Esistono giorni in cui corri per risolvere il mondo e altri in cui corri per cancellarlo: capire la differenza cambia tutto.
- La corsa a volte serve per connettersi, altre per disconnettersi.
- Correre per “sentire” significa accettare il dolore e ascoltare ogni segnale del corpo e della mente.
- Correre per “dimenticare” è l’arte di trasformare il movimento in rumore bianco per spegnere i pensieri.
- Non esiste un approccio migliore dell’altro; sono strumenti diversi per necessità emotive diverse.
- Imporre la modalità sbagliata (es. riflettere quando sei esausto) può rendere l’allenamento frustrante.
- La strada è un contenitore neutro: accoglie sia le tue soluzioni complesse che il tuo vuoto assoluto.
Oggi corri per trovarti o per perderti?
Succede quasi sempre mentre ti allacci le scarpe. In quel limbo di pochi secondi, mentre stringi i lacci e controlli che la linguetta sia centrata, prendi una decisione che non riguarda il passo, né la frequenza cardiaca, né tantomeno il dislivello. Decidi dove posizionare la manopola del volume della tua testa.
A volte quella manopola la giri al massimo. Vuoi sentire tutto: il rumore delle suole, il respiro che si rompe, i pensieri che si accavallano come macchine in tangenziale nell’ora di punta. Altre volte, invece, cerchi il pulsante “Mute”. Vuoi che il corpo vada avanti per inerzia mentre la mente galleggia in una vasca di deprivazione sensoriale.
Non è la stessa corsa. Anche se il GPS segna lo stesso percorso e le scarpe sono le stesse, stai praticando due sport completamente diversi. Uno è un’indagine, l’altro è un’evasione. E la cosa magnifica è che hai disperatamente bisogno di entrambi.
La corsa “Mindful”: quando ogni passo è una scoperta interiore
Ci sono giorni in cui la corsa è una lente d’ingrandimento. È la modalità “sentire”. In questi casi, non stai scappando da nulla; al contrario, stai correndo verso qualcosa. Spesso verso te stesso, che è quasi sempre la persona più difficile da incontrare durante la giornata.
In questa modalità, la corsa diventa uno strumento chirurgico. Analizzi il fastidio al polpaccio, il ritmo del respiro, ma soprattutto sbrogli la matassa mentale che ti porti dietro dall’ufficio o da casa. È qui che nascono le idee migliori o dove le preoccupazioni, che sembravano montagne insormontabili stando seduti sul divano, si ridimensionano diventando semplici dossi artificiali.
È un tipo di corsa faticosa, non solo fisicamente. Richiede presenza. Devi essere lì, dentro ogni passo. È il motivo per cui stiamo bene quando corriamo: stiamo attivamente processando la realtà, metabolizzando lo stress come se fosse glicogeno. È una corsa che risolve, che costruisce, che “sente” la vita in alta definizione, anche quando fa male.
La corsa “Escape”: quando l’obiettivo è il silenzio mentale
Poi ci sono quegli altri giorni. Quelli in cui il cervello è sopraffatto. In quei giorni, non vuoi riflettere. Non vuoi “trovarti”. Vuoi perderti.
Questa è la corsa per “dimenticare”. L’obiettivo qui non è la consapevolezza, ma l’oblìo. Usi la fatica come un anestetico. Il ritmo dei passi diventa ipnotico, un metronomo che serve a cancellare i pensieri, non a ordinarli. È la ricerca del “flow” nella sua forma più pura: diventi un oggetto che si sposta nello spazio, privo di opinioni, privo di scadenze, privo di notifiche.
È l’equivalente atletico di guardare fuori dal finestrino del treno senza mettere a fuoco il paesaggio. Torni a casa e, se qualcuno ti chiedesse cosa hai visto o cosa hai pensato, la risposta onesta sarebbe: “Nulla”. Ed è una risposta meravigliosa. Hai fatto pulizia. Hai svuotato il cestino.
Non c’è un modo giusto: impara ad ascoltare il tuo bisogno emotivo
L’errore che facciamo spesso è non allineare l’intenzione con il bisogno. Se hai avuto una giornata devastante, piena di conflitti e rumore, cercare di fare una corsa “mindful”, analizzando ogni sensazione, potrebbe essere solo un’ulteriore tortura. In quel caso, hai bisogno di scappare, di spegnere tutto.
Viceversa, se ti senti inquieto, se hai un problema che ti rode dentro e non riesci a definire, correre per dimenticare potrebbe essere solo un modo per rimandare l’inevitabile. Magari quel giorno hai bisogno di “sentire”, di lasciare che la corsa tiri fuori la rabbia o la tristezza, di piangere nascosto dietro agli occhiali da sole (sì, succede, e non c’è nulla di male).
La saggezza del runner non sta solo nel gestire i ritmi al chilometro, ma nel capire quale medicina serve oggi. Antibiotico o antidolorifico? Confronto o fuga?
La strada accoglie tutto, sia i tuoi pensieri che il tuo vuoto
La bellezza democratica dell’asfalto – o del sentiero – è che non giudica il tuo stato d’animo. La strada accoglie tutto con la stessa indifferenza benevola. È lì per ascoltare i tuoi monologhi interiori più complessi mentre cerchi di “sentire” chi sei, ed è lì per assorbire il tuo silenzio assoluto quando hai solo bisogno di “dimenticare” come ti chiami per un’ora.
Non sentirti in colpa se a volte corri solo per non pensare. E non sentirti pesante se a volte corri per pensare troppo. Sono due facce della stessa medaglia, quella che ti appendi al collo ogni volta che rientri a casa, fai la doccia e ti senti, finalmente, al posto giusto.

