La solitudine del maratoneta

La corsa non è solo sport, ma uno spazio di libertà assoluta. Ispirandoci alla ribellione di Colin Smith, scopriamo come spegnere il telefono e correre possa diventare il nostro personale atto di resistenza contro il rumore del mondo moderno.

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E se ti dicessimo che smettere di correre per vincere è il modo più potente per essere liberi? Scopri come la corsa solitaria può trasformarsi nella tua zona franca contro lo stress quotidiano.


Nel racconto capolavoro di Alan Sillitoe, La solitudine del maratoneta (1959), il giovane Colin Smith corre per il riformatorio in cui è rinchiuso. È il favorito, tutti si aspettano che vinca per dare lustro all’istituzione. Ma a un passo dal traguardo, Colin si ferma. Lascia vincere gli avversari. Sceglie di perdere per non regalare la sua vittoria al sistema che lo opprime.

La corsa di Colin non ha nulla a che fare con la competizione sportiva: è l’unico spazio in cui è padrone assoluto del proprio destino.

Oggi viviamo in una società che ci esige costantemente performanti, connessi, misurabili e produttivi. In questo contesto, l’atto di correre – specialmente quando lasciamo a casa il telefono e i dati – assume un valore sovversivo.

Quell’ora trascorsa sull’asfalto o sui sentieri, irraggiungibili e soli, non è solo allenamento. È una zona franca. È il nostro personale atto di resistenza contro il rumore del mondo moderno. Non stiamo fuggendo: ci stiamo riappropriando di noi stessi.

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