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Quattro settimane per tornare ai pesi dopo lo stop estivo

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Dopo un mese di stop la forza resta quasi intatta, ma tendini, coordinazione e tolleranza al volume no: il rientro va costruito partendo dal 60% dei carichi di giugno.

  • La letteratura sul detraining a breve termine indica che la forza si conserva in larga parte fino a quattro settimane di inattività, mentre le proprietà del tendine e la sezione muscolare regrediscono più in fretta.
  • L’infortunio da rientro nasce da questa asimmetria: il muscolo sposta un carico che il resto della struttura non è pronto a gestire.
  • Il piano parte da due sedute a settimana al 60% dei carichi di giugno con volume alto e sforzo percepito basso, e riporta i chili al livello precedente nella quarta settimana.
  • Un indolenzimento diffuso che rientra entro due giorni è la risposta attesa; un dolore localizzato su tendine o articolazione non lo è.

I carichi di giugno sono ancora scritti sul tuo quaderno, e con buona probabilità i muscoli sono ancora in grado di spostarli. È tutto il resto che nel frattempo si è mosso: la tolleranza al volume, la precisione del gesto sotto carico, la capacità dei tessuti connettivi di assorbire le forze che quel carico genera. Il rientro in sala pesi dopo tre o quattro settimane di stop ha criteri propri, e il primo è che il numero sul bilanciere smette temporaneamente di essere il parametro con cui misuri la seduta.

Cosa si perde davvero in un mese di stop

Nella revisione di Iñigo Mujika e Sabino Padilla sul detraining a breve termine, la forza risulta in larga parte conservata fino a quattro settimane di inattività. A cedere prima sono la forza eccentrica e la potenza specifica di chi si allena a livelli alti, insieme alla forza acquisita di recente, quella che il corpo non aveva ancora consolidato.

Sul versante dei tessuti il quadro cambia. Uno studio di Keitaro Kubo e colleghi ha seguito otto persone attraverso tre mesi di allenamento isometrico degli estensori del ginocchio e altri tre mesi di stop completo. Durante lo stop la forza massimale e il livello di attivazione nervosa sono rimasti stabili, mentre la sezione trasversa del muscolo è tornata ai valori di partenza dopo un mese e la rigidità del tendine dopo due. Campione piccolo e protocollo isometrico, ma la direzione è abbastanza chiara: il tendine si adatta più lentamente del muscolo quando alleni e disimpara più in fretta quando smetti.

Quello che cala di più nel mese di ferie non è la forza, è la capacità della struttura di reggere il carico che quella forza è ancora capace di produrre. È la differenza tra un motore e i bulloni che lo fissano al telaio: i cavalli ci sono tutti, l’ancoraggio nel frattempo si è allentato. Da lì arriva quasi tutto il repertorio degli infortuni da rientro, perché il muscolo firma un assegno che tendini, articolazioni e coordinazione non sono ancora pronti a coprire.

Resta la voce meno misurabile, la tolleranza al volume. Dieci serie che a giugno lasciavano una sensazione di lavoro fatto, ad agosto lasciano tre giorni di indolenzimento. Chi in estate ha tenuto anche solo due sedute a settimana con la dose minima efficace può comprimere le prime due settimane del piano che ti proponiamo.

Il principio delle quattro settimane

Non esiste un protocollo di rientro validato che stabilisca da quale percentuale ripartire dopo uno stop: le cifre qui sotto sono una scelta di prudenza, tarata perché l’eventuale errore cada dalla parte innocua anziché nell’infortunio. Nelle prime due settimane il volume resta alto e il carico basso, così i tessuti ricevono esposizione ripetuta senza mai vedere una tensione di picco. Nelle ultime due il rapporto si inverte: le ripetizioni scendono, i chili risalgono.

Per regolare l’intensità senza test massimali basta contare le ripetizioni di riserva, cioè quante ne avresti ancora prima di non riuscire a completare il movimento. Chiudi la serie quando ne avresti ancora quattro in canna e sei nella zona giusta della prima settimana; quando ne avresti ancora due, sei nella zona della quarta. È un parametro grossolano, e per questo affidabile: non richiede attrezzatura né un massimale recente.

Il piano lavora su tre esercizi per la parte bassa e tre per la parte alta, ruotati sulle sedute della settimana.

Settimana Sedute Carico (% dei carichi di giugno) Volume per esercizio Ripetizioni di riserva Cosa controllare
1 2 60% 3 serie da 12 4-5 Traiettoria e ampiezza del movimento, nessuna serie portata a fatica alta
2 2 o 3 65-70% 4 serie da 10 3-4 Stessa velocità di esecuzione dalla prima all’ultima ripetizione
3 3 80% 4 serie da 8 2-3 Recuperi più lunghi, almeno due minuti sui multiarticolari
4 3 90-100% 4 serie da 6 2 Un solo esercizio pesante per seduta, gli altri restano al 70%

La quarta settimana riporta i carichi al livello di giugno, non oltre. Se sembra poco ambizioso, guarda l’asimmetria dei costi: una settimana passata troppo prudenti costa una settimana, una settimana passata troppo aggressivi costa un mese e comincia con un dolore che a giugno non avevi.

Gli esercizi da rimandare e quelli da tenere

Il criterio sta in dove si concentra la tensione, più che nel nome dell’esercizio. Vanno rimandati alla terza settimana i movimenti che caricano il tessuto connettivo nel punto di massimo allungamento e quelli che chiedono coordinazione fine sotto carico alto: stacco da terra pesante, alzate olimpiche, pliometria e salti, serie portate a cedimento. Se dovessi rimandarne uno solo, rimanderei lo stacco da terra: è quello in cui la fretta si paga al prezzo più alto, ed è anche il primo che quasi tutti rimettono in scheda.

Restano invece i multiarticolari eseguiti con carico ridotto e traiettoria controllata. Il goblet squat è la sostituzione più immediata dello squat con bilanciere: tieni un manubrio o un kettlebell in verticale contro lo sterno, piedi poco più larghi delle spalle, scendi finché le cosce arrivano circa parallele al pavimento mantenendo il busto alto, risali spingendo con tutta la pianta del piede. Il peso davanti al petto obbliga il tronco a restare eretto e alleggerisce la richiesta sulla zona lombare.

Per la catena posteriore lo stacco rumeno con manubri copre il ruolo dello stacco pesante senza il suo costo: manubri davanti alle cosce, ginocchia appena flesse e ferme in quella posizione, mandi il bacino indietro facendo scorrere i manubri lungo le gambe fino a sentire tensione dietro la coscia, poi risali portando il bacino in avanti. La schiena resta neutra per tutta l’escursione e i manubri non toccano mai terra. L’hip thrust completa il lavoro: scapole appoggiate al bordo di una panca, piedi a terra, spingi il bacino verso l’alto fino ad allineare tronco e cosce e tieni la posizione un secondo prima di scendere.

Sulla parte alta il floor press vale più della panca piana nelle prime due settimane: sdraiato a terra con i manubri, i gomiti si fermano al contatto con il pavimento e la spalla non arriva mai in fondo alla sua escursione. Per la schiena il rematore con un manubrio, con mano e ginocchio omologhi appoggiati su una panca, busto quasi parallelo al pavimento, tirando il manubrio verso il fianco anziché verso la spalla.

Aggiungi una tenuta isometrica per seduta nelle prime due settimane, per esempio la posizione seduta contro il muro con le ginocchia a novanta gradi per trenta o quaranta secondi. Carico basso e durata alta: i tendini rispondono bene a questa combinazione, la stessa che regge gli esercizi isometrici per le gambe.

Leggere i segnali del corpo nella prima settimana

L’indolenzimento che compare il giorno dopo la prima seduta ha un nome tecnico, dolore muscolare a insorgenza ritardata, abbreviato in DOMS (dall’inglese delayed onset muscle soreness). È diffuso su tutto il ventre muscolare, simmetrico tra destra e sinistra, peggiora quando ti muovi dopo essere stato fermo a lungo e si attenua quando ti scaldi. È la risposta attesa a uno stimolo nuovo e non chiede nessuna correzione, se rientra entro il secondo giorno.

Il segnale che merita attenzione ha altre caratteristiche. Un dolore localizzato in un punto preciso, che riesci a indicare con un dito, che sta su un tendine o vicino a un’articolazione, che compare durante l’esercizio invece che il giorno dopo, o che si presenta da un lato solo, esce dalla categoria dell’adattamento. Lì la seduta successiva si salta, e se il fastidio resta a distanza di qualche giorno la valutazione la fa un professionista sanitario, non la tabella.

C’è infine il segnale positivo, quello che quasi nessuno registra: dalla seconda settimana l’indolenzimento dopo una seduta dello stesso tipo cala in modo netto. Se non cala, il volume è troppo alto per il punto in cui sei.

come regolare la seduta successiva quando i dolori muscolari durano più di due giorni

Saltare la seduta è la reazione peggiore. Spostala di ventiquattro ore, poi eseguila togliendo una serie per esercizio e riducendo il carico di circa il dieci per cento, lasciando invariati esercizi e ripetizioni. Serve a confermare lo stimolo senza aggiungerne: la frequenza ricostruisce la tolleranza, e interromperla allunga il rientro. Nei giorni intermedi muoviti a bassa intensità, e se usi il foam roller cura i tempi e la pressione più della durata totale. Se alla settimana successiva l’indolenzimento si ripresenta identico dopo la stessa seduta, il problema sta nel numero di serie e non nei chili: taglia il volume di un quarto e tieni fermo il carico.

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