Il momento esatto in cui una noiosa lettera burocratica sui colori delle scarpe ha smesso di riguardare il regolamento ed è diventata la scintilla che ha trasformato Michael Jordan in un brand globale e lo sport in mito.
Immagina una lettera scritta a macchina, fredda e burocratica, che dice a un ragazzo dei Chicago Bulls cosa non può mettere ai piedi.
Non parla di doping, non parla di vantaggi tecnici. Parla di colori. Non può usare in campo le sue scarpe perché sono rosse e nere, e non sono abbastanza bianche.
Sembra una nota da ufficio legale, invece è l’istante in cui lo sport smette di stare solo sul parquet e diventa qualcos’altro: marketing, mito, religione pop. È il momento in cui l’NBA prova a difendere il proprio ordine e si ritrova, senza volerlo, a creare il terreno perfetto per una ribellione chiamata Nike Air Jordan.
Nel primo episodio di Contaminazioni eravamo partiti dal basso: ragazzi che si tolgono i lacci e cambiano il mondo senza un piano. In questo facciamo il percorso inverso: dall’alto verso il basso. Vediamo cosa succede quando la ribellione non nasce per caso ma viene progettata in laboratorio, quando una multa diventa pubblicità e un singolo atleta che sfida la gravità diventa un dio.
Ascolta “La costruzione di un dio” su Contaminazioni Fuorisoglia.
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