prova a rimettere l’attrito dentro le giornate dall’alto. Ma l’habitat in cui passiamo quelle quattordici ore è casa nostra, e lì possiamo arrivarci solo noi.

C’è anche un’ironia, in tutta questa operazione, che vale la pena guardare in faccia. Human Nature è un film sul fatto che stiamo troppo seduti, e per vederlo quasi tutti si siederanno davanti a uno schermo. A firmarlo è un brand che costruisce scarpe da corsa e per molti altri sport e che, anziché chiederci una maratona, ci chiede un quarto d’ora. A prima vista sembrano due cortocircuiti. A guardarli meglio sono la parte più bella del progetto. Il documentario naturalistico è nato per il salotto, e usarlo per parlare del divano significa andare a cercare lo spettatore nell’unico posto in cui lo si trova con certezza. Quanto all’asticella così bassa, posandola lì chi produce attrezzatura per chi macina chilometri riporta il discorso a monte di qualsiasi prestazione, e lo restituisce alla specie intera.

Quello che si sente nella testa

Conosco bene i giorni in cui non esco. Verso le cinque del pomeriggio la testa diventa una stanza con le finestre chiuse da troppe ore: l’aria è ferma, i pensieri girano sempre attorno agli stessi due oggetti, la concentrazione si allenta come un elastico tirato mille volte. Somiglia più alla polvere che alla fatica, perché di faticoso, in tutta la giornata, non ho fatto nulla.

Quando ASICS ha chiesto quali effetti le persone attribuiscano al muoversi troppo poco, nel mondo il sintomo citato più spesso è stato la letargia. È una parola che in italiano condivide la radice del letargo, lo stato in cui alcuni animali smettono quasi di muoversi per attraversare l’inverno. Loro lo fanno per sopravvivere al freddo. Noi ci arriviamo a ottobre, con la casa calda e il frigorifero pieno.

Per misurare quella polvere ASICS usa un indice chiamato State of Mind, la media di dieci dimensioni emotive e cognitive espressa in centesimi. In Italia chi rientra nella fascia “in pericolo” si ferma in media a 59, contro i 71 degli attivi. Il dato italiano che pesa di più, però, riguarda chi passa molto spesso intere giornate senza mettere il naso fuori di casa: il suo punteggio scende a 55, contro i 73 di chi non lo fa mai, e la probabilità di finire nella fascia di pericolo si triplica, dal 16% al 51%. Nella media globale entrambe le distanze sono più contenute: nove punti contro diciotto, una probabilità doppia invece che tripla.

Poi ci sono i più giovani. In Italia il 59% di chi ha fra i 18 e i 24 anni non raggiunge i livelli raccomandati, contro il 45% di chi ha superato i sessantacinque, e tra loro l’89% dice di sentire almeno un effetto del muoversi troppo poco, soprattutto nella motivazione e nell’umore, oltre che in uno stress più alto. Sono risposte dichiarate, raccolte chiedendo alle persone di descriversi, e vanno lette come una fotografia di come ci percepiamo. Proprio per questo pesano. Ne esce il ritratto di una generazione che sa di stare ferma e sente sulla pelle quanto le costa, il che vuol dire che conosce già la direzione da prendere.

Un quarto d’ora di riserva

La parte della ricerca che dobbiamo tenerci stretta è la più piccola. Infatti, secondo i dati raccolti da ASICS, bastano quindici minuti di movimento per produrre un miglioramento misurabile dello stato mentale. Quindici minuti sono una telefonata lunga, oppure la strada a piedi fino al forno dall’altra parte del quartiere.

Il nome stesso del marchio, del resto, nasce da una frase latina, Anima Sana In Corpore Sano. È una variazione sul verso di Giovenale, che nelle Satire metteva la mente sana in un corpo sano fra le poche cose per cui valesse la pena pregare gli dei. Giovenale scriveva mens, la mente. ASICS ha scelto anima, e in latino anima è prima di tutto il soffio, l’aria che entra nei polmoni e ne esce. Chiunque abbia fatto una salita a piedi sa che le due cose stanno insieme meglio di quanto la filosofia sia mai riuscita a dimostrare.

Nella conservazione della natura le specie in pericolo si proteggono con le riserve, porzioni di territorio sottratte all’uso quotidiano dove si lascia spazio a ciò che altrimenti sparirebbe. Quindici minuti al giorno sono una riserva della stessa natura, ricavata dentro un habitat in cui camminare non serve più. Per la Giornata Mondiale della Salute Mentale ASICS invita chiunque a ritagliarseli, e a entrare in una comunità globale di persone che se ne fanno custodi, i Movement Conservationist. Una specie, per una volta, che si occupa della propria tutela.

Il mercoledì, a mezzogiorno, ho chiuso il portatile e sono andato a piedi fino a quel forno. Dodici minuti all’andata, dodici al ritorno, per un pane che avrei potuto farmi portare alla porta. Rientrando ho lasciato perdere l’ascensore e ho fatto le scale due gradini alla volta, con il sacchetto di carta che si scaldava contro il fianco.

Se una voce fuori campo mi stesse seguendo, annoterebbe che l’esemplare è uscito senza alcuna necessità apparente. Di tutta la sua giornata, è l’unico gesto che nessuno gli aveva reso facile.

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