Trentottomila persone che corrono nel silenzio quasi mistico di una metropoli immacolata: benvenuti a Tokyo, dove la maratona è un esercizio di civiltà.
- Tokyo non è solo una Major; è una lezione di antropologia applicata al running.
- Il silenzio alla partenza è un’esperienza che ridefinisce il concetto di concentrazione.
- L’organizzazione è millimetrica: i rifiuti non si abbandonano, si consegnano.
- Il pubblico incita con il celebre “Ganbatte!”, un invito a dare il proprio meglio senza eccessi.
- L’estetica della gara passa per la pulizia assoluta e il rispetto sacrale del percorso.
- Partecipare a questa gara significa immergersi in una disciplina spirituale collettiva.
38.000 runner e non si sente volare una mosca. Benvenuti a Tokyo
Immagina una distesa di esseri umani pronti a scattare. Trentottomila persone che, in qualsiasi altra parte del globo, produrrebbero un rumore di fondo simile a un alveare in preda a una crisi di nervi. Eppure, a Tokyo, il suono che senti è quello del respiro. Non c’è il frastuono dei generatori, non ci sono urla sguaiate, non c’è la musica che pompa adrenalina sintetica nelle vene. C’è un rispetto che somiglia molto alla devozione.
In Giappone, la maratona non è un evento che interrompe la vita della città: è un rito che la eleva. Correre qui significa entrare in una bolla dove la metropoli più densa del pianeta si mette al tuo servizio, ma ti chiede in cambio di essere all’altezza del contesto. Se cerchi il caos festante di New York, sei nel posto sbagliato. Qui la bellezza risiede in una sottrazione consapevole, in quel vuoto pieno di significato che i giapponesi chiamano Ma.
L’organizzazione giapponese: dove tutto funziona (davvero)
Che Tokyo e il Giappone siano esempi di ordine e precisione non è una novità. In questo caso però non parlo solo dei cronometri che spaccano il millesimo o dei ristori posizionati con la precisione di un intervento chirurgico. Parlo della gestione umana. In una World Marathon Major (WMM) — ovvero uno dei sei circuiti di maratone più prestigiosi al mondo, che comprende anche Londra, Berlino, Chicago, Boston e New York — ti aspetti l’eccellenza, ma Tokyo sposta l’asticella un po’ più in là, verso l’invisibile.
Tutto è fluido. Non ci sono ingorghi ai depositi borse, non ci sono incertezze nei flussi. I volontari sono migliaia e ognuno sembra possedere la mappa mentale del tuo benessere. Ti osservano, ti sorridono e, soprattutto, sanno esattamente dove devi andare prima ancora che tu debba chiederlo. È un ingranaggio perfetto che non stride mai, lasciandoti addosso la strana sensazione che correre per quarantadue chilometri sia l’unica cosa di cui devi realmente preoccuparti.
Niente vestiti a terra: la cultura del rispetto alla partenza
In ogni maratona del mondo, la linea di partenza dopo lo sparo somiglia a un campo dopo una ritirata disordinata: cumuli di felpe vecchie, maglie termiche abbandonate, sacchi di plastica. A Tokyo no. Qui, l’idea di buttare qualcosa per terra è considerata una offesa al decoro comune.
I runner arrivano con i loro capi termici ma, invece di lanciarli oltre le transenne come coriandoli esausti, li consegnano ai volontari o li ripongono negli appositi contenitori. Molti portano con sé piccoli sacchetti per i propri rifiuti personali. È un’estetica della pulizia che ti lascia sbalordito: quando l’ultima onda di corridori ha varcato lo start, l’asfalto è pulito come se fosse stato appena lavato. È il trionfo del collettivo sul singolo, la dimostrazione che il tuo bisogno di stare al caldo non deve diventare un problema per qualcun altro.
Il pubblico: bandierine, sorrisi e “Ganbatte!” (Fai del tuo meglio).
Lungo il percorso che tocca i grattacieli di Shinjuku, il tempio di Senso-ji ad Asakusa e le luci di Ginza, trovi un pubblico che è l’antitesi del tifo da stadio. È composto, ordinato, costante. Migliaia di persone sventolano piccole bandiere e ti guardano con una sincerità che quasi commuove.
Non sentirai incitamenti aggressivi. Sentirai ripetere, quasi come un mantra, una parola: “Ganbatte!”. Non è un semplice “forza” o “dai”. È un’esortazione profonda che significa “fai del tuo meglio”, “impegnati al massimo delle tue possibilità”. È un augurio che riconosce la tua fatica e la rispetta. Non ti stanno chiedendo di vincere, ti stanno chiedendo di onorare lo sforzo che stai facendo. Ed è incredibile come questa parola, pronunciata da un bambino o da un anziano fermo sul ciglio della strada, riesca a darti più energia di un dj set ad alto volume.
Perché Tokyo è la Major che ti cambia dentro
Si dice che ogni maratona ti lasci qualcosa, ma Tokyo ti toglie il superfluo. Ti toglie il rumore, ti toglie la frenesia e ti restituisce una dimensione più essenziale della corsa. Corri in una città che è un miracolo di ordine e luce, dove ogni gesto ha un senso e ogni chilometro è un passo dentro una cultura che vede nell’impegno personale una forma di bellezza.
Quando arrivi alla fine, stanco e probabilmente con i quadricipiti che chiedono pietà, non ti senti solo un finisher. Ti senti parte di un esperimento sociale perfettamente riuscito. Hai corso in un luogo dove la gentilezza è la regola e l’ordine è una forma di libertà. E capisci che, forse, il segreto della corsa non è andare più veloci degli altri, ma muoversi in armonia con tutto ciò che ci circonda.


